Cap. 12 – Mirko, il Sardo.

Disquisendo sulle code… sarde !!


Fu proprio in una di quelle serate, cosiddette mondane, in realtà una sera del fine settimana, in cui ci si trovava con tutta la compagnia, che conobbi Mirko. Si era aggregato al nostro solito gruppo, in quanto cugino di uno degli abituali presenti: il Thomas; Mirco era in vacanza qui in città ed ovviamente il cugino se l’era portato dietro.

D’altronde che doveva fare? Lasciarlo a casa mentre lui faceva l’uscita del sabato sera con gli amici ? No, ovviamente. Quando mi fu presentato, non diede alcuna sensazione particolare: un ragazzo come tanti sui 25 anni circa, con le caratteristiche somatiche di suo cugino, per cui capelli molto scuri, pelle olivastra. Mirko non sembrava farne un problema contrariamente a suo cugino Thomas, che faceva di tutto per ricordare che era nato qui nel veneto e, pur avendo genitori isolani, lui era un veneto D.O.C., almeno lui si sentiva tale.

Fortunatamente il cugino non soffriva del suo stesso, evidente, senso di inferiorità rispetto agli indigeni, e quindi risultava decisamente più simpatico con quel suo accento sardo, molto pronunciato, che non tentava assolutamente di nascondere, anzi ne era quasi fiero e si capiva, forse più che altro perché sapeva di mettere in imbarazzo Thomas quando faceva pesare le sue origini marcando, più del dovuto, sulla sua cantilena nel parlare, una cosa tipica dei sardi che personalmente ho sempre apprezzato.

Per questioni di lavoro la lingua sarda ho imparato a capirla, non so parlarla, ma la capisco, almeno nei suoi tre principali dialetti. Per cui alcune sue battute sulla simpatia di alcuni amici del cugino le capivo benissimo, ma per non rovinargli il gioco, continuavo a fare finta di non capire nemmeno io, quando ci dava dei somari o dei testoni nordici e cose del genere.

La serata proseguì in pizzeria ed, a seguire, la solita proposta di andare in discoteca. Mirko, il cugino sardo in vacanza, non sembrava affatto interessato ad infilarsi in una discoteca, per cui fece delle proposte alternative, che vennero cassate una per una.

A quel punto feci la mia mossa dicendo a tutti: «Beh ragazzi; visto che nemmeno io ho tanta voglia di andare andare in disco, sapete che facciamo? Voi andate in disco, io prendo Mirko e gli faccio fare un bel giro della città by night, così avrà un ricordo di Verona, che non sia il solito giro diurno per piazza Bra, via Mazzini, la piazza, la costola e via dicendo.» Thomas parve illuminarsi alla mia proposta; fu l’unico a non trovare poco carino, mollare il cugino in vacanza per andare in discoteca.

La cosa alla fine fu accettata, e per non doverci ritrovare a fine serata disco per rientrare insieme, dissi a Thomas che, alla fine del nostro tour, avrei riportato Mirko io stesso fin sotto casa, così che non si perdesse, sai mai: Verona è una tale metropoli che senza cartina o una esperienza di vita vissuta, nell’urbe, di almeno un decennio sicuramente uno si poteva perdere!

Ci salutammo col gruppo e, salendo in macchina, chiesi a Mirko se avesse in mente da dove voler iniziare il nostro tour notturno: locali, monumenti, camminata per la città? Mirko ci pensò un attimo e poi: «direi che una passeggiata in città può essere un buon inizio per vedere che offre Verona di sera.» Concordai, con lui, sulla passeggiata per cui guidai verso il centro; lasciammo la macchina in un parcheggio, a pagamento, lungo Corso Porta Nuova e da li ci muovemmo verso il portone della Bra, con il suo grande orologio, parlando del più e del meno.

Le successive ore passarono camminando per la parte più centrale ed antica della città, mentre gli spiegavo chi fosse Mastino della Scala, la storia di Verona, di chi l’aveva gestita negli ultimi secoli. Volli ad un certo punto testarlo per cui senza preavviso gli chiesi: «Scusa la domanda, magari un tantino personale, ma tu sei un sardo con o senza la coda?» Ponendo una certa enfasi sulla parola coda.

Mirko mi guardò un attimo stranito, più incuriosito dalla domanda, che offeso dalle possibili implicazioni sessuali, che la frase poteva sembrare avere ad un non sardo, segno che aveva capito benissimo a che mi riferivo.

«Che ne sai delle code sarde tu?» Mi domandò chiaramente incuriosito, ma anche divertito a giudicare dal sorriso che aveva ponendomi la domanda. «Ahh sai sono uno che legge molto.» Gli risposi facendo il vago. «Non credo che questo tipo di argomento si trovi sui libri: di solito questo tipo di domande le fanno solo certe persone che hanno saputo da altre, come loro, ma di origini sarde la questione della coda;» mi apostrofò Mirko.

A questo punto era inutile continuare a nascondersi dietro mezze frasi e finte domande casuali: aveva fatto capire che sapeva di cosa parlavo quindi, se non altro, ne era informato anche se, non necessariamente, praticante.

«Alla fine, Mirko, comunque non mi hai risposto» gli dissi, sorridendo come a sfidarlo. Senza guardarmi in faccia: «Beh diciamo che so cosa sia una coda e cosa implichi per un sardo averla. So chi le cerca, chi le usa e come le usano. Io lo faccio? Forse, a volte, ma molto raramente, visto che comunque farlo ha sempre un costo. Tu immagino non abbia la coda, ma mi pare di capire che comunque sei dell’ambiente.»

La risposta era evidente, salvo non volessi fare il fesso e tentare di prenderlo in giro, ma non volli farlo: «Diciamo che bazzico da quando avevo 11 anni, grazie ad un nonno premuroso che mi ha addestrato, dopo la sua morte.» Mirko non fece alcun sussulto o sguardo strano alla frase «dopo la sua morte» quindi detti per scontato che capiva cosa intendessi.

Seguì una chiacchierata lunga e pacata confrontandoci su tecniche, addestramenti e credenze più o meno metropolitane, di questa cosa della coda sarda, ed alla fine mi fu chiaro che, secondo le loro leggende, avevano la coda i discendenti di una stirpe di giganti che popolarono l’isola della Sardegna in un lontano passato, ma qui nasceva un dubbio: «Scusa Mirko, ma se solo i maschi ereditarono il seme della magia, rappresentata dalla famosa coda, come facevano a nascerne di nuovi se le donne erano escluse dal procedimento?».

Mirko mi sorrise rispondendomi: «Non è che le donne sono escluse da questa eredità, solo hanno un altro distintivo invece della nostra coda. D’altronde te la immagini una poveretta con la coda? Chi l’avrebbe voluta in sposa???».

Mi diedi dello stupido pensando a quello che mi aveva appena detto: era più che normale che, se questi giganti del passato, avevano lasciato al maschio un segno del proprio seme magico, sicuramente avrebbero fatto lo stesso con le loro donne, e di certo una donna con un ciuffo di pelo lungo e fitto all’altezza del coccige non sarebbe stata allettante per un compagno, seppur con la coda anche lui.

Vidi l’ora: ormai erano le quattro passate del mattino e chiesi a Mirko che volesse fare. Lo vidi pensarci su e gli chiesi quale fosse il problema. «Il fatto è che è molto tardi, se mio cugino non è ancora rientrato, o se è rientrato ed è già a letto con le cuffie, al suo solito, mi tocca suonare e svegliare gli zii per rincasare e non mi va vista l’ora.

«Risolviamo in fretta Mirko» gli dissi quasi senza nemmeno pensarci, «andiamo a casa mia e dormi nel divano letto in sala, così non disturbi nessuno e a casa torni in orari più decenti senza svegliare nessuno.»

Mirko era un po’ dubbioso: evidentemente era combattuto tra il finire per disturbare gli zii o il disturbare me per il doverlo ospitare. «Tranquillo Mirko, sono attrezzato per soste di emergenze varie di amici e/o parenti; per quello ho il divano letto in sala, sempre pronto ed attrezzato.» Alla fine Mirko si fece convinto, ed accettò la mia proposta di ospitalità.

Arrivati a casa usai le chiavi per aprire il portoncino facendogli segno di seguirmi, ma quando salii i tre gradini che portavano al piano principale, mi resi conto che Mirko non era dietro di me. Mi girai e lo vidi fermo davanti al portoncino che si guardava intorno.

«Problemi Mirko?» gli chiesi. «Beh mi pare di capire che non saremo in due, e non mi pare molto ospitale il tuo coinquilino.» Sorrisi tra me e me, mi ero scordato che aveva la coda e che quindi sicuramente avrebbe percepito la presenza del mio coinquilino non corporeo. «Scusa Mirko ma mi è passato completamente di mente di avvisarti che la casa aveva già un suo inquilino quando la presi in affitto, ma non devi preoccuparti, abbiamo avuto tutto il tempo di presentarci e di smettere di farci la guerra: adesso siamo, se si può dire, degli amiconi

Mirko chiese a voce alta, e chiaramente non a me: «Posso? Non creo problemi ?». Prese l’assenza di una risposta come una risposta affermativa, così almeno gliela rifilai, e Mirko tranquillizzato dalla mia spiegazione, entrò in casa seguendomi più sereno. In effetti quella notte il mio coinquilino non si fece proprio sentire in nessun modo, nemmeno con me.

Lo accompagnai a fare un rapido giro della casa, sopratutto per mostrargli dove potersi lavare e fare una doccia se avesse voluto, e la sala dove, una volta aperto il divano letto già pronto da usare: era vero tutto sommato che lo tenevo sempre pronto all’uso perché capitava spesso che qualcuno, amici o sconosciuti come i ragazzi del concerto dei Pink Floid a Venezia, si fermasse a dormire da me; quindi aprendo il divano letto Mirko si trovo il letto pronto da usare con lenzuola e federe pulite con relativi cuscini.

Mirko si fece una doccia veloce e poi diede la buonanotte e scese in sala mettendosi a letto. Una volta sentito che si era sdraiato, mi feci una doccia veloce, pure io, e andai a dormire, prima di scivolare tra le braccia di Morfeo sussurrai: «Mi raccomando: lasciaci dormire stanotte!!» Non ebbi risposta per cui la presi come una risposta affermativa del mio coinquilino abituale.

Verso le 6 e trenta, mi svegliai: nonostante fosse una domenica, comunque anni di sveglia sempre alla stessa ora avevano, inevitabilmente, programmato il mio orologio interno per svegliarmi a quell’ora. Tesi l’orecchio per cercare di capire se Mirko si fosse già alzato o meno, ma sentii solo il silenzio di una casa dormiente, per cui mi alzai, scesi in cucina e preparai delle brioche che avevo in freezer, per colazione. In meno di mezzora la cucina, e l’intero piano terra della casa, profumava di brioche appena sfornate, e probabilmente il profumo era così intenso che svegliò anche Mirko.

«Buongiorno! Dormito bene ?» La domanda era più per me che per lui, volevo capire se l’inquilino lo avesse lasciato dormire o meno. «Si, si: il materasso e comodissimo.» Mi fece di rimando Mirko, «meno male va» pensai tra me e me. «Ho delle brioche appena sfornate se volessi fare colazione Mirko.»

Si presentò in boxer in cucina con i capelli tutti arruffati. «Beh in effetti farei volentieri colazione, se mi fai compagnia.»

Gli indicai il suo posto alla penisola che avevo già attrezzato per noi due e lui si sedette aspettandomi educatamente per iniziare a mangiare. Parlando la sera prima mi aveva avvisato che appena sveglio era poco reattivo fino al primo caffè, così gli presentai una tazzina fumante e gli porsi lo zucchero. Mirko prese la tazzina se l’avvicinò al naso ed aspirò profondamente; poi trangugiò il caffè caldo senza nemmeno zuccherarlo. «Ahh adesso si comincia a ragionare» esclamò e dopo aver atteso che io prendessi la prima brioche si tuffò sul vassoio a prendere la sua e cominciare a mangiare come se l’occasione di mangiarne, non si sarebbe presentata per bel po’.

«Ehi piano Mirko: ce ne sono ancora in freezer; 15 minuti in forno e sono pronte» gli dissi sorridendo. Mirko si rese conto, solo in quel momento, della figura che forse stava facendo: seminudo, in casa di uno appena conosciuto che si strafogava di brioche appena sfornate. «Scusami, ma è una vita che qualcuno non mi prepara la colazione: non ci sono più abituato, mi sto comportando da troglodita.»

Detto questo, velocemente, si alzò andò in sala e tornò con i jeans indossati e finendo di infilarsi la maglietta mentre si sedeva nuovamente. «Ecco, forse così passo meno per bifolco». Sorrisi e non commentai, soprattutto sul fatto che lo preferivo nella versione precedente: non c’era sufficiente conoscenza per buttarsi tanto in là di prima mattina!

Finita la colazione, mentre si commentava il giro turistico della serata, Mirko se ne uscì con un: «qui a Verona conosco un altro sardo con la coda, ma lui è uno che pratica da una vita e conosce le tradizioni molto meglio di me: se vuoi approfondire la magia sarda, posso metterti in contatto con lui.»

Gradii molto la sua offerta, perché, davvero, ero curioso di approfondire questo tipo di conoscenza: come diceva il nonno: «più ne saprai, nella vita, meno probabile sarà che qualcuno ti colga impreparato.»

«Posso darmi una sciacquata prima andare?» Gli risposi che sapeva dove fosse il bagno così sparì su per le scale raggiungendo il bagno, ed io mi imposi di non seguirlo con una scusa banale: sarebbe stato sciocco, visto poi che da li a qualche girono sarebbe ripartito per tornare in patria come diceva lui.

Quando scese era lavato, pettinato e vestito a modo, pronto per rientrare a casa degli zii, così presi le chiavi della macchina e ci accingemmo a partire. In 20 minuti fummo davanti casa di Thomas, e Mirko mi disse, passandomi un post-it: «Restiamo comunque in contatto, sempre che ti vada, magari la prossima volta che vengo su mi fermo da te invece che da mio cugino, così avremo più tempo di conoscerci più a fondo.»

L’ultima parte della frase l’aveva pronunciata parandomi un sorriso malizioso che mi confermò che avevo ragione e che ci poteva essere un interesse reciproco, se non fosse stato per le rispettive residenze.

«Volentieri Mirko: come hai visto di posto a casa mia ce n’è in abbondanza per amici ed ospiti, e approfondire» qui calcai il tono con un sorrisino di risposta «la nostra conoscenza piacerebbe molto anche a me».

Ci salutammo e scese dalla macchina: un saluto veloce e si avviò verso il cancello della villetta dei suoi zii.

Già mi immaginavo il mio amico assalirlo con cose tipo «ma sei matto? Dormire a casa sua? Ma lo sai che è gay?» Sorridevo all’idea di quella scena: certo che Mirko sapeva che ero gay, era uno dei motivi per cui aveva chiesto di essere ospitato al prossimo viaggio.

Passano un paio di mesi e ricevo una email da Mirko, che mi comunica che verrà a Verona, e mi chiede se l’invito resta valido, dicendo anche che se non lo è dovrà rimandare il viaggio perché è in rotta con il cugino e gli zii.

Ovviamente gli confermo che l’offerta di ospitalità resta valida in ogni momento così ci mettiamo d’accordo per trovarci all’aeroporto di Verona due giorno dopo.

Venerdì, intorno le 17, ero allo scalo davanti il portone delle uscite aspettando Mirko, che mi aveva avvisato, via messaggio, che era in orario e, tempo pochi minuti, sarebbe uscito.

In effetti dieci minuti dopo lo vedo arrivare con la sua sacca alla marinara sulla spalla e con il suo sorriso, a dire il vero un po’ forzato: analizzo l’aura e come mi aspettavo, visti i messaggi dei giorni precedenti, è grigia: tensione, preoccupazione, incertezza sul come proseguire. Non inizio con le domande a raffica subito, voglio dargli il tempo di ambientarsi all’arrivo e di non avere l’impressione che mi deve delle spiegazioni.

Saluti di rito, raggiungiamo la macchina e ci dirigiamo verso casa. «Immagino vorrai darti una rinfrescata dopo il viaggio Mirko;» Mirko però era preso dai suo pensieri e non mi risponde. Il viaggio verso casa fu tutto così: silenzio coperto dalla musica dello stereo della vettura.

Arrivati a casa entrò, questa volta senza chiedere permesso all’inquilino, altro segno che era preso dai suoi pensieri. Si stava dirigendo verso la sala, immagino pensasse di dormire ancora sul divano letto. «Seguimi Mirko: il divano letto è per le occasioni volanti: sapendo per tempo questa volta che venivi, ho fatto in tempo a preparare la stanza degli ospiti.» Sempre in silenzio mi seguì su per le scale ed in stanza. Gli indicai un armadio vuoto per i suoi vestiti, il suo letto, un caricatore con diversi cavetti USB per ricaricare i suoi dispositivi, e l’altra anta dell’armadio con dentro asciugamani ed un accappatoio con delle ciabatte infradito. Insomma quello che io consideravo il minimo sindacale per un ospite degno di quella definizione.

«Devi scusarmi se sono di poche parole» iniziò Mirko, ma sono un po’ preso da un problema di cui vorrei parlarti dopo che mi son fatto una doccia.»

Gli dissi di fare con calma, che avevamo tutto il fine settimana a nostra disposizione, se lui non avesse già fatto altri programmi. Dopo la doccia lo sentii andare in camera e sdraiarsi sul letto: aveva bisogno di riposare o pensare, ed io non volevo fargli fretta.

Per cena decisi di preparare della pizza, così da non dover uscire e poter parlare. Intorno le diciannove decisi che fosse ora di cenare, o quanto meno di tirarlo giù dal letto. Bussai alla porta, aperta a dire il vero, della sua stanza e quando mi rispose con un tono che indicava che si stava ancora svegliando, gli dissi «Mirko ho pensato volessi cenare a casa ed ho fatto della pizza, se vuoi sarà pronta tra circa 10 minuti.»

Mirko mi rispose biasciando che sarebbe sceso subito ed io tornai in cucina a vedere di sistemare piatti e necessario per cenare. Mirko mi raggiunse in nemmeno 5 minuti: era chiaro che si era vestito per restare a casa, non che la cosa mi creasse problemi, ma mi faceva piacere che avesse un’aura più limpida: forse a furia di pensare si era chiarito le idee.

Mangiammo la pizza parlando del più e del meno, del viaggio e dei progetti, molto vaghi, per il fine settimana. Finita la cena preparai un caffè e gli dissi di andare in sala che lo avrei portato li. Bevuto il caffè ormai eravamo al punto in cui o avesse iniziato a parlare o si sarebbe presentato un momento di silenzio imbarazzante per entrambi!

Fortunatamente Mirko non era intenzionato a permetterlo: «Sai quando son rientrato a casa di Thomas l’altra volta ho deciso di parlargli della coda e delle sue conseguenze: visto poi che anche lui ce l’ha sebbene cerchi di nasconderla depilandola periodicamente.»

Lo guardai incuriosito mentre gli rispondevo: «Ah avete questo genere di confidenza?» Mirko mi guardò per un attimo di traverso poi sorrise: «Non farti strane idee, solo che quando sono da lui dormiamo nella stessa stanza per cui ho avuto modo di vedere anche la sua coda, oltre ad averla sentita.»

Capii a cosa si riferiva: all’aura, forse nemmeno sapeva come si chiamasse; stava diventando evidente che per quanto riguardava la magia Mirko doveva essere un auto didatta.

«Immagino» ripresi io questa volta «che tuo cugino non ne sapesse nulla visto che se la rade periodicamente.» Questa volta fu Mirko a guardarmi sorridendo come per sfottermi: «non mi dire che tu e Thomas…» lasciò la frase in sospeso volutamente. «Assolutamente no !!» Risposi calcando su un tono quasi infastidito, «semplicemente abbiamo frequentato la stessa palestra per una stagione per chi ho avuto modo di vedere i segni della depilazione in quella zona, e sapendo che è sardo di origini, mi son fatto un idea di cosa fosse e perché se la depilava.»

«Già» rispose sconsolato Mirko «Io stupidamente non ho, invece, pensato al perché se la depilasse, così che quando ho iniziato a parlare di magia ha dato di matto.» Praticamente adesso tutti i vostri amici sanno che io sono fuori di testa e che mi credo uno stregone» aggiunse, ancora più sconsolato, prima di continuare «e quel che è peggio e che ne ha parlato ai miei zii e mia zia, ovviamente ne ha parlato con mia madre, la quale mi ha fatto un culo così per aver toccato l’argomento.»

Capivo in che genere di ginepraio si fosse infilato, sebbene non me lo avesse detto era chiaro che lui con sua madre ne aveva parlato, e lei gli aveva proibito, in maniera piuttosto chiara, di parlarne con altri, includendo automaticamente tra gli altri anche i parenti che non fossero di primo grado.

«Tua madre quindi sa, soltanto, o pratica anche ?» La domanda era piuttosto personale, e poteva portare ad una secca risposta da parte di Mirko, ma a questo punto dovevo capire bene come stavano le cose. «Sai che non so dirtelo?» Riprese Mirko, «sapere sa sicuramente cosa sia la coda e che io ce l’ho, che poi, lei, pratichi anche o meno la magia, questo non lo so: non abbiamo mai affrontato la cosa in maniera così diretta.»

«Quindi quale sarebbe il tuo piano con Thomas?» Gli chiesi: a questo punto volevo capire se io avevo un ruolo o ero solo un punto di appoggio per il suo viaggio. Mirko mi guardò dritto negli occhi, quasi in tono di sfida: «voglio dimostrare a Thomas che non mi sono inventato tutto e fargli vedere qualcosa che lo convinca definitivamente; fatto questo, poi, decida lui se vuole tagliarmi fuori dalle sue conoscenze o meno, ma almeno non passerò per un bugiardo impazzito!»

Era chiaro che voleva usare la magia, in sua presenza, per convincerlo che diceva il vero, ma cosa avesse in mente di preciso non mi era chiaro e questa cosa andava definita subito: «Io che ruolo doveri avere in questa cosa Mirko? Giusto per capire come muovermi. E bada bene: fossi anche solo un punto di appoggio per i tuoi viaggi qui a Verona non sarebbe un problema.»

Mirko era, chiaramente, sulle spine per quello che voleva dirmi, ma che non sapeva come dirmi. La sua aura continua a cambiare di colore in base ai momenti in cui credeva di aver trovato una soluzione ed il momento successivo in cui gli diventava chiaro che quella non era una buona soluzione.

«Il fatto è che io di magia non so quasi nulla, per cui mi servirebbe il tuo aiuto.» Lo disse tutto d’un fiato come se esprimere questo concetto fosse l’unico modo per riprendere fiato. «Chiarisci Mirko: vuoi che ti insegni la magia? O vuoi che la usi davanti a Thomas? O, peggio ancora, vuoi che la usi su Thomas?» Temevo la risposta a questa domanda: nel migliore dei casi non era fattibile insegnare la magia a distanza; e gli altri due casi non necessariamente comportavano dover fare del male a Thomas, cosa che non avrei assolutamente fatto mai a scopo dimostrativo.

Così con Mirko ci siamo preparati all’azione: Mirko sapeva che Thomas era molto legato ad un suo portachiavi, regalo di un amico morto in un incedente stradale. Non sapeva dove lo avesse riposto ed era da un po’ che cercava, arrabbiandosi ogni volta con se stesso, perché considerava l’oggetto un ricordo importante, e non si dava pena per averlo risposto tanto distrattamente da non ricordare dove.

Insegnai a Mirko un incantesimo di localizzazione; dovemmo ripetere l’esercizio molte volte perché Mirko si appropriasse delle capacità necessarie per portarlo a termine al primo tentativo. Procedemmo per tentativi: io nascondevo un oggetto che gli facevo prima vedere, e lui doveva localizzarlo.

Inizialmente lo esercitavo a cercarlo in casa, nelle ore successive iniziai a lasciare in giro l’oggetto esca in giro quando eravamo fuori e lui doveva, comunque riuscire a trovarlo.

Fortunatamente avere la coda, quindi il suo seme della magia, abbreviò di molto il percorso di apprendimento e la dimestichezza con l’incantesimo arrivò in fretta.

Ora restava il problema di come gestire la cosa con suo cugino: l’incantesimo, come sempre, andava espresso a livello mentale, e questo lo rendeva poco appariscente, mentre in questo caso serviva qualcosa di ben visibile per fare colpo su Thomas.

Dopo aver passato tutto il giorno ad allenarsi, Mirko si sentiva pronto, o quanto meno era impaziente di ricucire i rapporti con Thomas. «Davvero ti senti pronto? In realtà non sai dove ha perso l’oggetto: potrebbe essere in casa o chissà dove. E come ormai sai bene, più è distante e più energia ti servirà per rintracciarlo.» Mirko ci pensò un attimo su e poi: «Si questo l’ho capito, ma lui è praticamente certo che l’oggetto in questione è in casa da qualche parte, ed è certo di non averlo mai portato fuori dal villino.»

«D’accordo, se ti senti pronto allora passiamo all’azione;» lo incitai; così prese il telefono e lo chiamò. Fissarono l’appuntamento per le 21 della sera stessa, perché dal suo punto di vista, Thomas pensava che prima si facesse e prima avrebbe tappato la bocca a Mirko su queste sciocchezze sulla magia e Mirko, di contro, prima fosse stato e prima avrebbe dimostrato a Thomas che non era un pazzo che si inventava le cose.

Chiaramente l’incontro venne organizzato a casa di Thomas approfittando del fatto che i genitori erano al teatro, quella sera, e che sua sorella sarebbe stata fuori con il proprio ragazzo. Chiusa la comunicazione telefonica, però, Mirko si fece prendere dai dubbi: «Ma sarò capace a farlo sotto stress? Se poi non riesco davvero mi sarò giocato il legame con Thomas» e così via; cercai di rassicurarlo, ricordandogli che era riuscito nel rito tantissime volte ormai nelle ultime ore, e male che fosse andata gli avrei dato una mano senza far capire nulla a Thomas.

Questo parve rassicurarlo un po’, così passammo il resto del pomeriggio girando per la città, impedendogli così di pensare alla serata che avrebbe dovuto affrontare da li a poco. Alle otto e trenta eravamo già parcheggiati davanti casa di Thomas: Mirko era chiaramente nervoso, per cui dovetti ricordargli di respirare e di calmarsi altrimenti si che rischiava di fare un buco nell’acqua !!

Non servì nemmeno bussare alla porta: Thomas, chiaramente era teso quando suo cugino, per cui era già da un po’ che stava alla finestra aspettando di vederci arrivare. Quando lasciammo la macchina per incamminarci verso il cancello, Thomas si precipitò ad aprirci; ci fece entrare, e feci caso che prima di chiudere la porta si guardò intorno, come a verificare che altri non avessero notato che suo cugino Mirko fosse appena entrato a casa sua.

«Allora» iniziò Thomas, perché c’è anche lui?» Il lui chiaramente ero io, e Thomas non si spiegava la mia presenza; Mirko ne approfittò per dargli al prima stilettata: «Beh visto che qui non sono più benvenuto, ho dovuto chiedere a lui se mi ospitava, pur sapendo che rischiavo la mia verginità visto che è un caghineri

Aveva chiaramente detto gay in sardo per rendere più pesante, il ricordo a Thomas, di quando aveva chiesto a Mirko se fosse impazzito a dormire a casa mia visto che io ero dichiaratamente gay. Thomas arrossì violentemente alla parola caghineri ed io dovetti fare piuttosto fatica a non mettermi a ridergli in faccia: se era così rischioso dormire a casa mia, come mai allora aveva corso il rischio, per una intera stagione, di girarmi dinnanzi nudo quando andava e tornava dalla doccia in palestra?

Chiaramente tenni per me queste considerazioni, sebbene la voglia di chiederglielo spudoratamente fosse tanta, eravamo qui per cercare di ricucire il rapporto tra Thomas e Mirko per cui le mie, eventuali rivendicazioni, passavano in secondo piano.

Thomas accusò il colpo e ritenne buona la spiegazione, ci mancava solo dirgli che ero, anche, uno stregone per mandarlo definitivamente fuori di testa! «Allora che dovresti fare di così eclatante da farmi cambiare idea?» Chiaramente il tono di Thomas era di sfida, ma Mirko, seguendo il mio consiglio, non cadde nella trappola e restò tranquillo. «Ti ricordi il portachiavi di Andrea che non torvi più?» Chiese Mirko a Thomas. L’aura di Thomas, al solo sentire il nome di questo Andrea, alterò di scatto: da gialla per il tono di sfida, ad un grigio cupo per le sensazioni di tristezza per la morte del suo amico. «Certo che me lo ricordi: sai bene che non riesco più a trovarlo, e che questa cosa mi fa stare molto male, come se avessi mancato di rispetto ad Andrea, nell’aver perso il suo regalo.»

«Bene» disse di rimando Mirko, «allora usando la magia, lo ritroverò così da fartelo riavere.» Thomas lo guardò stranito, si domandava se Mirko si rendesse conto che se questa cosa non avesse funzionato la loro amicizia probabilmente sarebbe stata rovinata per sempre. E dall’aura di Mirko era chiaro che lui stesso stava considerando la cosa alla stessa maniera.

Mirko disse a Thomas di spostarsi nella sia camera da letto così da poter partire da un probabile punto in cui potesse essere un oggetto così importante per lui. Thomas accettò senza fare storie e salimmo nella zona notte.

Come avevo spiegato a Mirko, lui prese un foglio bianco dalla stampante del computer di Thomas e con una matita trovata sulla scrivania disegnò in maniera approssimativa la pianta della casa: due volte per il piano terra ed il piano notte, ed una terza per il piano interrato che aveva una disposizione totalmente diversa. Thomas lo osservava, senza però chiedere spiegazioni su cosa Mirko stesse facendo. Una volta finito gli schizzi della casa, ci fece sedere per terra chiedendo a Thomas, in particolare, di cercare di no muoversi e non fare rumore: Thomas sbuffò, ma accettò di farlo. Una volta seduti, Mirko comincio ad intonare l’incantesimo di reperimento.

Lo fece in sardo come gli avevo suggerito, così che Thomas potesse capire il senso di quello che pronunciava. Continuò a ripetere l’incantesimo finché non si sentì pronto e carico: a quel punto chiese a Thomas di passargli la catenina che portata al collo, appeso al quale c’era un piccolo crocefisso. Thomas borbottò qualcosa ma gliela diede: Mirko se ne avvolse una parte intorno al dito indice della mano sinistra e si fermò sul primo disegno, quello che rappresentava il piano notte della villetta. Restammo in attesa in silenzio, forse Thomas con il fiato sospeso; dopo un paio di minuti Mirko mi guardò sconsolato e cambiò disegno: questa volta usò lo schizzo che rappresentava il piano terra. Riprese a salmodiare l’incantesimo con la catenina, sempre avvolta, all’indice sinistro. Questa volta però, dopo qualche secondo, la catenina inizio a roteare, dapprima in maniera appena, appena percettibile, ma poi aumentando, sempre di più il raggio del cerchio che disegnava nell’aria.

«Vabeh sei tu che lo fai girare» borbottò Thomas; lo ripresi io mentre Mirko restava concentrato: «Se fosse anche così lascialo fare: se è lui che fa girare la catenina, allora comunque non troverà l’oggetto che cercate!» Thomas mi guardò torvo, ma mi diete ascolto. Mirko interruppe quello che stava facendo: allontanò gli altri fogli in modo che fosse visibile solo quello del piano terra; riprese il canto dell’incantesimo, e questa volta la catenina inizio a fare un movimento verticale: avanti ed indietro sempre solo in una specifica zona, dove in realtà c’era il camino in sala. Mirko prese la matita a tracciò una linea appena visibile seguendo il movimento del crocefisso. A quel punto ruoto di 90° il foglio e riprese a salmodiare la catenina riprese a dare un movimento verticale sempre nella stessa zona di prima: Mirko fece diverse prove spostando il crocifisso in altri punti del disegno, ma quando lo faceva il movimento della catenina si fermava subito. Quando tornava in quel punto dello schizzo la catenina riprendeva il movimento. Riprese la matita e tracciò un altra riga leggera andando ad incrociare, in modo perpendicolare, il tracciato che aveva fatto nel movimento precedente.

«Fatto» disse Mirko a Thomas, «il punto di incrocio delle due righe è dove sta il portachiavi. Thomas guardò il disegno e ci pensò un attimo: ma è dove ce il camino: fosse anche li sarà cenere!!» Mirko lo guardò un attimo dubbioso domandandoli «ma scusa non hai detto che era un porta chiavi? Se lo era sarà stato in metallo no?» Thomas rispose in maniera affermativa capendo dove Mirko voleva arrivare. Si alzò lui per primo dirigendosi verso la porta, quando ci fu davanti aprendola ma senza girarsi disse «allora mica abbiamo finito! Voglio proprio vedere se salterà fuori il portachiavi!!»

Sorrisi mentre io e Mirko ci alzavamo per seguirlo , scendemmo in sala e cominciammo ad ispezionare il camino: ovviamente Thomas ispezionò la parte esterna del camino, adducendo al fatto che sicuramente non era li perché lo aveva cercato diverse volte tra gli oggetti sulla cappa del camino. Mirko ricordando i miei consigli, prese la pala per raccoglier la cenere del fuoco e cercò l’oggetto; ma dopo qualche secondo mi guardò sconsolato e con fare interrogativo. Gi feci cenno di guardare anche negli angoli: fosse caduto da una tasca avrebbe potuto rimbalzare sulla pietra dinnanzi a camino per finire nella parte più interna dello stesso.

«Eccolo» esclamò Mirko con un tono di trionfo soffiando su un oggetto, del tutto nero per le ceneri che si erano depositate sopra. Thomas prese in mano il portachiavi, ormai cominciava a diventare evidente che oggetto fosse. Lo prese in mano con la delicatezza con cui prende in mano un oggetto delicato come il cristallo. Aveva gli occhi rossi, segno che davvero per lui era una reliquia importante del suo amico Andrea. Ci fu silenzio: non era il momento di reclamare il diritto di scuse per essere stato chiamato pazzo e bugiardo da Thomas, e fortunatamente Mirko lo capiva da solo.

Gli feci un cenno e ci allontanammo. «Forse adesso è meglio che torniamo a casa e lasciamo Thomas al suo dolore, ci sarà tempo per chiarire le vostre rispettive posizioni. Mirko lo guardò, forse al momento incapace di capire tanto dolore per uno che era solo un amico. Mi diede comunque ascolto e tornammo a casa mia.

«Secondo te Thomas avrà capito adesso che non mi sono inventato nulla e che è tutto vero?» Mi chiese Mirko. Sembrava che davvero gli importasse cosa suo cugino credesse di lui, se non altro perché voleva mantenere i buoni rapporti con lui ed i suoi zii con cui aveva un buon rapporto, almeno l’aveva finché Thomas non se n’era uscito con la storia della magia. «Beh sicuramente adesso ha a cosa pensare: quello che ha visto è stato più che reale, i suoi sensi non lo tradiscono, per cui può anche non accettare i fatti, ma sa che è successo davvero. Da qui al fatto che voglia imparare la magia sarda poi ce ne passa un bel po’;» cercavo di tenere un atteggiamento positivo per Mirko, ma non volevo nemmeno che si facesse troppe speranze sul fatto che Thomas di punto in bianco si interessasse alla magia sarda solo perché l’aveva vista all’opera. Mirko doveva capire che Thomas pur avendo goduto gli effetti positivi della magia in questo caso, non significava che l’avrebbe accettata nella sua vita quotidiana.

«Comunque non disperare Mirko, dobbiamo dargli il tempo di digerire quello che è successo e vedere lui come vuole gestire la cosa,» Mirko parve essere d’accordo con me, aggiungendo: «però aspettare è dura: dover stare qui non sapendo come vuole e se vuole mandare avanti il nostro rapporto ti consuma.» Capivo l’ansia di Mirko, se Thomas non avesse cambiato atteggiamento, nonostante l’aver visto la magia all’opera, Mirko non aveva null’altro da tentare ormai oltre a dichiararsi uno stregone, sebbene in fasce, gli aveva anche dimostrato di esserlo. Quindi era una strada a senza unico, non poteva tornare indietro, salvo usando un incantesimo di cancellazione della memoria, ma sono incantesimi piuttosto complicati e con risultati non sempre prevedibili, per cui si usano di rado. Poi non sarebbe stato onesto e per come avevo conosciuto Mirko poteva essere tante cose, ma non un disonesto, men che meno con Thomas a cui sembrava davvero legato.

Eravamo in giro per la città dopo aver mangiato una pizza, quando suonò il cellulare di Mirko: «Si, d’accordo, fra una mezzora? Va bene. Si certo ci sarà anche lui. A dopo.» Avevo capito la maggior parte della telefonata, ma chiesi a Mirko comunque conferma: «Thomas?» Si mi rispose Mirko piuttosto euforico, «che diceva?» Mirko era preso dai suoi pensieri per cui no mi rispose subito: «vorrebbe vederci tra mezzora al parco vicino casa sua.» Sorrisi tra me e me: «immagino sua sorella sia già rientrata!» Sorrise rispondendomi: «ovvio, perché altrimenti vederci fuori casa, ma così vicino? Non vuole parlarne in casa ma non vuole nemmeno muovere quel grosso culo!!» E sorrise mentre saliva in macchina.

Arrivammo al villino, parcheggiamo e proseguimmo a piedi verso il parco di zona. Lo trovammo seduto alla bullo su una panchina; culo sulla spalliera e piedi sulla seduta. Odiavo chi si siede così sulle panchine pubbliche, ma lasciai perdere: non era quello il momento di far notare quando fosse poco educato sedersi in quel modo dove poi devono sedersi altre persone. «Ciao ragazzi» ci salutò Thomas appena ci vide. Rispondemmo al saluto e poi silenzio da entrambe le parti. «Ragazzi forse doveri farmi un giro: avrete diverse cose di cui parlare, e non credo che la mia presenza sia necessaria o appropriata visto che son cose vostre. Solo se torni a dormire da me chiamami al cellulare che vengo a riprenderti Mirko, ok?» Mirko annuì pensieroso e Thomas non disse nulla, per cui me ne tornai al parcheggio presi la macchina e tornai a casa domandandomi come sarebbe finita fra quei due cugini testoni.

Arrivato a casa decisi di comportarmi come se fossi solo, avrei fatto una doccia letto un po’ di un romanzo che avevo iniziato durante la settima poi sarei andato a dormire. Se Mirko non avesse risolto con suo cugino, per avesse avuto ancora bisogno di un appoggio per dormire mi avrebbe chiamato, e con il cellulare sul comodino ed abituato alle chiamate per la reperibilità sapevo che mi sarei svegliato non appena il cellulare avesse preso a suonare; ma quella notte il cellulare non squillò, per cui: o passarono l’intera notte a chiacchierare oppure le cose erano rientrate nella norma Thomas aveva dato ospitalità a Mirko facendolo dormire di nuovo da lui. Sapevo solo che erano le 6 e 30 del mattino e non avevo ricevuto chiamate.

«Con tutto quello che potresti fare, non hai di meglio che seguire quei due fessi?» La frase mi tuonò nella testa infastidendomi non poco: ricevere messaggi telepatici quasi urlati appena svegliati non era il massimo. «Premettendo che non sono due fessi ossia uno è un mio amico e l’altro è suo cugino, a te che interessa alla fin fine?» Chiaramente era il mio inquilino che stranamente era rimasto fuori da questa faccenda: da quando Mirko era arrivato il pomeriggio precedente sino ad ora non si era fatto ne sentire, ne si era manifestato ne con me ne con Mirko, il che in effetti mi aveva un po’ incuriosito. «Adesso che hanno fatto pace il moccioso torna a dormire dal cugino immagino.» «Tu non immagini, tu lo speri che è tutt’altra questione. A proposito, come mai te ne sei stato buono buonino ieri ed oggi? Di solito non sei così carino con i miei ospiti;» lo stuzzicai volutamente perché davvero ero curioso di questo cambio di atteggiamento. «Diciamo che prima si leva di torno e meglio sto!» Ecco adesso lo riconoscevo, ma sentivo che mi stava nascondendo qualcosa e volevo sapere cosa; «allora che problemi hai con Mirko?»

«Ti sembro uno che può avere dei problemi con un mortale?» Mi chiese con tono quasi annoiato, ma ormai lo conoscevo abbastanza da sapere quando cercava di glissare, ed era quello che stava tentando di fare e non avevo nessuna intenzione di permetterglielo!! «Allora che mi nascondi; sembra quasi tu abbia paura di Mirko, nemmeno con me hai mai usato tanto i guanti bianchi!» La misi come se mi stessi offendendo per essere stato preso meno sul serio di Mirko. L’aria in camera comincio a muoversi; guardai le finestre ed erano entrambe chiuse, ecco altro ospite in arrivo. «Allora diglielo su, che fai ti vergogni?» Altra voce ed ormai la riconoscevo al primo accenno: era la creatura delle colline che aveva deciso di aggregarsi, cos piuttosto anomala per il suo modo di fare. «Buongiorno anche a te» dissi rivolgendomi all’aria che ancora si muoveva in camera. «Buongiorno a te Maestro del Mattino.» Da quando aveva avuto conferma del mio nome mistico gli piaceva usarlo sempre quando era con me. Forse perché sapeva che a me dava fastidio: se lo avesse sentito chi non doveva concerto sarebbe stato un bel problema, ma non c’era verso: a lui piaceva chiamarmi così ed io dovevo sperare sulla sua capacità di sapere quando poteva dirlo senza farmi correre rischi!

«Allora cosa mi nascondente voi due? E tu creatura delle colline non fare il finto tonto che è chiaro che sai cosa lui vuole evitare.»

Silenzio da entrambi finché «allora se non glielo dici tu glielo dico io;» aggiunse la creatura delle colline. «Basta che qualcuno mi dica che sta succedendo» aggiunsi io forando un apparente tono scocciato.

L’inquilino sbottò: «io non ho nulla da dire;» mi rivolsi alla creatura delle colline «e tu che hai da dirmi allora?» Come spesso capitava, per darmi l’illusione di parlare con un corpo la creatura delle colline faceva muovere l’aria dando l’impressione che qualcuno fisicamente si stesse muovendo vicino a me; «beh pare che il tuo amico Mirko stia indigesto al tuo inquilino.» Rimasi sorpresi: se qualcuno gli stava antipatico di solito non faceva nulla per nasconderlo, anzi si dava un gran da fare con manifestazioni spiritiche evidenti per farlo scappare via!

«Pare che il tuo amico Mirko sia un sardo di una linea di sangue particolare»… silenzio… «e quindi?» Lo incalzai, era fastidioso dover alimentare il suo ego a volte, ma o facevi così o lasciava i discorsi in sospeso anche per giorni. «Beh pare che discenda da una famiglia di streghe sarde dedicate agli esorcismi, per cui cacciarlo da qui per lui sarebbe un gioco da bambini.» Mi pareva di vedere uno dei tanti volti mostratimi dalla creatura delle colline in passato, con un ghigno stampato sul muso.

«Ma se per insegnargli un semplice incantesimo di localizzazione ci ho messo quasi un giorno??!?! Che vuoi che possa fare al mio inquilino?». La creatura delle colline rise, con quella sua risata cristallina che era così rilassante e minacciosa allo stesso tempo. «Vero, ma con quello che gli scorre nel sangue gli basterebbe volerlo per cacciarlo via, perché credi sennò che da quando bazzica casa tua non si sia mai fatto sentire quando cel Mirko qui; e lo sai quanto gli piace fare la prima donna con i tuoi nuovi amici.» L’inquilino non interveniva nella discussione, per cui immaginai che la creatura delle colline avesse ragione, altrimenti avrebbe tentato di smentirlo in qualche modo.

«Comunque stai pure tranquillo: finché ci vivo io qui, nessuno ti caccerà via di qui !!» Speravo che l’inquilino capisse che ero sincero con lui. «Non avrebbe motivo poi nemmeno per provarci, non ti pare? Non ti ricordi come fu educato il primo giorno che venne qui? Ti chiese persino il permesso di entrare.»

«E questo è strano» si intromise la creatura delle colline, «in effetti come istinto, visto che ti ha percepito, avrebbe dovuto colpire senza preavviso e isolare la casa da te.» Risposi io: «Magari perché era mia ospite? Non sarebbe stato carino essere ospitato per la notte e come prima cosa avviare una guerra con il mio inquilino: io sicuramente non l’avrei presa bene». L’inquilino sembro sobbalzare: « e che avresti fatto? Mi avresti difeso ?» Mi resi conto che la conversazione stava diventando assurda, comunque gli risposi senza pensarci nemmeno un attimo: «certo che ti avrei difeso: dividiamo casa e nessuno deve permettersi di metterci il becco. Al massimo gli concedo, se non gli sta bene, di girare i tacchi ed andarsene, non certo di attaccare un mio coinquilino!» «Interessante» si intromise di nuovo la creatura delle colline, «tu lo difenderesti da un tuo pari che ha nel sangue il recidere il legame tra un infestante ed il suo infestato ?» «Chiariamo una cosa» risposi «a casa mia valgono le mie regole non quelle di qualsivoglia casta di stregoni o maghi; come dicevo prima se non sta bene loro, possono anche tornare da dove son venuti.» Avevo volutamente usato la terza persona plurale per escludere la creatura delle colline dalla ipotesi: di certo no volevo mettermi a litigare con lui di prima mattina!!! «Saggia scelta di verbi Maestro del Mattino» e segui la sua solito risata cristallina. «Vuoi evitare lo scontro con me mi pare di capire.» La chiacchierata stava prendendo una brutta piega: «io non voglio confrontarmi con nessuno: dico solo a casa mia valgono le mie regole, Punto.»

La creatura delle colline parve accontentarsi di questa risposta perché non prosegui il discorso che poteva prendere una gran brutta piega!!

«Comunque questo stregone va addestrato!» disse all’improvviso la creatura delle colline. «Se stai pensando a me, non vedo come: vive in Sardegna e capita qui occasionalmente; sarebbe un addestramento che richiederebbe dei decenni per avere una qualche risultanza seria.» Silenzio… di solito significava che la creatura delle colline stava pensando a come risolvere il problema. «Forse se gliene parlassi si trasferirebbe qui in pianta stabile per il tempo necessario.» Non potevo credere che stesse dicendo sul serio: «Cioè dovrei mettermi in casa un allievo per 5/7 anni ed a che scopo: io non conosco nemmeno la magia sarda!!» «Vero da questo punto di vista sei limitato ancora;» aggiunse la creatura delle colline soprappensiero non considerando che avrei potuto anche prenderla vagamente come una offesa. A quel punto pensai «Adesso ti sistemo io» e preso il toro per le corna senza pietà gli dissi: «perché non te lo prendi come tuo allievo: tanto non hai problemi a spostarti e non hai certo problemi di tempo!!» Di nuovo silenzio… «anzi perché non ti trasferisci direttamente da lui e resti li?» si inserì l’inquilino, ma il tono da sfottò era troppo chiaro per essere preso sul serio!!

«In effetti è parecchio tempo che non addestro nessuno, potrebbe essere stimolante.» Disse la creatura delle colline. «Chiaramente io non voglio essere tirato in ballo» precisai immediatamente. «Questo lo desiderò io via via che prosegue con il suo addestramento» dal tono usato la sua non era una supposizione, era una cosa che aveva già deciso. «E come ti presenti lui? Salve da oggi sono il tuo maestro?» Ancora quel tono di sfottò dell’inquilino: prima o poi avrebbe avviato uno scontro se la piantava di usare quel tono da saputello. «Beh ci son diverse possibilità: può presentarmi il Maestro del Mattino, oppure potrei prendere forma umana per qualche anno, mentre lo addestro. I modi non mancano.» Gli rammentai «io ne resto fuori: non dimenticartelo.» La reazione, purtroppo fu quella che mi attendevo: «tu resti fuori finché io decido che puoi restarne fuori, mi pare normale.» E per lui il discorso era chiuso lui sul mio entrarci o meno.

«Insomma gente,» iniziai, «stiamo parlando pur sempre di una persona: non credete che debba dire la sua in merito? O si decide noi per lui indifferentemente da cosa stia bene a lui o meno?»

Questa volta la voce della creatura delle colline fu sottile e tagliente: «tu hai potuto decidere quando tuo nonno ti ha addestrato? NO. Alloa non vedo cosa c’entri la volontà di Mirko in questa cosa: stiamo decidendo del suo futuro da stregone, mica di chi deve sposarsi!!». Cercai di calmarlo sperando che l’inquilino non saltasse fuori con qualche sua battutaccia proprio ora!! «Devi capire però,» creatura delle colline «che le priorità di un mortale son diverse dalle nostre. Non credo si avrebbe un buon risultato imponendogli la cosa a forza. Poi magari mi sbaglio visto che tu hai molta più esperienza di me in queste cose.»

Ormai era tardi: si era messo in moto: «Va bene: è deciso, il ragazzo va addestrato e me ne occuperò io. Non servirà che me lo presenti: mi presenterò da solo quando sarà il momento e fidati: non mi dirà di no!!» «Non ho dubbi, creatura delle colline, che non si rifiuterà, immagino tu sia essere molto convincente solo, se mi è consentito, non forzarlo se non si sente pronto. Poi è chiaro che deciderai tu Come muoverti.»

Dando l’impressione di non avermi minimamente ascoltato «Bene direi che è stato discusso tutto quello che andava discusso su questo argomento: adesso vado: scendo a casa sua che comincio a consocerò la sua famiglia ed i suoi amici.» L’aria nella stanza si fermò. Ecco semplicemente se n’era andato.

«Perché fai il lecchino con lui?» Mi chiese il coinquilino, «Non faccio il lecchino, cerco solo di evitare scontri inutili, cosa che tu invece pare vai cercando a tutti i costi: lo sai vero che con lui non hai possibilità?» Sbuffò, segnale che pure lui se n’era andato. Restai solo seduto sul letto a pensare alla decisione della creatura delle colline di far diventare Mirko un suo allievo. Sarebbe stata una cosa positiva? O negativa? Per quel poco che la conoscevo la creatura era una creatura molto potente, quindi in teoria aveva molto da insegnargli. La mia preoccupazione restava però se avrebbe solo addestrato Mirko o se lo avrebbe plasmato a sua immagine e somiglianza, Il secondo caso mi spaventava perché ancora non conoscevo affatto il lato più oscuro della creatura delle colline e qualcosa mi diceva che era meglio così, ma se fosse diventato maestro di Mirko, a quest’ultimo sarebbe stata risparmiata la parte più oscura dell’animo della creatura delle colline? O anche quella avrebbe fatto parte dell’addestramento?

L’unica cosa da fare era aspettare e vedere come sviluppava l’addestramento di Mirko e sperare di non entrare in contrasto con la creatura delle colline per quello che gli stava insegnando: sarebbe stato uno scontro piuttosto sanguinolento se fossimo arrivati ai ferri corti io e la creatura delle colline!!!

 

 

 

Cap. 11 – La Chiesa Sconsacrata

Spesso, appena fuori dalle nostre città, ci sono posti interessanti da visitare: incantati o stregati che importanza ha? Ci attirano comunque.


Era novembre inoltrato, un novembre di quegli anni in cui, ancora, la nebbia poteva essere definita tale, ossia talmente fitta che se guardavi a terra vedevi si e no le tue ginocchia.

Quel tipo di giornate mi avevano sempre fatto sentire bene: non ho mai capito la gente che si trova a disagio nella nebbia, al di la del senso di protezione che mi da, percepire le persone, più che sentirle o vederle fisicamente, mi ha sempre dato il vantaggio di capire subito con chi avevo a che fare. Solo che questa pareva essere una caratteristica tutta mia.

La maggioranza delle persone che conoscevo, e pure di quelle che conosco tuttora, si sentono a disagio nella nebbia: il non poter usare i solito sensi per identificare le persone o le cose, pare sia il motivo principale di questa sensazione di disagio che la nebbia sembra inculcare nelle persone.

Era un sabato mattina, ed era un po’ che avevo programmato una camminata per le colline appena fuori dalla città: avevo letto di vecchi manieri, chiese sconsacrate ed altre cose, più o meno, interessanti da visitare. Ero conscio del fatto che probabilmente appena salito un po’ di quota la nebbia si sarebbe diradata, ma per intanto me la godevo camminando per la città dirigendomi verso la zona est, per raggiungere uno dei tanti percorsi per amanti delle camminate, che portavano su, ed attraversavano le colline.

Ho sempre preferito camminare, finché ho potuto, quindi allora venticinquenne impavido, che potevano essere mai una quindicina di chilometri, da fare a piedi, per raggiungere questi posti che mi tanto mi interessavano??

Partii intorno le otto del mattino fermandomi, strada facendo, presso la mia pasticceria preferita, così da caricarmi di carboidrati e liquidi, leggete pure abbuffarmi di cornetti, bomboloni e quanto d’altro il forno avesse sfornato da poco, il tutto accompagnato da una fumante cioccolata calda, coperta da una montagna di panna montata; e parliamo di panna montata vera, non quelle schifezze che si trovano nelle bombolette spray!

Ben rifocillato, ripresi il cammino verso le colline con passo sostenuto, non volevo arrivare su troppo tardi, altrimenti avrei dovuto ridurre i posti da vedere!

Arrivai al primo punto della mia personale mappa di viste verso le undici, stranamente la nebbia non si era dissolta del tutto, man mano salissi di quota, ma essendo novembre non ci feci caso più di tanto, anzi ero pure più contento: la nebbia dava un che di misterioso al castello che avevo davanti. D’accordo castello forse una volta, adesso qualche muro diroccato ancora in piedi, a testimonianza del castello che fu. Iniziai a leggere avidamente gli appunti che mi ero stampato, da internet, sulla storia di questo maniero.

La costruzione primaria risaliva al X° secolo, come spesso capitava nel nord del paese, questi vecchi castelli, con l’andar del tempo, venivano ampliati e rimessi in uso: perché sprecare quello che esisteva già ?

Più avanti nel tempo gli Asburgo ne presero possesso conformandolo alle loro necessità belliche, quindi, alla fin fine, il castello era stato in uso fino a tempi relativamente recenti pensai. Di certo con gli Asburgo era stata piuttosto fortificata: aveva 18 cannoni da 9,5 centimetri, di cui la metà rigata e l’altra no, più un paio di mortali da 24 centimetri; avevano anche un discreto arsenale: circa 48000 chilogrammi di polveri esplosive varie!

Tutto sommato la fortezza era tenuta ancora piuttosto bene: le torri erano tutte in piedi, anche se mancavano loro totalmente le merlature; purtroppo, al solito in questo paese, l’accesso era consentito solo alla corte maggiore dall’ingresso ottocentesco. Laddove esisteva la polveriera c’erano dei lavori in corso, forse da li a qualche tempo avrebbero riaperto anche quel locale, al pubblico.

Decisi che avrei fatto una ricognizione completa dell’immobile sfruttando il corpo astrale in un secondo momento: per farlo avevo bisogno di posto dove rilassarmi e non essere disturbato!

Lasciai il castello muovendomi alla ricerca del vero pezzo forte, almeno per me: la vecchia chiesa, sconsacrata, di San Venerio.

In realtà adesso è solo un immobile fatiscente, ma da voci raccolte in città, la notte c’era un certo movimento che volevo verificare: di gente così pazza da tentare di fare messe nere il mondo è pieno, ma che addirittura usino una chiesa sconsacrata, allora vanno cercando guai e pure di quelli grossi!

Mi fu chiaro da subito che le voci raccolte in città non erano solo voci osservando gli sguardi preoccupati delle persone a cui domandavo indicazioni per raggiungerla. Addirittura un anziano contadino del posto mi incitò, in dialetto piuttosto stretto, di starci lontano, che li succedevano ‘cose brutte’ e non solo, sempre di notte.

Questo non fece che aumentare la mia determinazione nel voler trovare il posto. Ed alla fine camminando su sentieri sterrati che battevano tutte le colline iniziai a sentire freddo: ma non il freddo dovuto a quella persistente nebbia che non voleva alzarsi, ma un freddo interiore, arcaico, cattivo. Mi fu sufficiente seguire quella traccia di fredda aria stantia e maleodorante per trovare quello che restava della chiesa.

Appena arrivato mi si strinse un po’ il cuore: di quella che fu la casa di religiosi e credenti erano rimaste solo le mura di cinta e, a dire il vero, a guardarle nemmeno quelle troppo sicure!

Restai un po’ fuori a guardare quei muri in pietra chiara, rifugio un tempo di preti, monaci e persone che cercavano pace interiore. Adesso però, da quello che percepivo, invece veniva dato rifugio a gente di malanimo, in cerca di vendette, di potere, di denaro e tutti in cerca di ottenere quello che cercavano in modo rapido e senza fatica. Stolti!

Ai giorni nostri dovrebbe essere noto a tutti che la magia nera richiede sempre un tributo e di norma il tributo preteso ha un valore molto più alto di quello che si chiede di ottenere, sebbene chi si propone di accontentarti non te lo faccia capire.

Entrai nella ormai distrutta chiesa, facendo molta attenzione a dove mettevo i piedi ed a dove mi appoggiavo: avevo l’impressione che il posto stesse in piedi solo grazie alla volontà di quegli spiriti oscuri spesso invocati li dentro. Il che, se fosse stato vero, era rischioso per me: avessero capito chi ero, e cosa cercavo, avrebbero anche potuto farmi crollare ciò che restava della chiesa addosso.

L’interno era spoglio come era prevedibile dall’esterno. Solo in fondo alla, quella che fu, navata, c’era una roccia malamente lavorata; ad un occhio inesperto era solo una roccia lavorata male; ma ai miei occhi, era chiaramente un altare oscuro; ossia quello che veniva usato come altare per quelle, che il popolino, chiama messe nere.

Di certo li dentro non si facevano festini per compleanni o per matrimoni: l’aria era satura, pur non essendoci più un tetto, di odori ben precisi: incensi, estratti di piante, olii essenziali e quanto altro si usava durante uno di questi riti. Erano tutte sostanze in uso per riti di magia nera, senza alcuna possibilità di essere in dubbio. Aveva ragione chi mi aveva avvisato su questo posto. Andava controllato e se necessario ripulito!

Mi levai lo zainetto da spalla, aprendolo ed estraendone alcuni sacchetti di stoffa in cui erano stivati, a seconda del sacchetto, varie erbe e cristalli. Ognuno aveva lo scopo di aprire una breccia nelle protezioni che erano state erette intorno all’immobile.

In questo modo avrei potuto curiosare all’interno durante uno dei loro incontri segreti: chiaramente non fisicamente, ma lo spostamento astrale, per queste attività, era la cosa più comoda: assistere in forma non fisica e quindi difficilmente rilevabile a cosa accadesse li dentro. Era la cosa più saggia da fare finché non avessi saputo più di preciso in cosa erano immischiati.

Mancavano solo tre giorni alla luna nuova, sicuramente un momento buono per fare uno dei loro incontri: era solo questione di avere pazienza qualche giorno e poi iniziare la caccia!!

Arrivò il terzo giorno, quello di luna nuova, così la sera mi preparai ad andare a dare un occhiata alla chiesa sconsacrata, per farmi un idea se si trattasse solo di gente stupida, o peggio, di gente che sapeva cosa stesse facendo: avevo solo il problema degli orari; a che ora si trovavano? Il mio contatto non era riuscito ad essere preciso su questa informazione, sapeva solo che si trovavano sempre e solo dopo il tramonto.

Cosa comprensibile per diversi motivi: dall’essere meno notati, man mano si arrivava alla ex chiesa, al fatto che molte entità preferivano manifestarsi in quella che volgarmente viene chiamata l’ora delle streghe, ossia intorno le tre di mattino. Vista la mia solita fortuna si sarebbero trovati per le tre, per cui mi misi l’anima in pace e mi arresi all’idea di passare la notte in bianco.

Essendo pieno inverno, il sole tramontava piuttosto in fretta, per cui avrei dovuto fare delle incursioni, più o meno periodiche, per capire a che ora iniziavano ad arrivare i partecipanti.

Decisi di usare come orario di partenza le ventidue: prima sarebbe stato ancora rischioso visto l’alto numero di posti in zona dove le coppie si imboscavano con le macchine, per avere un po’ di intimità necessaria per fare del sesso decente, per quanto in macchina.

Non ho mai capito chi preferisce fare sesso in macchina quando ha invece disponibile un bel letto comodo ed al caldo. Questione di gusti immagino!

Mi misi comodo in poltrona verso le nove e quarantacinque così da poter avviare la procedura di distacco del corpo astrale da quello fisico: mi bastavano pochi minuti all’inizio, poi diventava quasi istantaneo come processo.

Più per abitudine che per necessità o cortesia, avvisai il mio inquilino della serata in previsione così che non ci mettesse il becco dentro. Si era dimostrato di un curioso allucinante quando partivo per una caccia!!

Lascai una candela piuttosto larga accesa, così da avere un punto di riferimento in caso di bisogno di una ritirata rapida, e cominciai a rallentare il respiro e di conseguenza il battito cardiaco. Ormai erano anni che usavo questo modo di viaggiare quando mi serviva, ma non riuscivo ad abituarmi mai alla sensazione di distacco che provavo ogni volta che il corpo astrale si staccava da quello fisico.

Contrariamente a quanto si favoleggia, non c’è alcun cordone ombelicale metafisico che ti tiene legato al corpo fisico, per cui, se non stai attento a quello che combini, ed il corpo muore, tu resti incastrato nel piano astrale per il resto dei giorni di questo mondo, e non è il caso che ciò accada!!

Una volta staccato dal corpo fisico, al solito e non so perché, mi girai per guardare il mio corpo fisico seduto in poltrona: era una consuetudine che mi aveva insegnato il nonno durante i primi esercizi. Non avevo chiesto spiegazioni allora e ne me ne dette mai a riguardo.

Per spostarsi con il corpo astrale ci sono due metodi:

  • il primo prevede il percorrere il tragitto da dove sei a dove vuoi andare. È un po’ come spostarsi in elicottero seguendo un percorso ben preciso. Questo è il metodo usato di solito dai novizi, perché più facile da controllare, ed a dirla tutta anche più bello perché potevi vedere tutto il percorso che abitualmente facevi al livello del suolo camminando o viaggiando in macchina, dall’alto, godendo di una vista ed una prospettiva del tutto diversa.
  • il secondo prevedeva lo spostamento immediato: pensavi dove volevi arrivare ed eri li. Meno romantico, meno divertente, ma molto più pratico se non conoscevi il percorso o avevi fretta di spostarti.

Di norma io usavo il primo se mi spostavo per diletto, ed il secondo se invece ero a caccia, e visto che di preparazione ad una probabile caccia si trattava, mi proiettai immediatamente sopra la struttura della chiesa abbandonata. Dall’alto era totalmente al buio, indice che non era arrivato ancora nessuno, feci un giro allargando il raggio di movimento e non vedi nessun mezzo parcheggiato nelle vicinanze, quindi ne dedussi che era presto e che sarei dovuto tornare più in la durante la serata.

Feci un salto veloce verso casa e rientrai nel mio corpo in attesa del passaggio di un’altra ora per rifare il controllo. Il cane che aveva sentito il rientro nel corpo mi si avvicinò strusciandomi il muso sotto il palmo della mano: il suo modo di chiedere una coccola; ma che fosse solo una: al di la della razza, un Dobermann, era comunque un cane che non amava troppo le smancerie tipo le ore ad essere coccolato. Carattere adatto a me che non ero nemmeno io tipo da stare li mezz’ora di fila a fargli le coccole: eravamo una bella accoppiata tutto sommato!

Guardai un po’ di televisione cercando di far passare il tempo più in fretta, pur sapendo che era una pia illusione. Quando furono circa le ventitré mi distaccai dal corpo fisico nuovamente e in un lampo fui di nuovo sopra la fu chiesa, ma nulla: ancora tutto buio e silente… a parte forse… ma non ero certo.

Rientrai a casa controllando bene di non essere seguito, e ripreso controllo del corpo pensai a quella sensazione strana: pur non essendoci nessuno sul posto, avevo avuto come la sensazione che qualcun altro o qualcosa di altro fosse li in zona. Una entità che sapeva sarebbe stata invocata? Difficile: di norma le entità fanno già difficoltà a venire quando invocate, figuriamoci se si presentano prima dell’invocazione!!

Allora chi? Mi ripromisi al successivo trasferimento di controllare meglio le mie sensazioni per capire se mi fossi sbagliato o se davvero c’era qualcosa/qualcuno oltre a me a spiare quel posto.

Arrivò quasi la mezzanotte e, di nuovo, mi staccai dal corpo fisico e mi portati velocemente sulla chiesa e stavolta non era buia!!!

Fioche luci venivano dall’interno, e, da quando fioche erano, potevano essere solo candele o lampade ad olio. Di certo non lampade di un impianto elettrico o torce di quelle che si tengono in mano durante le escursioni. Mi abbassai di quota molto lentamente: non sapevo se avessero attrezzato il posto con sigilli di protezione o incantesimi rivelatori di presenze non gradite, ma non essendosi attivati i miei sigilli cavallo di troia, lasciati nel pomeriggio, capii che non si erano minimamente presi il disturbo di proteggere il posto da occhi indiscreti.

Di nuovo!! Questa volta però ne ero certo: c’era qualcun altro, in forma astrale, che stava girando intorno la chiesa! Probabilmente si era protetto come me per non vedere, ma avevo comunque riconosciuto la scia quando l’avevo incrociata. Da capire se la cosa fosse reciproca o meno, ma visto che non mi aveva creato problemi nemmeno nel precedente incontro di un ora prima, non me ne preoccupai più di tanto.

Scendendo sino a circa cinque metri di quota inizia a riuscire a vedere meglio i visi delle persone presenti. Al momento erano 5 persone, ma era chiaro che stavano aspettando altra gente da come si davano da fare nel preparare un pentacolo per terra con rami e pezzi di corteccia: la punta era direzionata verso la roccia che faceva da altare: brutto segno!! A giudicare dalla dimensione del pentacolo avrebbero dovuto essere circa una ventina di persone presenti prima di iniziare qualunque cosa volessero fare.

Arrivo un tizio, che da come gli altri gli tributavano saluti e salamelecchi doveva essere il capo della fazione. Tra l’altro era l’unico che portava, almeno al momento, una tunica rossa in seta o materiale sintetico che imitava la seta, con una serie elaborata di ricami in oro, o finto oro che fosse.

«Che ridicolo» sentii rimbombarmi nella testa. Non capivo da dove arrivasse la voce, non vedevo nessuno e a parte la presenza di prima non avvertivo nessuno, nemmeno il mio curioso coinquilino. C’e da dire che in ogni caso comunicare tra due entità astrali non è proprio un cosa da tutti, sono pochi quelli che ci riescono, vuoi per la lunga esperienza o vuoi per il seme molto forte di magia che avevano impiantato dentro.

Non sapevo come comportarmi: quello specifico commento sembrava più qualcuno che pensasse tra se e se, che una frase rivolta a qualcuno; il che mi diceva che forse non si era accorto che anch’io ero li. Sarebbe stato saggio rispondergli e palesarmi senza prima sapere chi fosse?

«Ma dove credono di essere? Ad uno spettacolo teatrale?» mi risuonò in testa prima ancora che prendessi una decisione su cosa fare a riguardo del palesarmi. Decisi per il momento di tenere un basso profilo, quindi non mi palesai e restai alla quota a cui ero: se l’altra entità fosse rimasta dove era allora stava a circa 15 metri sopra di me e non c’erano rischi che le nostre scie si incrociassero rivelandoci uno all’altro.

A quel punto, però, ero quasi più curioso di chi altro stesse tenendoli d’occhio, che non da chi fosse composto il gruppetto di pseudo stregoni che stavano nella ex chiesa.

Restai li a guardare che combinava il popolo nella chiesa, mentre arrivava alla spicciolata altra gente; si fecero quasi le tre prima che sentissi una specie di canto arrivare da sotto di me: finalmente avevano iniziato a fare qualcosa che meritasse tutta quella attesa. In poco tempo capii che non sarebbe successo un bel nulla: era una serata dedicata ad accettare un nuovo ‘confratello’ nella setta. Che fastidio: tutto quel tempo per nulla; avrei dovuto tornare in altre serate per capire che cosa combinavano davvero quei tizi quando si mettevano all’opera.

Ero pronto per trasferirmi verso casa quando salendo un po’ per evitare i muri, più per abitudine che non per necessità, incrociai di nuovo la scia dell’altro astrale. Mi bloccai di scatto: fare il morto era una buona tattica anche nel mondo astrale in certi casi, per cui cercai di non muovermi nemmeno di un millimetro. «È la seconda volta che ci incrociamo stasera: non sarebbe il caso di presentarci?» Bel tentativo pensai: se avessi risposto avrebbe avuto due informazioni fondamentali: la prima che ero un uomo, la seconda in che posizione ero. Non ci pensai proprio a rispondergli. Feci un balzo verso un bar che mi piaceva molto a Bologna poi subito un altro a Roma ed infine saltai verso Stonehenge. Restai immobile per capire se mi avesse seguito, ma dopo qualche minuto era chiaro che chiunque fosse, o non era in grado di seguirmi, o non ne aveva interesse. Per cui mi proiettai verso casa e ripresi controllo del mio corpo fisico.

Presi subito il mio diario e riportai quello che era successo con ogni dettaglio che mi ricordassi. A quel punto me ne andai a dormire promettendomi di approfondire l’indomani sera.

La giornata successiva passò in maniera normale senza eventi particolari, rientrato a casa cenai ed aspettai, leggendo un po’ che arrivasse la mezzanotte.

Quando fu ora, accesi la candela, feci accomodare il cane a fianco la poltrona al solito, e mi staccai dal corpo fisico: di nuovo quella sensazione strana di scivolamento dal mondo fisico, ma c’ero abituato per cui la accettai al solito.

Mi proiettati velocemente sopra la solita chiesa sconsacrata: c’era gente ma meno della sera prima: sembrava fossero più presi a fare qualcosa ‘per pochi eletti’ perché sentivo vorticare sulla mia testa ombre oscure, probabilmente di entità già chiamate in passato, che stavano li sperando che qualche idiota li invocasse. Mi abbassai fino al livello del suolo così da poter vedere bene che stessero combinando. Riuscivo anche a sentire le loro voci e quello che si dicevano, beh in quel momento stavano salmodiando non so bene cosa, ma nulla di buono. Erano in 5 posti in cerchio intorno ad un braciere con dentro delle braci già ardenti: cominciai a preoccuparmi davvero. Di solito quella era la preparazione di una fattura verso qualcuno, e non di quelle leggere: dovevo sapere in fretta con chi ce l’avessero.

«Hai portato i capelli e la foto?» Domandò all’improvviso uno di loro e quello proprio di fronte a lui rispose annuendo e prelevando i due feticci da una tasca della sua specie di tunica.

Girai intorno al tipo che teneva in mano gli oggetti: i capelli erano belli lunghi, per cui in linea di massima avrebbe dovuto essere una donna il soggetto, ma non era certo visto che ormai i capelli lunghi li posson portare anche gli uomini; mi spostati ancora un po’ in avanti per guardare la foto, mi venne un colpo: era una ragazzina che poteva avere si e no 10/12 anni. Che poteva aver mai fatto di male una bimba di quell’età per meritarsi una fattura così pesante?

Mi restava poco tempo per intervenire: feci un incantesimo di soffocamento levando l’aria alle braci nel braciere di bronzo intorno al quale stavano tutti, tempo 5 secondi e le braci si spensero. Stavo per colpire il tizio che teneva in mano i feticci quando di nuovo incrociai la scia della sera prima! «Eh no, adesso non ho tempo di giocare» pensai ed invocai una bolla di protezione così da rendermi invisibile anche ad una entità astrale; nel frammentare i tizi erano tutti presi a cercare di far riaccendere le braci, con tutta l’intenzione di non voler lasciare perdere la fattura che volevano fare alla bambina.

La cosa mi fece andare fuori dai gangheri: pur sapendo il rischio che correvano feci un incantesimo tempesta. Dal nulla nuvole minacciose coprirono l’immobile e cominciò a piovere a dirotto impedendo di fatto loro di riaccendere le braci. Dovetti rinforzare la mia sfera di protezione perché l’altra entità astrale pareva non voler mollare nemmeno lui e cercava in tutti i modi di identificarmi. In più, dall’alto, sentivo che le entità che si erano radunate iniziavano a perdere la pazienza per Il fatto che quei poveri stupidi mortali, li sotto, non riuscissero nemmeno a fare una invocazione per loro.

Sentii chiaramente alcuni andarsene rabbiosi, altri minacciare di fargli passare un brutto quarto d’ora per avergli fatto perdere tempo inutilmente, ma fortunatamente alla fine se ne andarono tutti a cercare altri sciocchi da usare per il loro puro divertimento.

Io, a quel punto, volevo sapere chi era la ragazzina e perché era diventata il soggetto della loro voglia di colpirla, per cui tenni d’occhio il tizio con i feticci e decisi di seguirlo fino a casa.

Gli stregoni dal canto loro avevano semplicemente dedotto che non fosse serata per fare le loro cose e decisero di andarsene ognuno per la propria strada.

Quello che puntavo, dopo aver trangugiato una dose di vino che sarebbe stato meglio evitare, si avviò verso il parcheggio e puntando una BMW, disinserì l’allarme e montò in macchina. Con il corpo astrale è difficile entrare in una macchina e restare seduto sul sedile, per cui mi misi in sospensione sul suo mezzo e lo seguii, fino a quella che credevo fosse casa sua: un’anonima palazzina, di tre piani, piuttosto vecchia. Lo seguii mentre arrancava le scale fino al secondo piano ed entrai in casa con lui. Mi corse un brivido lungo la schiena appena entrato: il fesso si era dato da fare anche nel proprio appartamento con certi tipi di riti e la presenza residua di energie decisamente negative era pesantissima.

La cosa, però, che mi fece inorridire di più, fu che la casa era tappezzata di foto della bambina, spesso ritratta con una donna, che dalle somiglianze doveva essere la madre. Lui chi era per la bambina mi domandai a quel punto? Un amante respinto della madre? Il padre biologico allontano dalla madre o chi altro ?

Decisi che visto cosa si apprestava a fare in collina potevo anche saltare a pié pari la versione tenera dell’interrogatorio. Gli entrai nella testa prima bisbigliando poi alzando sempre di più la voce; mi spaccai per uno dei demoni che voleva chiamare in aiuto, e questo rese il tizio molto collaborativo. Dopo le minacce, di rito quando ti spacci per un demone, mi raccontò tutto quello che volevo senza saltare alcun particolare.

Praticamente li era il padre della bambina, la donna nelle foto, come avevo immaginato, era la madre. Si erano separati perché lui perso il lavoro aveva iniziato a bere ed ad essere violento in casa. Quando una sera, preso dai fumi dell’alcol, colpi anche la piccola, la madre non gli diede alternativa: divorzio immediato con rinuncia di partita potestà o immediata denuncia ai carabinieri.

Nella sua memoria vedevo il livido inconfondibile di un manrovescio sul povero volto della bimba, e lui che si rendeva conto che se l’avesse denunciato subito non avrebbe avuto scampo. Per cui accettò il divorzio con la perdita della patria potestà.

Ma perché prendersela con la piccola allora, tanto da volerle fare una fattura: perché, per come la vedeva lui, tutte le sue disgrazie erano colpa della bimba, da li il volerla colpire con una fattura così pesante e definitiva.

Dovetti fare del mio meglio per non consegnare la sua anima li sul momento ad uno dei demoni che cercava la sera stessa per consegnarglielo, ma il nonno mi aveva insegnato che trattare con i demoni ha sempre un prezzo alto da pagare, per cui non lo feci.

La bimba però andava protetta in qualche modo. Per cui presi tutte le foto che trovai in casa con lei ritratta, cancellai l’intero disco del suo pc, e cancellai le, poche a dire il vero, foto che aveva sul suo cellulare.

Fatti questo me ne tornai a casa. Appena rientrato nel mio corpo misi in una scatola di legno tutte le foto, riportai il tutto fedelmente sul mio diario e andai a dormire perché se mi fossi messo all’opera subito avrei potuto fare qualcosa di cui pentirmi in un secondo tempo.

Il giorno successivo passai molto tempo, in ufficio, a pensare a cosa fare del tizio: le possibilità cattive erano tante e golose, ma sapevo di non poter esagerare, così la sera al rientro, preparai un incantesimo di offuscamento. Praticamente nell’arco di qualche giorno, diciamo una settimana, avrebbe perso il ricordo della moglie e della figlia e dei suoi amichetti della ex chiesa, in questo modo almeno le due donne erano al sicuro e lui era fuori gioco!

Lo tenni d’occhio per un po’ di tempo ed infetti più passò il tempo e meno parlava di loro due, i suoi amici della congrega della chiesa sconsacrata non capirono il perché della sua perdita di interesse sulla vendetta verso le figlia ne tanto meno il suo progressivo perdere interesse per la magia e quindi anche della loro compagnia e fini per non incontrargli più.

Restò in sospeso chi altri era presente su, alla chiesa, perché anche nel periodo in cui seguivo il tizio per controllare che il mio incantesimo andasse a segno, sentii più volte la presenza di qualcun altro li con me, ma come non volle palesarsi, non lo volli fare nemmeno io, almeno non in quella situazione, più in la nel tempo ci conoscemmo, almeno astralmente, ma questa è tutta un’altra storia !!

Cap. 10 – La Nonna e la Pioggia


A volte i sogni non sono solo sogni, ma si deve arrivare a capirlo per tempo.


Successe poco prima dell’anniversario della morte della nonna materna. Il letto era appoggiato al muro per cui girandomi verso destra mi trovavo il muro di fronte, nulla di che, ma ci volle un po’ ad abituarmici dopo l’arrivo in Italia; dove vivevo prima avevo una camera tutta mia con il letto classicamente con la testata appoggiata ad un muro, alla destra la finestra ed alla sinistra il lato con la libreria ed una piccola scrivania. Di fronte avevo il muro con la porta che dava l’accesso alla stanza.

Di certo dopo aver dormito qualche mese, appena arrivati qui, condividendo il letto, singolo per altro, con un cugino, il letto appoggiato al muro, ma tutto mio, era già un gran passo avanti !!

La nonna era morta l’anno precedente, purtroppo sotto le festività natalizie, così aveva reso quelle successive, almeno quella dell’anno in corso, più dure da vivere per i miei genitori, per noi ragazzi chiaramente la cosa pensava meno: anche questa nonna la conoscevamo poco in quanto vissuti distanti per tutta la nostra, seppur breve, esistenza.

Quella sera andai a letto come normalmente facevo, infilato nel letto inferiore del castello, sotto la coperta, fantasticando un po’ mentre prendevo sonno, come credo capiti a qualunque ragazzino di 13 anni. Mancavano diversi giorni, non ricordo quanti di preciso, all’anniversario della triste occorrenza, ed a dire il vero, nemmeno ci pensavo più di tanto; di certo l’occorrenza non era tra i miei pensieri mentre prendevo sonno.

Fu verso le tre di notte che mi svegliai di soprassalto per dei colpi che sentii chiaramente dati sul muro dove appoggiava il mio letto. Ma, un po’ per lo stato di confusione per essermi svegliato così di soprassalto, un po’ il fatto che continuavo a sentire quel suono come di qualcuno che desse dei colpi con la mano sul muro, non riuscivo a capire che stesse succedendo.

Mi ci volle almeno un minuto per svegliarmi del tutto e rendermi conto che non era possibile che sentissi dei colpi da quel punto del muro: dall’altra parte c’era il salotto, e su quel lato del salotto c’era un mobile a tre sezioni lungo quasi quanto tutto il muro, e per la precisione dove io avevo la testa dall’altra parte del muro, c’era la sezione del mobile in cui erano contenuti sopra i piatti ed i bicchieri, del servizio buono, e sotto una raccolta di stoviglie misura XXL che veniva usato di rado, tipo nelle grandi festività in cui alla famiglia si aggiungeva il parentado raggiungendo numeri di commensali che superavano le venti unità.

Quindi come diamine era possibile che sentissi battere sul muro? Ero quasi deciso ad alzarmi per andare a vedere, ma un altra raffica di colpi mi fece passare ogni velleità di investigazione, mi portai la coperta fino a sopra le orecchie e pregai perché i colpi finissero. Sembrò che le mie preghiere vennero ascoltate da qualcuno perché dopo un altra serie di colpi, poi, fu silenzio. Confesso che quella notte feci molta fatica a riprendere sonno, dopo quella interruzione.

L’indomani mattina quasi non pensai nemmeno a cosa fosse successo durante la notte, per cui non ne parlai con nessuno. La sera, prima di andare a letto, però, mi tornò in mente cosa era occorso ed andai a letto un po’ preoccupato che la cosa si ripetesse.

Ora, vuoi che mi fossi addormentato proprio con quella preoccupazione, vuoi la suggestione, ma di nuovo, alle tre circa, mi svegliai sentendo di nuovo quei colpi; ma questa volta ero più infastidito che preoccupato: chi era che mi svegliava tutte le notti a quell’ora? Uno scherzo delle sorelle? Una rapida ispezione agli altri due letti escluse questa possibilità. Mio padre o mia madre non erano certo tipi d fare scherzi, figuriamoci di quel genere poi!! Restava la nonna materna che viveva con noi, ma prima di tutto dormiva dall’altra parte della casa, seconda cosa non aveva di certo la forza per spostare quel mobile, battere sul muro e prontamente rimettere a posto il mobile.

«Dum dum dum» ed intanto i colpi continuavano. Ancora più irritato quando mi svegliai del tutto presi la decisione: mi alzai, mi infilai le ciabatte, feci un cenno a Droll, il nostro doberman, di seguirmi; fatto un passo, non sentendo rumori alle mie spalle, mi voltai a guardare che stesse facendo il cane: era li, intontito dal sonno che mi guardava come a dirmi: «ma proprio mi devo alzare? Ora?» Battei il palmo della mano sulla coscia e, reagendo a quello che per lui era un comando, il cane era già in piedi, sbadigliando, ma in piedi, pronto a seguirmi.

Presi fiato e, petto in fuori facendo il duro, uscii dalla camera presi il corridoio per l’entrata e mi lanciai in salotto, accendendo il lampadario appena ebbi messo il primo piede nel locale. Droll, dietro di me guardava incuriosito e dall’espressione era chiaro che non capiva che stesse succedendo. Controllai se il mobile fosse ancora ben accostato al muro, e lo era. Provai anche a spostarlo di qualche centimetro per rendermi conto di che forza reale servisse per spostarlo, e ce ne voleva sicuramente più di quanta io o una persona anziana potessimo disporre, per cui feci spallucce, diedi una coccola al cane e me ne tornai a letto.

Appena sdraiato e pronto per riprendere sonno di nuovo tre colpi, questa volta, pronto ai colpi, mi girai di scatto verso Droll, ma niente: non dava segno di aver sentito nulla di strano: era li comodamente appallottolato sulla sua copertina che mi guardava, avendomi sentito muovere di scatto nel letto, in attesa che lo chiamassi per farlo salire sul mio letto, visto che, in casa, ero l’unico a permetterglielo ogni tanto. Nel frammentare i colpi erano cessati, per cui riuscii a prendere sonno.

La mattina seguente però presi mia madre da parte e le chiesi se avesse sentito dei rumori durante la notte intorno le tre, non le specificai di che genere, ma lei mi guardò con quello sguardo di chi si aspetta l’ennesima assurdità dal figlio adolescente, e mi chiese che genere di rumori avrebbe dovuto sentire, ammesso che fosse stata sveglia a quell’ora!! Chiusi li il discorso: non avevo voglia di dare spiegazioni, che nemmeno io avevo, su cosa avessi sentito.

Di nuovo si avvicinò l’ora di andare a letto, e quella sera ero davvero a disagio: se fosse successo nuovamente, che fare? Con chi parlarne? Soprattutto chi mi avrebbe creduto??

Quella notte non ci furono colpi, ma una cosa ancora più strana: feci un sogno: c’eravamo io e la mia defunta nonna, in un posto che non sapevo identificare. Poteva essere tardo pomeriggio perché c’era poca luce, e pioveva a dirotto!!

Lei non sembra accorgersi della mia presenza, ed in dialetto stretto continuava a lamentarsi: «Ecco sta piovendo, ed io non ho un ombrello; e mio figlio ? Non ci pensa a sua madre qui sotto l’acqua a bagnarsi tutta??».

Poi scattava qualcosa come un fotogramma difettato e ricominciava la scena appena passata, e così, per quello che a me sembrò, tutta la notte. Mi svegliò mia madre quella mattina, cosa strana perché di solito ero uno dei primi ad essere in piedi in famiglia. Normalmente mi alzavo appena dopo mia madre e le facevo compagnia mentre preparava il caffè per mio padre ed il necessario per la colazione per noi ragazzi. Mamma stessa mi chiese se stessi bene visto che ero l’ultimo ad alzarmi quella mattina.

La ripresi da parte, e le raccontai di quell’assurdo sogno che mi aveva perseguitato tutta la notte. Lei ci pensò un attimo poi mi disse con voce un po’ rotta: «sai domani è un anno che la nonna è morta, forse quel sogno è il modo del tuo subconscio per ricordartelo. Non devi avere paura, i morti non posson fare male a nessuno. Se rifai questo sogno stanotte domattina fammelo sapere. Va bene?» Io le feci cenno di si e, tranquillizzato dalle sue parole, affrontai la giornata con calma e serenità.

Arrivò la sera e si avvicinava l’ora di andare a letto, ma non ero ne teso ne spaventato, quando andai a dare il bacio delle buonanotte a mia madre lei mi sussurrò: «ricordati i morti non possono fare male a nessuno!! Tanto meno tua nonna poi !!!» Mi diede una carezza e me ne andai a letto.

Fu in quel momento che mi sorse un dubbio: che lei ne sapesse molto di più di quanto non volesse dare ad intendere, ma non avevo modo di provarlo, per cui restava una mia impressione. Presi sonno in fretta, nonostante tutto, ma alle tre di nuovo quei colpi… ma non erano reali questa volta: ero di nuovo nel sogno, ma al posto del fotogramma rovinato sentivo i tre colpi, e poi riprendeva a lamentarsi del fatto che piovesse e che suo figlio, mio padre, non si preoccupasse di farle avere un ombrello per non farla bagnare… e avanti così tutta la notte, almeno così sembrò a me.

Al mattino, mamma era in cucina che preparava la caffettiera per papà, ma lo sguardo era interrogativo e quindi le dissi: «si anche stanotte l’ho sognata con in più i colpi nel sogno anziché reali». Mamma mi guardò, come dispiaciuta, per non sapere come aiutarmi, ma mi disse anche: «oggi e l’anniversario, vedrai che stanotte non la sognerai più».

In effetti aveva ragione: quella notte, quasi ci restai male, non la sognai, e la mattina appena alzato lo dissi a mia madre che mi rispose: «vedi? Era come ti dicevo: il subconscio è una cosa potente; tu non ti ricordavi a livello conscio il giorno, e lui te l’ha ricordato. Fai una cosa: sul calendario in camera vostra, segnati la data per l’anno prossimo così almeno te lo ricorderai e non sognerai più lei che si lamenta per non essertene ricordato.»

La trovai una buona idea per cui appena in camera segnai tra le date da riportare nell’anno nuovo, la data dell’anniversario della sua morte, certo che, come aveva detto mia madre, se lo avessi ricordato non l’avrei sognata che si lamentava.

Passò qualche settimana ed un giorno, al rientro da scuola mi disse di pranzare in fretta che, poi, doveva dirmi una cosa. Chiaramente ormai incuriosito non avevo più fame, ma non ci fu verso: «O finisci il pranzo o non ne parliamo!»

Come sempre l’ebbe vinta lei, così mandai giù il pranzo, il più in fretta che potessi, e poi le dissi che ero pronto. Mi disse di seguirla in salotto, ed una volta entrati chiuse la porta alle sue spalle. Cominciai a preoccuparmi: perché aveva chiuso la porta? Stava arrivando qualche ramanzina? Cercai in fretta di ricordare se avessi combinato qualcosa che meritava una tirata di orecchie serie, ma non mi venne in mente nulla.

«Ti ricordi il sogno della nonna?» Mi chiese senza tanti preamboli, «certo che me lo ricordo» le risposi prontamente; «perché me lo chiedi, ora, a settimane di distanza?»

Mamma era raramente nervosa da giocare con le mani, ma era quello che stava proprio facendo in quel momento: continuava a stirarsi sulle gambe il grembiule usato per preparare il pranzo; «Ecco quando mi hai detto che il sogno continuava a ripetersi mi sono insospettita…» silenzio… non parlava più «e…» la incitai a proseguire, «beh ho telefonato giù, chiedendo che qualcuno andasse a controllare la tomba della nonna».

La nonna aveva voluto essere sepolta a fianco al marito, quindi in Sicilia, era distante da noi, ma erano le sue ultime volontà per cui papà le aveva eseguite.

«Beh pare che la lastra di marmo, sopra la bara, si sia incrinata ed entrava acqua quando pioveva, bagnando tutta la bara.» Restai imbambolato. «Vuoi dire che la nonna mi chiamava di proposito, per dirmi che le pioveva in testa?»

Mi resi conto dell’assurdità della mia domanda appena finii di formularla. Mi aspettavo qualche risposta del tipo «ma non dire sciocchezze» invece mamma non rispose. Dopo un po’ prese fiato e mi disse solo: «Questa cosa resta tra noi due, nessuno, soprattutto tuo padre, ne deve sapere nulla.»

Stavo per chiedere perché, ma il suo sguardo era chiaro come una scritta al neon fuori da un bar: «le cose stanno così, non chiedere oltre e non domandare altro.»

Fu allora che capii cosa intendeva, il nonno, durante le nostre chiacchierate notturne quando mi diceva: «Tua madre purtroppo è vittima del contrasto tra la sua religione e le sue origini, trovandosi così, spesso, in situazioni in cui il cuore le dice una cosa mentre la mente le dice il contrario.»

Ricordo la stretta la cuore, nel cercare solo di immaginare in quel momento cosa stesse passando. Volermi dire: «Non spaventarti, tu sei così, puoi sentire la nonna come potrai, forse, sentire me quando mene sarò andata.» Ma sentire, anche, di non poterlo assolutamente fare, per non andare in contrasto con la propria religione.

Aveva ragione il nonno: ignorare il suo seme di magia doveva esserle costato molto nella vita personale, ma come diceva lui, era stata una sua scelta: come nessuno avrebbe potuto imporle di vivere la magia, nessuno le avrebbe potuto imporre di vivere secondo i dettami di una religione che soffocava la sua natura di soggetto magico.

Triste vita doveva essere stata la sua, so che da quel giorno la vidi con occhi diversi. Mi era più difficile andare in contrasto con lei. Le classiche liti, tra figlio adolescente e madre, mi ricordo, terminarono quel giorno. Lei sapeva che io sapevo e questo la mortificava ancora di più di quanto credessi fosse possibile, ma come mi aveva insegnato il nonno non dovevo giudicarla, ma rispettare la sua scelta, nonostante le avesse praticamente rovinato la vita: era pur sempre stata una sua scelta cosciente e solo lei poteva portarne il peso.

Cap. 09 – Tuffo nel Passato

Il tutto non sempre inizia leggendo un manuale o cercando in internet. Specialmente negli anni 70/80!

«Nonno, perché mi stai insegnando queste cose?» La voce, allora di tredicenne, non tremava, ne aveva un tono sfacciato: era davvero solo curiosità la mia. «In realtà, nipote, non ti sto insegnando nulla che tu già non sappia: ti aiuto solo a ricordare.»

Questa conversazione, pur essendo passati ormai tanti anni, mi torna spesso in mente: non riuscivo a capire, allora, il senso di memoria trasmessa. Un concetto che mi divenne più chiaro, in la, con gli anni.

Forse, allora, avrei dovuto essere più curioso del fatto che queste lezioni avvenivano solo durante i miei sogni, e da un qualcuno che era morto da tempo. Questo si, avrebbe dovuto farmi fare altre domande. Allora la trovavo una cosa tremendamente naturale, e di conseguenza non mi ponevo quesiti sulle modalità di questo modo di insegnare, ne tantomeno che fosse una persona deceduta a tenermi questo corso.

A volte, il nonno, si lamentava del fatto che queste lezioni avrebbe dovuto impartirmele mia madre, ma come diceva lui spesso: «lei ha sempre avuto una forte lotta interiore tra la sua religione e le pratiche mistiche, e questo la portava a non considerare il rischio della grave perdita delle conoscenze di generazioni di streghe e stregoni della nostra famiglia se non avesse trasmesso gli insegnamenti a te».

«Le tue sorelle purtroppo non sono nate con il seme della magia insito in loro, per cui resti solo tu, nipote, a cui tramandare le conoscenze della famiglia. Non addestrare te, vuol dire buttare al vento l’esperienza di generazioni di nostri predecessori. E tu, non avendo discendenza diretta in futuro, dovrai trovare chi, secondo te, merita di prendere questo nostro lascito affinché non vada perso.»

Allora non capivo perché era così convito che non avrei avuto figli, ma come sempre aveva ragione, e lo capii solo qualche anno dopo, quando accettati la mia omosessualità, che, in questo paese, era una condanna a non poter avere figli ne propri ne adottati.

E così son cresciuto sapendo, che durante la mia vita, avrei incontrato una persona che avrei sentito essere quella giusta, a cui tramandare le mie conoscenze affinché il nostro patrimonio di ricordi non andasse perso per sempre.

A volte mi domandano come è nata tutta questa faccenda, in realtà iniziò il giorno del funerale del nonno.
Ricordo che non vollero farmelo vedere, perché avevo sette anni, e pensavano fossi troppo piccolo per confrontarmi con la morte, ma le cose non vanno mai come uno le programma: ricordo ancora quello che allora considerai un incubo, ma che in realtà era solo il primo di una lunga serie di sogni che quantomeno potrebbero essere definiti strani!!

Quella notte sognai una stanza enorme, con molta luce; entrando nel locale c’era una bara appoggiata su due cavalletti e la testa della bara era rivolta verso di me, così che io non riuscivo a vedere chi ci fosse dentro. Nel sogno non avevo memora del fatto che il nonno fosse morto.

Ad un certo punto feci caso a tutta una serie di persone intorno la bara, tutti vestiti di nero: c’erano parenti noti, e personaggi che non sapevo chi fossero, probabilmente amici e conoscenti del nonno. Senza alcun preavviso il morto nella bara si alzò in posizione seduta, ma parve che nessuno se ne fosse accorto, perché tutti continuavano a chiacchierare tra di loro come se nulla stesse succedendo; la figura nella bara si girò verso di me, e li riconobbi il nonno. Mi guardò con fare astioso, non capivo perché: in fin dei conti era morto non più di due settimane dal nostro arrivo per cui non avevo avuto modo di conoscerlo bene, visto poi, che allora, non parlavo ancora bene l’italiano.

Non disse nulla: mi guardo soltanto con uno sguardo torvo, quasi fosse arrabbiato per qualche motivo con me. Poi all’improvviso, come si era levato si girò in avanti e si distese nuovamente nella posizione in cui era al mio arrivo nel locale. A quel punto mi svegliai, ero a disagio, sudato, spaventato da quello sguardo severo e truce; ma mi domandai che motivo poteva avere di essere arrabbiato con me in fin dei conti!!!

A quei tempi io dormivo nella stanza dei miei genitori, perché le sorelle si stavano facendo grandi e mio padre non voleva che dividessi la stanza con loro, come se invece dividerla con lui e mia madre sarebbe stato meno strano secondo il suo metro !!!

Sul mobile della stanza, vicino ad un grande specchio mobile, mamma, dopo la morte del nonno, aveva messo una sua foto li vicino allo specchio. Da quella notte, del sogno, sino ai primi contatti, ricordo che non riuscivo a prendere sonno se non mettevo la foto a faccia in giù: come se dalla foto mi guardasse ancora, con quello sguardo accigliato che mi aveva rifilato nel sogno. Mamma si accorse della cosa, ovviamente, ma collegò la cosa alla morte del nonno, per cui mi lasciò fare per un po’ senza chiedere spiegazioni.

Per un po’ di tempo, il girare la foto a faccia in giù sembrava aver risolto il problema dell’incubo fatto la prima notte; ma una notte mi ritrovai di nuovo con il nonno, questa volta, tuttavia, in una situazione molto più tranquilla: eravamo in un parco, c’era una giornata soleggiata, senza essere troppo calda: insomma una situazione ottimale per fare quattro chiacchiere. Non mi chiesi come fossi arrivato li e perché ci fosse il nonno li con me, ma percepivo la situazione come estremamente naturale.

Il nonno aveva una espressione molto tranquilla, nulla a che fare in quell’unica volta che lo avevo visto da dopo la sua morte fisica. Come se avesse percepito la mia osservazione mi disse: «Devi perdonarmi, nipote, se la prima volta che ti ho cercato ero un po’ alterato: non ce l’avevo con te.

Ce l’avevo con la situazione in generale che non mi aveva dato il tempo di conoscerci ed insegnarti quello che tua madre ha evitato accuratamente di trasmetterti.»

Non riuscivo a seguire il suo ragionamento, ma ero certo che quando sarebbe stato il momento giusto, il nonno mi avrebbe spiegato a che si riferisse. Pur non avendolo conosciuto molto in vita, in questa situazione mi dava l’idea di una persona molto gentile, dolce, quasi tenero, il che un po’ andava in contrasto con i, pochi invero, racconti che la mamma aveva fatto sul suo conto in passato.

Sapevo, anche, che la fuga di mia madre, per sposare per procura mio padre, che chiaramente il nonno non voleva che sposasse, aveva lasciato i rapporti tra mamma ed il nonno, non di certo, idilliaci. Ma da li a farne una versione totalmente diversa, da come era in realtà, mi pareva un po’ esagerato anche per mia madre.

«Non giudicare tua madre, ci sono tante cose che non sai, ed alcune non le saprai nemmeno mai, per cui accetta le cose che ti ha detto di me per come te le ha dette: con il tempo avrai la possibilità di farti una tua idea su di me, e questo mi basta.»

Era un discorso un po’ criptico, ma lo accettai senza grossi problemi, anche la parte del con il tempo mi risultava un po’ strana da accettare: lui era morto, ed io lo stavo sognando. Forse voleva dirmi che lo avrei sognato per il resto della mia vita ?

Di nuovo, come se avesse sentito il mio dubbio mi rispose: «No, no non per tutta la vita, solo per il tempo necessario affinché tu apprenda quello che devi sapere della nostra famiglia e che tu impari a difenderti da cose che, al momento, nemmeno immagini.»

Seppur le parole erano piuttosto preoccupanti, quando era lui a pronunciarle mi risultavano comunque tranquillizzanti. Avevo già notato questa cosa: qualunque cose dicesse, per quanto brutta fosse, riusciva a farmela sentire come se non dovesse preoccuparmi; e questo mi piaceva molto.

Negli anni a venire, passammo molto tempo insieme nei miei sogni, che ormai consideravo una vita parallela a quella che vivevo come un normale adolescente. Mi raccontò del nostro casato, di cosa, nel passato, avessimo fatto contro forze più o meno oscure, di come di generazione in generazione c’era sempre stata una figlia che raccoglieva l’eredita mistica della nostra famiglia.

Fino a mia madre, che per via del suo modo di vivere la sua religione non riusciva a far coesistere le due realtà. Ed a dire il vero, uno dei motivi per cui era scappata in un paese distante, era che sperava che così, suo padre, non potesse intervenire sui suoi figli cercando di insegnare loro quello che lei non era assolutamente intenzionata di insegnarci.

Alla nascita della mia sorella maggiore e successivamente alla nascita della mia sorella mediana, il nonno era sempre più preoccupato: due figlie e nessuna delle due con il seme della magia. Temeva che l’opposizione di mia madre verso la propria magia, avesse interrotto la progenie di figlie in grado di gestirla.

La sorpresa più grande, per il nonno, fu alla mia nascita; quando realizzò che in me, il seme della magia era presente; non si spiegava come mai fosse successa questa cosa: da generazioni il seme della magia era sempre stato impiantato in figlie femmine, sebbene il capostipite della famiglia fosse in realtà un maschio.

Ai figli maschi, di solito più giovani, era lasciato il compito di studiare la storia, e tramandarla, in caso di morte prematura di una madre, prima che la figlia fosse addestrata completamente. E quando mia madre disse chiaramente al nonno che non intendeva insegnarmi un bel nulla, capi il perché del suo ruolo, come secondo figlio, e maschio, di apprendere la storia e le arti: stava a lui addestrarmi visto che mia madre si rifiutava.

Il problema era che noi vivevamo in un altro paese, distante per lui che invecchiava, per raggiungerci quando voleva, e mia madre era stata chiara con lui sul fatto che non lo avrebbe ospitato a tempo indeterminato a casa nostra, visto poi, che sapeva perché si sarebbe trasferito da noi. Così il nonno studiò e mise in atto il suo di piano: a morte avvenuta mi avrebbe contattato nel mondo dei sogni e da li mi avrebbe insegnato quello che poteva.

Questo spiegava la situazione in cui mi trovavo: nonno morto, ma in visita, ormai, tutte le notti al nipote. La cosa che mi stupiva molto era che pur vivendo questa seconda vita di notte, non ero minimamente stanco di giorno. Sembrava che le due vite non si intersecassero tra loro in nessun modo.

In quegli anni, nei nostri incontri notturni, mi insegnò tutta la storia della nostra famiglia, e con un certo gongolare, mi raccontava i particolari di cruente battaglie di mie ave, contro le forze del male.
Mi iniziò alla magia bianca, avviandomi all’esecuzione di riti semplici, e via via passava il tempo, riti sempre più complessi.

Mi spiegò che ad ogni generazione a chi toccava, toccava un tipo particolare di malignità da affrontare: mia nonna per esempio aveva praticato molti esorcismi, sua madre invece si occupava di far colloquiare i morti, non sereni, con le loro famiglie; insomma diciamo che ognuno era specializzato in qualcosa di particolare, pur riuscendo comunque a coprire tutti gli aspetti della magia, se fosse servito.

Era in dubbio su di me: che tipo di specializzazione avrei avuto, o essendo tornato il seme ad un maschio, forse come il nostro fondatore, avrei avuto a che fare un po’ con tutti gli aspetti del male in senso lato. Non ne era sicuro e per questo cercava di farmi capire che non riusciva a vedere in la nel tempo se avrei avuto qualcosa in particolare da affrontare o se avrei affrontato un po’ di tutto, per cui l’addestramento fu molto intenso e su tutti i campi che poteva coprire con la sua conoscenza, che a dire il vero davvero mi stupì, per quanto era vasta.

Ricordo, come se fosse ora, le ore passate a studiare su libri che non esistevano, perché erano volumi che apparivano nel sogno, al momento in cui dovevo studiare una particolare cosa, ed il nonno mi spiegava che semplicemente evocava quello che serviva al momento del bisogno, ed i tomi comparivano tra le sue mani.
Come spiegazione, agli inizi, me la facevo bastare, ma man mano progredivo negli studi i miei perché si facevano sempre più mirati e precisi. E questa cosa, ricordo, faceva gonfiare di orgoglio, nei miei confronti, perché, a detta sua, più miravo i miei perché e più dimostravo di aver appreso.

Ci vollero degli anni prima che mi permettesse di iniziare a praticare la magia nel mondo reale, io sapevo che era per il mio bene, ma confesso che in certi momenti della mia vita reale, fu davvero dura non ricorrere a qualche incantesimo per vendicarmi sui bulletti che, come in tutte le scuole, erano presenti nella mia. Per come tutte le cose, anche su questa aveva ragione quando mi diceva: «Pazienza nipote, vedrai che più diventi potente e meno la gente ti infastidirà: percepiranno il tuo potere anche se non riusciranno a metterlo a fuoco per cui ti lasceranno in pace.

In effetti già verso i 15 anni notai che molti, dei soliti bulletti, avevano smesso di perseguitarmi, anzi mi giravano al largo e, quando erano costretti, per qualche ragione, ad avere a che fare con me, stavano ben attenti a mantenere un basso profilo.

Verso i 16 anni ebbi il mio primo incarico vero e proprio: un ragazzo di una classe diversa dalla mia, a detta del nonno, stava passando un brutto periodo perché qualcuno, che ce l’aveva con la madre, gli aveva fatto una fattura. Credevo quel momento non arrivasse più!! Avrei fatto i salti di gioia se non fosse che sapevo che nonno non avrebbe gradito una simile manifestazione, esagerata, del mio stato d’animo.

In quell’occasione poi scoprii che il nonno, se voleva, poteva parlare con me anche nella vita reale, ma era una cosa che richiedeva molta energia, e per quello, di norma, evitava.

Eravamo al solito parco nel sogno quando, passeggiando al solito, arrivammo ad una fontana: «Guarda nella fontana e dimmi se vedi chi è il ragazzo che devi aiutare» mi disse. Guardai nella fontana e stranamente vidi l’area antistante la scuola, dove di solito ci si radunava prima dell’inizio delle lezioni; guardai un po’ in giro ed a un certo punto una cosa attirò la mia attenzione: c’era un ragazzo che se ne stava per conto proprio, non che fosse l’unico, ma questo aveva qualcosa di oscuro che gli saltellava intorno. «Bravo nipote, è proprio lui!! E sai dirmi cosa è quella cosa oscura che gli gira intorno?»

Immaginai che fosse una domanda trabocchetto, per cui ci pensai un attimo poi esplosi come una granata: «Posso fare un incantesimo anche da qui nonno? O devo essere nel mondo reale per poterlo fare?» Non ricevendo risposta mi girai a guardarlo e lo vidi per la prima volta con gli occhi lucidi. E non perché fosse triste, ma al contrario era felice di vedere che tutto il lavoro di quegli anni stavano dando il loro frutto. «Certo che puoi anche da qui, anzi da qui risultano più potenti in realtà!»

Ci pensai un attimo: era meglio un incantesimo rivelatore per capire cosa fosse quella creatura? O era meglio un incantesimo di disoccultamento? Decisi per il secondo e nonno mi chiese «come mai scelto il secondo? Col primo sapresti subito con chi hai a che fare.» Anche qui sapevo c’era un tranello, e gonfiando un po’ il petto con fare da saputello gli risposi: «Perché con il primo percepirebbe che lo sto osservando, mentre con il secondo no!» «Bravo» mi rispose nonno «ma non fare troppo il saputello: ricordati cosa ti ho insegnato sull’essere troppo sicuri di se stessi.»

Me l’ero meritato, e lo sapevo, per cui incassai la tirata di orecchie e ripresi a guardare nella fontana. «Allora procedi o restiamo qui a guardare tutto il giorno?» mi incitò il nonno sorridendo. Mi preparai come mi aveva insegnato, sgombrando la mente finché non fu tutto silenzio intorno a me, percepivo a malapena il nonno che mi stava a fianco.

Cominciai a pronunciare l’incantesimo scandendo bene le parole; man mano ripetevo, più e più volte, la frase la nebbia scura che attorniava quella entità si andava diradando finché alla fine lo vidi chiaramente: era evidentemente un demone di basso livello; una forma vagamente vermifuga con due occhi grandi e bui, la pelle era di un verdastro ripugnante e, quando si spostava, lasciava una specie di bava che spariva dopo qualche secondo.

«Direi un demone di basso livello, dal colore della pelle, un affamato perenne di disgrazie altrui, per cui se non ne ha, gliele crea.» Il nonno tronfio di orgoglio disse solo «Bravo! E come te ne liberi?» Ci pensai un attimo: «O trovo chi ha fatto la fattura e lo costringo a disfarla, oppure spezzo il legame tra il demone e la sua vittima, cosa che credo sia più efficace».

«Allora domani durante il giorno sai cosa devi fare, io sarò li con te anche se non mi vedrai, ci fossero mai problemi.» Normalmente il fatto che dicesse che sarebbe stato li con me, l’avrei presa come una offesa, tipo «non mi fido di te, quindi ti seguo per vedere che non fai danni;» ma detta dal nonno sapevo che era solo davvero preoccupato, essendo la mia prima caccia reale.

Sino a quel momento avevo combattuto solo contro proiezioni generate dal nonno, quindi senza una loro autonomia di reazione, in questo caso, invece, il demone avrebbe lottato per non essere disconnesso dalla sua vittima, ed io dovevo tenerne conto.

L’indomani mattino, fatte le solite cose al risveglio, andai verso scuola: eravamo già in primavera inoltrata, per cui feci la solita scorciatoia passando a fianco ai campi che dividevano la zona dove abitavo con quella dove, invece, andavo a scuola. Appena arrivato, mi guardai in giro nel piazzale della scuola in cerca del ragazzo visto il giorno prima nello specchio d’acqua rivelatore: in realtà non lo conoscevo, per cui non sapevo nemmeno che classe frequentasse, ma dall’età potevo immaginare che fosse in terza anche lui, per cui cercai nella zona delle terze.

Si, forse stranamente, ma s’erano create, spontaneamente, delle zone per gruppo di classi, per cui tutti quelli delle prime si trovavano vicino al cancello di ingresso; quelli delle seconde vicino ai parcheggi insegnati, quelli delle terze al lato destro della scalinata per accedere alla scuola e così via. Avevo sempre trovato strana questa cosa, ma avendola trovata già in atto, al mio arrivo dall’altra scuola, me ne feci una ragione e mi ci adattai subito.

Mi venne in mente che in realtà il ragazzo che cercavo, ieri era seduto nella zona degli isolati, ossia alla base della scala per lo sgombro rapido in caso di emergenze come incendi, terremoti o altro; zona che conoscevo piuttosto bene perché la frequentavo spesso pure io. Mi incamminai verso la scala anti incendio con calma: mancavano ancora venti minuti per l’inizio delle lezioni.

Come mi aspettavo era li, esattamente come lo avevo visto nella visione nell’acqua: seduto sul gradino che scarabocchiava su un quaderno a quadretti. Sentii subito anche l’amuleto di protezione scattare ed attivarsi, ma me lo aspettavo sapendo cosa aveva intorno il ragazzo che scarabocchiava. Il problema era adesso attaccare il demone senza dare nell’occhio.

Cominciai a pensare alle varie opzioni possibili: di certo non potevo avvicinare il ragazzo, che non conoscevo, e dirgli: «Non preoccuparti adesso devo fare un incantesimo per levarti di dosso una schifezza, che qualcuno ti ha appicciato, per vendetta, nei confronti di tua madre.» Quello di sicuro avrebbe chiamato, quanto meno, un ambulanza per farmi ricoverare presso il più vicino cento di terapia mentale che ci fosse stato, ed a dire il vero non era nemmeno troppo distante: in linea d’aria l’ospedale più vicino era a nemmeno un paio di chilometri dalla nostra scuola!!

All’improvviso sentii nella testa la voce del nonno che mi incitava: «Usa il mantra a bassa voce, oppure se vedi che è sufficientemente debole anche quello mentale». In effetti avrei dovuto arrivarci da solo, ma pazienza, era la mia prima vera missione, per cui mi detti la scusa che ero abbastanza teso e ci sarei arrivato solo un po’ più tardi del nonno a capirlo.

Mi misi ad un paio di metri dal ragazzo così che non potesse sentirmi salmodiare ed iniziai a cantilenare il mantra in maniera ripetitiva: non mi aspettavo una reazione così rapida da parte del demone; d’accordo che era un demone inferiore, ma addirittura reagire alla prima ripetizione del mantra mi fece sentire piuttosto in gamba da gonfiare il petto in una forma di auto compiacimento.

Alla terza ripetizione si rese visibile mentre si avvicinava, forse più incuriosito che spaventato, a me; bene, così mi rendeva il lavoro più semplice del previsto. Il mantra in realtà era composto di due parti separate: il primo attirava l’attenzione del demone spingendolo ad avvicinarsi, a quel punto si passava alla seconda parte, che serviva a recidere il legame alla sua vera vittima giocando sul fatto che fosse distratto ed essendosi allontanato da lui.

Quando lo vidi ad una distanza più vicino a me che alla sua vittima, iniziai con la seconda parte del mantra: il demone capì solo allora cosa stava succedendo, ma era troppo tardi perché potesse porvi rimedio. L’avvio della seconda parte lo inchiodò li dove era, così da impedirgli di tornare alla sua vittima, il resto del mantra serviva a rispedirlo da dove era arrivato interrompendo il cordone ombelicale che lo teneva legato alla sua vittima.

Lo sentivo dibattersi, mentre grosse gocce di sudore cominciavano a scendermi lungo la schiena e dalla fronte. Nella testa sentivo frasi in una lingua che non conoscevo, ma il tono era sufficientemente chiaro per farmi capire che il demone mi stava minacciando pesantemente: non dovevo farmi distrarre e continuai a ripetere la seconda parte del mantra.

Più lo ripetevo e più sentivo affievolire la voce del demone nella mia testa e più sudavo. Avevo ormai la maglietta completamente fradicia di sudore, ma come mi aveva insegnato il nonno, non mi distrassi e continuai senza pietà a ripetere il mantra finché il povero demone, si fa per dire povero, alla fine cedette e sparì lasciando solo un nauseabondo odore intorno a me, almeno così sembrava visto che il ragazzo non diede segno di aver percepito odori strani, continuando a disegnare.

Quando il demone sparì definitivamente però fu chiaro, almeno ai miei occhi, che l’effetto della sua sparizione fu immediato: da una posizione afflitta con le spalle basse la testa incassata tra quest’ultime, alzò la testa, drizzò le spalle e senza motivo apparente, mise via il blocco, si alzò e raggiunse quelli, che immaginavo i suoi compagni di classe, ridendo e scherzando con loro.

«Ottimo lavoro nipote;» sentii nella mia testa, risposi ovviamente mentalmente: «Grazie nonno, mi fa sentire bene esserci riuscito, anche se non ho la più pallida idea di chi lui sia.» Sentii la sua classica risata cristallina prima che riprendesse: «È un bene che sia così, perché sarà quasi sempre così; aiuterai gente che non sa chi tu sia e nemmeno cosa tu stia facendo per loro, per cui è bene che ti abitui a non ricevere nemmeno un grazie per quello che fai per loro.»

Su questo argomento, il nonno, aveva sempre insistito molto usando spesso la frase: «Fai del bene per quello che senti dentro, non per quello che ti daranno loro in cambio, altrimenti non sarebbe fare loro del bene, ma solo fare qualcosa per farti sentire bene.» Ed a furia di sentirmelo ripetere, avevo iniziato a pensare ci fosse qualche fregatura dietro, ma solo oggi avevo finalmente capito cosa intendesse con quella frase.

«Adesso muoviti che hai lezione: non è che perché hai levato di mezzo un demone fai festa!!!» Sorrisi e mi avviai verso le scale che portavano all’acceso all’immobile della scuola, entrai e feci la mia giornata di lezioni, come se non fosse successo nulla al mattino.

In realtà non vedevo l’ora che arrivasse sera per poter parlare di nuovo con il nonno, volevo imparare di più ed imparare a farlo bene, visto come mi ero sentito bene per una cosa così semplice, chissà come mi sarei sentito nell’affrontare problemi più grandi e complicati.

Avrei scoperto, solo negli anni, che non sempre ci si sentiva bene dopo aver fatto un lavoro di pulizia: sarebbe capitato anche si sentirsi molto a disagio per l’intervento appena fatto, ma questa è tutta un’altra storia !!

 

Cap. 08 – Quella Strana Creatura della Collina

Uno dei miei passatempi preferiti, da quando ero arrivato a Verona, era di passare almeno un pomeriggio a settimana in biblioteca, cercando in giornali di 20, 30 ed anche 40 anni fa, fatti strani che potessero essere successi e che potevano riguardare i miei specifici interessi. Nel caso ne trovassi uno ripartivo da zero cercando ripetizioni di occorrenze simili per vedere se quell’episodio si fosse riproposto o meno nel tempo. Se si, quasi sempre c’era qualcosa di interessante da studiare.

Era un giovedì pomeriggio, e Barbara, la ragazza al bancone, ormai mi conosceva e conosceva i miei gusti in fatto di ricercai, quindi mi apostrofò con un: «Da che anno vuoi partire oggi?» Le sorrisi e le dissi che avevo tutto il pomeriggio libero, che nel nostro linguaggio, quasi codificato, voleva dire che potevo patire da parecchio indietro.

Così decisi di partire dal 1950. Fortunatamente con l’avvento dei computer non serviva passarsi tutte le microfiche del giornale, ma si poteva chiedere al sistema di fornire solo copie in cui erano presenti solo alcune tipologie di notizie. Barbara sapeva che io cercavo notizie di fatti strani o qualunque cosa fuori dall’ordinario. Fece una veloce indagine a partire dal primo gennaio 1950 e subito le si illuminò il viso: «Sei fortunato oggi: già al 3 di gennaio c’è qualcosa.» Aspettai pazientemente che il sistema finisse la sua ricerca e che stampasse il risultato, poi mi scelsi una postazione con il computer libero e mi misi all’opera.

Ovviamente il 98% delle notizie apparentemente interessanti erano storie inventate da gente in cerca di cinque minuti di notorietà, ma a volte, invece, si trovavano notizie davvero interessanti. Così mi misi verificare e depennare spesso, ahimè, le varie notizie estrapolate dal sistema, finché non trovai qualcosa che attirò la mia attenzione, e di norma, quando succedeva, allora qualcosa sotto di interessante c’era!

Il titolo dell’articolo riportava: «Animale selvatico spaventa gli abitanti delle Torricelle.» Poi l’articolo spiegava che diverse persone che passeggiavano lungo le strade sterrate della zona nord delle Torricelle, erano state terrorizzate da un animale, mai avvistato peraltro, che faceva versi gutturali molto profondi e aggressivi. L’animale inquietante questione, veniva sempre localizzato lungo i bordi delle strade, ma mai sulla strada, come se volesse evitare di essere avvistato.

La forestale, interpellata per fare luce sull’accaduto, teorizzano il passaggio di un orso bruno, sebbene non siano state trovare ne impronte ne ciuffi di pelo che tipicamente si trovano al loro passaggio. Inoltre, sempre la forestale, trovava difficile confermare che si trattasse di un plantigrado, perché in effetti non era mai capitato che si fosse spinti cosi a sud rispetto alle zone dove abitualmente vivono in veneto.

Si, la notizia poteva essere di quelle che mi interessavano, però mancava ancora la contro prova, ossia la presenza di notizie simili negli anni precedenti o successivi a quello che stavo leggendo. Chiesi a Barbara di fare una ricerca all’indietro per una 10na di anni mentre io andavo alle macchinette e prendere due caffè: uno per me ed uno per Barbara.

Pronti i due caffè tornai verso il bancone e già dalla espressione della Barbara capii che all’indietro nel tempo non c’erano notizie simili e le dissi, posando il suo caffè vicino alla sua tastiera: «niente eh??» Lei scosse la testa per confermarmi che non aveva trovato nulla. «Ok c’è ancora una possibilità: prova a cercare per circa 10 anni in avanti da allora» e mentalmente incrociai le dita.

Barbara con la velocità di una consumata segretaria fece volare le dita sulla tastiera e poi sorseggiò il suo caffè mentre aspettava la risposta dal computer centrale.

Ad un certo punto, un suono acuto familiare, insieme al caffè andato quasi di traverso a Barbara, mi fece capire che c’erano delle corrispondenze! «Sei fortunato!! Dal 1950 al 1996 ci sono occorrenze multiple di eventi simili.» «Proprio fortunato» sussurrai io mentre mi godevo già la caccia a non sapevo bene ancora cosa!!

La testina della stampate ad aghi comincio a ronzare mentre imprimeva sulla carta quelle informazioni che volevo tanto leggere, ma dovetti aspettare con calma che stampasse tutto prima di poterci mettere le mani, e gli occhi, sopra.

Quando la stampante espulse l’ultimo foglio fino al punto di taglio, Barbara, con molta attenzione stacco il foglio dalla stampante e mi passò il piccolo blocchetto che si era formato, visto il numero di pagine stampate. «Ti ci vorrà una settimana per verificare tutta quella roba» disse Barbara indicando il blocchetto di fogli stampati. La guardai sorridendo: «sai che per me è un passatempo, non ho fretta. Ci metterò il tempo che serve: non ho nessuno che mi corre dietro.»

Quello che non sapeva la Barbara, era che avevo avuto un colpo di fortuna mentre lei era a casa per un raffreddore, ed avevo avuto accesso alla lista utenti e password che il suo sostituto teneva sempre in giro per il bancone perché non ricordava mai la sua di password.

Quella lista, più l’aiuto di un amico nerd, mi garantivano accesso al loro sistema anche di sera o festivi se mi fosse servito. Chiaro non c’era il silenzio che c’era li, ma quando avevo fretta di concludere era comodo poter accedere alla banca dati della biblioteca da dovunque potessi attaccare un modem.

Mi rimisi alla mia postazione e cominciai a spulciare i vari articoli che il sistema aveva estrapolato: per la maggior parte erano corretti, solo una piccola percentuale erano stati estrapolati erroneamente, ma per colpa di titoli degli articoli troppo simili all’originale.

Senza farmi vedere entrai nel menu di ricerca, al quale chiaramente un utente della biblioteca non avrebbe potuto accedere.

La prima cosa che verificai fu se l’autore degli articoli fosse sempre lo stesso, e per diversi anni dal 1950 lo era. Un certo Giancarlo Fedoni. Presi nota sul mio blocchetto, poi verificai chi scrisse il primo articolo successivo al suo e se fosse sempre lui a scriverne. Delusione: ogni anno cambiava, ma arrivando al 1990 fino al 1999 il giornalista era sempre lo stesso, un certo Fabio Daldosso.

Presi nota anche di questo: appena fuori le prime cose da verificare erano se entrambi fossero ancor vivi e se il secondo lavora ancora o meno per il quotidiano locale.

Misi il blocco di carta stampato dal computer nello zainetto, spensi il computer così da cancellare la cache e mi diressi verso il bancone per salutare la Barbara: era stato un pomeriggio tutto sommato fruttuoso, almeno sino a quel momento.

Arrivato a casa feci uno schema delle cose da fare l’indomani, ossia cercare sia Fedoni che Daldosso presso l’Arena per capire se lavorano ancora li o meno, anche se sul primo avevo forti dubbi.

Al mattino successivo cercai il numero di segreteria dell’Arena e durante una pausa sul lavoro chiami chiedendo di entrambi; il primo come immaginavo era in pensione da anni, ma il secondo, anche se ora faceva lavoro di segreteria lavorava ancora li. Chiesi alla signora che mi aveva risposto come poter organizzare un incontro con Daldosso e lei, molto gentilmente mi diede il numero diretto dell’ufficio.

Aspettati la mia pausa pranzo e lo chiamai. Rimase piuttosto sorpreso in particolare per gli articoli a cui facevo riferimento. Mi spiegò che allora era stato appena assunto e gli rifilavano le cose che nessuno voleva gestire, insomma la classica gavetta anche li. Gli chiesi se era possibile vederci per parlarne, dandogli come motivazione che stavo scrivendo un pezzo per una rivista on line del mistero e che quindi le sue informazioni mi sarebbero stare molto utili.

Dovetti essere convincente, perché accettò di incontrarci in un bar di sabato, praticamente il giorno dopo, ed io ben felice confermai.

L’indomani alle 14 e 55 ero già al bar sebbene l’appuntamento fosse per le 15 e15: odio arrivare in ritardo, per cui ho sempre cercato di arrivare prima ad un appuntamento. Mi sedetti ad un tavolo all’aperto, immaginavo che preferisse così visto di cosa dovevamo parlare.

15 e 10 puntuale anche lui lo vedo entrare al bar, avevo cercato sue foto su internet cosi da sapere almeno che aspetto avesse; gli faccio cenno con la mano mentre gli chiedo. «Fabio ?» Lui fa cenno di si e siede al tavolino piuttosto tranquillo. Lo studio un attimo: passano gli anni, ma lui è rimasto ancorato al suo passato: veste ancora come un fricchettone, camicia bianca con sopra gilet di chissà quale abito.

Collana tipo indiana (d’America) al collo, al polso un bracciale in rame con la testa di una qualche divinità pre colombiana, ed immancabile coda di cavallo con i capelli ormai più bianchi che castani. Gli diedi merito, mentalmente, di essere almeno coerente con se stesso pur passando gli anni. Aveva anche una di quelle borse in lana intrecciata tipicamente Indio, che a giudicare dallo spessore conteneva un bel po’ di roba.

«Allora Fabio, vedo che sei venuto ben attrezzato» gli dissi indicando la sua borsa. Lui la guardò e mi rispose «Beh sei stato piuttosto specifico sulla tua richiesta, ho pensato che magari qualche cosa potesse esserti utile dalla fonte.» In effetti aveva ragione, ma non pretendevo che stampasse il tutto e me lo portasse, magari si poteva prima parlarne così poteva stampare solo quello che mi serviva.

Come se mi avesse letto nel pensiero riprese il discorso «sai negli articoli pubblicati, molti particolari son stati omessi perché il direttore di allora li credeva troppo crudi per pubblicarli; magari invece son importanti per la tua ricerca ed il tuo pezzo.»

E così dicendo prese quel pacco di carta dalla sua borsa e me lo passò. Poi cercò nelle sue tasche qualcosa ed infine trovò quello che cercava: una chiavetta USB con il logo del giornale. «Puoi tenere tutto sono ristampe io gli originali li ho sul mio computer ti ho fatto anche una copia dei file, così ti eviti di dover riscrivere le parti che vuoi usare.» Tanta cortesia professionale mi impressionò: avevo già avuto a che fare con giornalisti, ma nessuno si era mai mostrato così cortese. «Fabio non so che dirti, davvero sei stato gentilissimo.»

Mi guardò un attimo e poi aggiunse «In realtà lo faccio anche per un motivo egoistico: io non so cosa ci fosse dietro quegli accadimenti, ma sono certo che qualcosa di strano c’era se tu arrivassi a scoprire cosa sia mi piacerebbe che me lo facessi sapere.» Capii dove voleva arrivare, ed in fin dei conti a me non cambiava nulla parlarne con lui o con un altro giornalista. «Tranquillo se scopro qualcosa la storia è tua!!

E mi pare il minimo visto la documentazione che mi stai passando!» Vidi Fabio rilassarsi: era chiaro che non fosse certo che io appoggiassi la sua domanda di avere l’esclusiva o quanto meno la precedenza in caso di storia interessante. Peccato per lui che se fosse stato interessante, come intendevo io, dubito fortemente che il suo direttore lo avrebbe autorizzato a pubblicare il pezzo !! Comunque a me non costava nulla dirgli che sarebbe stato il primo ad avere le eventuali novità e lui di queso era contento.

«Ma dimmi, Fabio, tu che idea ti sei fatto di questa storia?» Volevo capire se si era mosso in direzione scientifica o se aveva valutato la possibilità dell’argomentazione paranormale.

«Beh all’inizio avevo preso per buona la faccenda dell’orso sconfinato da nord, visto poi che c’erano stati i precedenti di Fedoni, ma propio leggendo i suoi pezzi, la cosa ha iniziato a non tornarmi: niente impronte, niente pelo, niente orso trovato a distanza di tempo, anche morto per fame o per via di un cacciatore, e al tempo mi informai preso il centro controllo fauna selvatica del Trentino, ed a loro non risultavano mancanti orsi di quelli che tenevano controllati.»

«Quindi che idea ti sei fatto?» Lo incalzai, «beh vedrai dagli appunti che son tornato diversi giorni dopo a cercare impronte di giorno e ne ho trovate, solo che non erano di orso. Ho fato fare il calco da un amico della scientifica, e quando ho portato il calco all’ufficio di profilassi zoofilo il veterinario mi ha chiesto se era uno scherzo o cosa.

L’impronta era chiaramente di un ovino, salvo per le dimensioni: se fosse stato un ovino reale, le dimensioni dell’impronta portavano ad un peso di oltre 100kg, e lui come veterinario non aveva mai visto una pecora, una capra o altro di ovino con quel peso.»

«Quindi che hai fatto ?» Lo incitai ancora; «Beh potevo fare ben poco, salvo negli anni successivi quando risultava ricomparire, cercare di nuovo le impronte e trovare sempre le stesse: un ovino di troppo grossa taglia. Sinceramente a quel punto mi son bloccato perché non sapevo che altro fare.»

Lui non sapeva che fare, ma io si, avendo le foto e le misurazioni di queste impronte sapevo dove andare a chiedere a chi appartenessero. Ma questo chiaramente non lo dissi a DalDosso. Passammo un po’ di tempo a fare ipotesi, lui sempre più lontane dalla realtà, io senza saperlo, sempre più vicino. Ma non potevo lasciarlo di punto in bianco, dopo che si era dimostrato così collaborativo.

Così passammo un paio di ore, calcolaci fosse il tempo giusto che dovevo dedicarli, e poi trovai una scusa per andarmene e ci salutammo promettendoci di restare in contatto per eventuali novità nelle mie ricerche.

Rientrato a casa, iniziai a pensare a come organizzarmi: c’erano diverse cose che dovevo fare prima di decidere se aprire la caccia o meno. Dovevo verificare la questione delle impronte ovine; dovevo verificare l’assenza di pelo di orso, sebbene visto il numero di anni passati da quando era iniziata questa faccenda, era improbabile che fosse sempre lo stesso orso a farsi vivo di anno in anno: fosse stato un Ursus arctos Horribilis la vita media era di 20/25 anni, mentre si fosse trattato di un Orso Bruno Marsicano si poteva arrivare ai 35 anni.

Considerando che la cosa era iniziata intorno il 1950 e che eravamo nel 1992 l’Arctos Horribilis era scartato: fuori range con l’età. Se invece si fosse trattato di un Bruno Marsicano con gli anni ci stavamo dentro, ma non con la posizione: i Marsicani in Italia vivono sull’Appennino e trovavo piuttosto improponibile che avesse attraversato l’intera pianura padana senza che qualcuno l’avesse avvistato.

Quindi, se non altro restava un rompicapo di tipo faunistico: che ci faceva in Orso Marsicano in Veneto?

Ero sempre più convinto che non si trattasse di orsi, per cui dover decidere cosa fare: e la prima cosa che mi venne in mente fu di fare un sopralluogo nelle zone in cui era stato avvistato più di frequente.

Un’altra cosa che non tornava erano le fasi lunari: tutti dicevano di averlo visto abbastanza chiaramente perché nelle notti degli avvistamenti c’erano la luna piena: ora da che mondo è mondo, gli orsi nelle notte di luna piena, pur non avendo predatori naturali, tendono a muoversi nei sottoboschi per non essere localizzati nel dalle loro prede ne da improbabili predatori; e questa cosa si assommava alle altre che mi facevano scartare l’orso come soggetto degli avvistamenti.

Consultai il lunario mancavano 3 giorni alla luna piena, così avevo il tempo di fare, intanto, dei sopralluoghi diurni, per intanto. e così feci: il pomeriggio stesso salii sulle torricelle nella zona dei presunti avvistamenti, ed infilatomi nel rado sottobosco lungo la strada comincia a cercare segni della presenza di eventuali orsi o altri animali di grossa stazza.

Mi ero stampato copie di orme dei vari tipi di orsi, in diverse fasce di età, ma anche impronte di linci, ed altri felini, sai mai si trattasse di qualche felino sfuggito a qualche circo che si fosse guardato bene dal segnalarlo alle autorità. Mentalmente mi segnai un percorso di circa un paio di metri dal ciglio della strada verso l’interno del sottobosco e perlustrai con molta attenzione il terreno in cerca di impronte, gli alberi, gli orsi si sa amano grattarsi strofinando al schiena sui tronchi, inoltre cercavo anche escrementi di grosse dimensioni: se battevano la zona per diversi giorni dovevano pure defecare da qualche parte.

Ma nonostante la massima attenzione che posi sulla ricerca, non trovai assolutamente nulla di quello che cercavo; e questo era quanto meno strano: un animale ingombrante come un orso non poteva non lasciare nessuna traccia, per cui la mia convinzione che si trattasse di altro aumentava di minuto in minuto.

C’era un però: se si fosse trattato di un qualche tipo di manifestazione di demone o entità sovrannaturale perché la mia sfera protettiva non era scattata? Di solito si erge a barriera per molto meno, allora perché adesso no? Questa cosa mi lasciava molto a cui pensare perché era un comportamento decisamente atipico.

Quando mi era stata innestata la sfera protettiva, mi era stato detto che in parte era come se avesse una sua volontà, per cui poteva scattare ancor prima che io percepissi una minaccia o un pericolo.

Ora, era vero che al momento questo animale non era presente, ma di solito anche solo le tracce erano sufficienti a far scattare la protezione. Continuano a pensare a questa cosa mentre rientrai vero casa, visto che ormai si era fatto troppo buio per continuare a cercare.

Comunque mancava poco alla luna piena per cui non dovevo aspettare altri due giorni per chiarire questo mistero, sempre che di mistero si trattasse.

Passarono i due giorni e finalmente arrivò la sera che mi interessava. Stava cominciando a imbrunire così controllai per l’ultima volta lo zainetto. S’era tutto quello che mi serviva, compreso un piccolo kit di pronto soccorso… non si sa mai!!

Ero anche fortunato: il cielo era limpido e le previsioni non davano segno di perturbazioni in transito per cui avrei avuto una bella nottata di plenilunio tutta a disposizione per le mie ricerche. Fu mentre imboccavo la salita per le torricelle che mi successe di provare quella sensazione per la prima volta i vita mia: sentii la sfera agitarsi come fa di solito prima di scattare in protezione, ma alla fine non scattò.

Fu come se fosse in dubbio, come se avesse percepito qualcosa, ma non sapesse catalogarla in positivo o negativo; e man mano salivo verso la cima del colle, sentii questa specie di dubbio più volte, ma non era una sensazione mia, era proprio della protezione. Non sapevo come interpretare questa cosa: della protezione mi avevano spiegato tutto quando me la impiantarono, ma nessuno mi parlò di dubbi da parte sue verso una situazione!!!

Appena aperto lo sportello della macchina lo sentii e questo mi distrasse dai dubbi sulle capacità di percezione della sfera. Era un odore forte, muschiato, di animale alfa del branco, ma non lo sentivo ostile o aggressivo, solo curioso. L’unica cosa che mi preoccupava un po’ era che non riuscivo a localizzarlo: era come se fosse tutto intorno a me.

Il piccolo parcheggio dove mi ero fermato era stranamente, ma forse nemmeno tanto, deserto. Normalmente era un punto di sosta per coppiette in cerca di intimità, ma che non avevano un posto dove ottenerla e quindi venivano quassù a scambiarsi effusioni in macchina. Il fatto che di solito ci fossero altre macchine era una specie di assicurazione: in caso di problemi con guardoni bastava gridare o suonare il clacson della macchina che tutti quelli vicini sarebbero scesi dalle macchine per vedere che stesse succedendo.

Diciamo una specie di accordo non scritto di mutuo soccorso. Da quando erano iniziati gli avvitamenti durante il plenilunio però, la gente evitava di venire quassù per cui ero l’unico presente, almeno apparentemente, perché almeno un altro essere era presente in quel momento e ne ero più che certo.

Il fatto che la sfera non si fosse attivata mi faceva pensare che alla fin fine non doveva essere una minaccia. Senti una voce nella mia testa: «Ummm cosa abbiamo qui ? Dominus in lucem matutinam.» La cosa, confesso mi colse impreparato: pochi sapevano il nome con cui ero stato battezzato alla fine del mio addestramento e per pochi intendevo due: io e chi mi battezzò!!

Escluso che fosse il mio mentore, visto che era morto da qualche anno la cosa mi lasciò ancora più perplesso. Mantenni la calma interiore, e gli chiesi:  «e con chi ho l’onore di parlare, o tu che conosci il vero nome?»

Il fatto che sapesse il mio vero nome richiedeva, a scopo preventivo, di mantenere un certo tipo di rispetto finché non fossi stato certo di chi o cosa era chi mi aveva contattato.

«Juna, scivola sed respektema. Saĝa de vi, tiom provizore.» Mi stava mettendo alla prova o cosa con questo cambio di lingue continue? Prima il latino, adesso l’esperanto. Se voleva confondermi , beh era sulla buona strada, per cui era meglio riprendere il controllo subito.

«Se non sei ostile palesati, affinché io possa sapere con chi ho l’onore».

Si alzò un alito di vento freddo ed un basso e profondo ringhio mi arrivo alle orecchie dal bosco alle mie spalle. «Furbo da parte tua inserire un incantesimo di rivelazione in una frase ordinaria» sentii di nuovo nella testa, «ma dovrai fare di meglio Maestro del Mattino»

«Ok» pensai tra me e me, «questo non è un fessacchiotto qualsiasi, ha identificato l’incantesimo ed è riuscito a neutralizzarlo in mezzo secondo». La situazione non stava precipitando, ma non mi piaceva comunque come stava andando: non stava andando come io avevo programmato!!

«Continuiamo a giocare o passiamo a cose serie ?» Senti questa volta una voce, vecchia ma forte. Mi girai in direzione della voce, ma ovviamente non c’era nessuno. «D’altronde sei venuto tu a cercarmi, sono giorni che bazzichi qui intorno con i tuoi incantesimi di rivelazione, non che sia servivi a molto, ma è fastidioso dover lanciare contro incantesimi di continuo» Quindi lo avevo se non altro infastidito, non dico colpito per la mia bravura, ma almeno infastidito: era già qualcosa!

«Beh se tu non ti occultassi, non sarei costretto a cercarti per capire chi sei» gli dissi. Una risata fragorosa quasi mi spaccò i timpani. «Perché se sapessi chi sono pensi riusciresti a mandarmi via nel caso?» Stava ancora sghignazzando mentre poneva la sua domanda. O era tremendamente sicuro o era tremendamente stupido.

«Non voglio mandare via nessuno» gli risposi «voglio solo sapere chi sei e cosa stai cercando da trenta e passa anni da queste parti».

«Ummm quindi se io mi mostrassi e ti dicessi cosa cerco te ne andresti per la tua strada?» Dovevo stare molto attento a questo punto: se era un demone avrebbe cercato di ottenere una mia promessa di lasciarlo in pace e avrebbe cercato di farlo con l’inganno. «Se le tue motivazioni non hanno nulla a che fare con i mortali e non sei qui per fare del male a nessuno, si, non avrei motivo di darti la caccia.» Sperai di aver formulato la risposta in modo corretto, ossia senza dargli appigli a cui aggrapparsi per restare anche fosse stato un demone.

«La caccia di solito finisce in un solo modo: uno morto l’altro vivo» Pur espressa così, il tono non era minaccioso, ero certo che non avessi voluto minacciarmi, nonostante il senso della frase. «Sai bene che ci sono sorti peggiori della morte per alcune creature» provai a rispondergli.

«È vero quello che dici: dipende tutto da chi il cacciatore e chi è la preda e se i ruoli non si scambiano durante la battuta» mi rispose. Sapevo cosa intendeva: in passato maghi, maestri dell’occulto ed altri avevano fatto una brutta fine per essere troppo sicuri di se stessi, e la loro sicurezza li aveva trasformati da cacciatori in prede con l’esito che potete immaginare.

Cercai di mostrarmi non aggressivo: «Poi non è scritto su nessuna pietra che tu sia la mia preda ed io il tuo cacciatore, ne viceversa.»

«Vero anche questo» annuì lui, «sei saggio, te l’ho già detto Maestro del Mattino?» Di nuovo mi stava prendendo in giro, o forse lo pensava davvero, ma faceva poco differenza se non si decideva a mostrarsi.

«Sei intenzionato a mostrarti, signore, o devo trovare il modo per fartelo fare?» Mi stavo spingendo un po’ troppo in la… questa poteva essere intesa come una minaccia bella e buona ed ancora non sapevo nulla di lui. «Pensi di essere in grado di costringermi a farlo, davvero?» Il tono era genuinamente sorpreso, non mi stava sfottendo, era davvero stranito che io pensassi davvero di poterci riuscire.

Ci fu silenzio per un po’ e non sapevo come interpretarlo: si preparava allo scontro ? Semplicemente mi aveva preso per borioso e se n’era andato ? Che potevo fare? Mentre le domande mi sciorinavano nella mente riprese a parlare: «Facciamo così giovane Maestro del Mattino, parliamo, conosciamoci meglio e deciderò se puoi vedermi o meno e tu deciderai se avviare la caccia o meno. Ti sta bene?»

Era stato furbo: mi aveva messo con le spalle al muro. Aveva offerto di conoscersi chiacchierando, quindi non in modo aggressivo ed aveva lasciato a me la scelta se dargli la caccia meno. Così se avessi deciso di dargli la caccia la figura del cattivo la facevo io. Non avevo scelta se non accettare: «E sia signore, chiacchieriamo e conosciamoci, magari alla fine diverremo amici». Nell’aria si senti solo un «Si magari» in lontananza.

Passammo tutta la notte chiacchierando, del mio addestramento, della sua lunga vita vissuta in questo modo effimero, entrambi sulla difensiva comunque quindi entrambi ben attenti a non dire qualcosa di troppo che mettesse in vantaggio l’altro.

Era interessante, ma stancante dover stare costantemente attenti a cosa si diceva. I primi raggi del mattino arrivarono lesti dorando il boschetto in cui ci eravamo ritirati. «È giunta l’ora di salutarsi per ora» mi disse il mio ospite. «Vero, io devo tornare a casa e prepararmi per il lavoro… sai per noi mortali l’onere del procurarsi il pasto lavorando esiste ancora.

Fece di nuovo quella risata cristallina che avevo notato già più volte nella nottata trascorsa. Una risata così non poteva venire da un essere malvagio, ma poteva essere anche voluta per ingannarmi ì: nonostante la nottata passata a parlare ancora di lui non sapevo molto.

«Allora permettimi di farti raggiungere casa più in fretta così avrai più tempo per prepararti al lavoro» e prima ancora che rispondessi l’aria intorno a me per un attimo si fece densa come l’acqua e tutto traballò come guardando il fondo di un fiume attraverso un vetro.

Quando la sensazione passò, non più di un secondo dopo che era iniziata ero davanti casa, con la macchina parcheggiata al suo posto. «Non ti ho portato direttamente in casa perché immagino che avrai diverse difese attive nell’immobile e vorrei evitarle» potevo immaginarlo che sghignazzava mentre lo diceva. «In effetti» gli risposti «non sarebbe stato un bell’ingresso senza averle disattivate prima: saggia mossa la tua.»

Come si salutava una persona/entità con cui avevi parlato tutta notte ma di cui non avevi la minima idea di che aspetto avesse? Fortunatamente mi tolse lui dall’impiccio. «Se vorrai ancora conversare con me mi trovi sempre li per altri due giorni, altrimenti il mese prossimo.»

«Sicuramente stasera sarò li a cercare la tua compagnia» gli risposi, ma non fui certo che avesse sentito cosa avevo detto, perché un attimo dopo avevo la netta sensazione che non fosse più li con me. Entrai in casa e mi feci una doccia… avevo poco tempo per cambiarmi e raggiungere l’ufficio.

Le due sere successive le passai i sua compagnia, ed il mese successivo ancora, ma per quanto si parlasse non mostrava senno di volersi mostrare fisicamente così un giorno, di qualche mese dopo il primo incontro, mi lanciai senza preavviso.

«Certo che è strano: quando hai un aspetto fisico lasci delle orme di ovino, mentre chi ti vede ti scambia per un orso. Ma assumi diversi aspetti a secondo di chi incontri?». Silenzio per qualche minuto poi mi rispose: «Come mai il mio aspetto fisico ha così importanza per te?» Bella domanda mi dissi, domandandomi se essere sincero a quel punto o meno e la decisione arrivò fulminea:

«Beh sai è un po’ che ci frequentiamo, ed avere un idea di come sei non mi spiacerebbe.» Altro silenzio di qualche minuto e poi: «Perché l’aspetto ti direbbe di me qualcosa in più rispetto a quanto sai ora? Ossia se sono un demone o solo una entità di qualche genere?» In effetti non aveva sbagliato di molto, mi scocciava averci passato tanto tempo insieme e non avere ancora idea di se e quanto pericoloso potesse essere. Ma ero anche solo curioso di capire che aspetto avesse, per pura curiosità.

Per cui decisi di essere di nuovo sincero con lui: «In realtà sono più che altro curioso di capire che aspetto hai, e si, anche di capire se tu possa diventare o meno pericoloso. Anche se sono convinto di no: fino ad ora più che spaventarsi per la tua improvvisa apparizione non hai fatto, quindi ne deduco che non sei qui per fare male ai mortali solo per il gusto di farlo, anche se non escludo che ne saresti in grado se davvero volessi.»

Una brezza improvvisa accompagnò la sua risata, ornai nota, «Beh si diciamo che se volessi potrei farne di danni, ma in realtà non ne ho più interesse: prendersela con i mortali non è divertente alla fin fine: non sono all’altezza di reagire al mio livello per cui alla fine è diventato noioso»

Silenzio di nuovo, ma questa volta da parte di entrambi: eravamo tutti e due presi dai nostro pensieri. All’improvviso notai che l’aria difronte a me cominciava a luccicare, era come se ci fosse della polvere d’oro sospesa nell’aria, ma più passava il tempo e più prendeva una forma precisa. Immaginai che avesse deciso di mostrarsi alla fine, così tacqui ed attesi che la forma che si stava materializzando diventasse qualcosa di sensato prima di parlare. Non ci volle molto, si e no una trentina di secondi ed alla fine difronte a me avevo quello che poteva assomigliare ad un fauno: corpo umano gambe da ovino, piccole corna in testa.

Stavo per dire qualcosa quando di novo l’aira cominciò a brillare nuovamente ma questa volta fu come una carrellata di figure una dopo l’altra di animali come orsi, lupi, tigri inframezzate da immagini di figure meno umane come Salamandre, Troll, Gnomi, Stregoni ed altro ancora.

L’aria balugino ancora fino a diventare molto intensa e poi nulla.. di nuovo il vuoto. «Ecco adesso sai come sono» era percepibile che fosse divertito dal suo tono di voce. «Quindi può assumere forme diverse, d’accordo, ma una di quelle era la tua vera forma ? «Ahhh è passato così tanto tempo che non ricordo nemmeno quale fosse la mia forma iniziale.»

Quindi si trattava di uno spirito antico, molto antico. Probabilmente un elementale. «Io invece ho solo questa di forma per cui non faresti difficoltà a riconoscermi ovunque mi incontrassi» dissi, questa volta usando io un tono scherzoso. «Non fare il furbo con me» mi rispose, «so che sai attingere a incantesimi di trasformazione.» Gli risposi quasi un po’ scocciato «vero, ma e diverso dal poter assumere qualsiasi forma come può fare un elementale».

Avevo lanciato l’amo, adesso era da vedere se abboccava o meno, cosa che sinceramente non mi aspettavo più di tanto ed in effetti la sua risposta fu al solito evasiva: «Vero anche gli elementali sanno farlo, come diverse  entità che conosco».

D’accordo pensai tra me e me, se non vuole sbilanciarsi, mi sta bene: tutto sommato non aveva fatto male a nessuno che io sapessi per cui non avevo motivo di mettermi a caccia. Quando e se avesse voluto dirmelo lo avrebbe fatto, io non sarei più tornato sull’argomento, anche per non fare la figura di quello che moriva se non sapeva.

«Posso chiedere dove vai di bello quando lasci questa zona dopo la luna piena?» Cambiai argomento senza preavviso, ma lui si adattò subito a giudicare dalla risposta: «in giro , mi piace viaggiare, conoscere, incontrare, rivedere amici di vecchia data. Non ho una destinazione fissa, vado dopo mi porta il momento.» E di nuovo aveva detto tutto e nulla, ma ormai ci avevo fatto l’abitudine per cui non me la prendevo più per queste risposte evasive.

«Comunque» aggiunse, «visto che ormai possiamo consideraci non dico amici, ma conoscenti, avessi bisogno, puoi usare quello che hai in mano per chiamarmi.» In mano ero certo di non avere nulla, ma appena la guardai vidi un piccolo oggetto di un metallo che poteva essere argento o platino: un piccolo cerchio con tre punte curve disposte regolarmente intorno. «Basta che lo tieni in mano e mi pensi intensamente e sentirò che mi stai cercando ed arriverò quanto prima.»

Lo reputai un onore avere un legame con lui, di norma questo genere di entità non si legano con i mortali, figuriamoci dare loro il modo di chiamarli!!

«Grazie, vedrò di non abusarne.» Immagino che avrai un nome, ma che non mi servirà saperlo per invocarti.» gli dissi, e lui rispose confermando quanto avevo detto. Ci avevo provato e mi era andata male: se fosse andata bene magari si lasciava sfuggire il suo vero nome, ma sarebbe stato un errore decisamente da principiante e di certo lui non ci sarebbe cascato!

Così, per un bel po’ restai con la mia curiosità: il nome sarebbe arrivato con il tempo, ma ce ne vollero di nottate passate a chiacchierare o passate insieme a dare la caccia a demoni o stregoni, ma questa è tutta un’altra storia !!

Cap. 07 – Quella Strana Chiesa.

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Ero in giro per la provincia, in cerca di bei posti per scattare delle foto. Ormai eravamo in primavera inoltrata e gli alberi, a questo punto, erano ben coperti di fogliame fresco, generando un’alternanza sulla strada di macchie di scuro, a punti in cui il sole di maggio già iniziava a fare un minimo di effetto di riverbero sull’asfalto non più ghiacciato.

Guidando ad istinto avevo preso direzione nord est rispetto alla città. Un cartello indicante Museo del fossili di Bocca, aveva attirato la mia attenzione ad un incrocio, e mi dissi perché no? Misi la freccia, ed al semaforo, girai verso sinistra entrando, man mano proseguivo la strada, nella Valle del del torrente Alpone.

Proseguendo il mio peregrinare per raggiungere Bocca, ad un certo punto vidi una indicazione per Vestenanova. Il nome per qualche motivo attirò la mia attenzione e senza pensarci nemmeno un secondo presi la deviazione per raggiungere questo posto dal nome così atipico. Non capivo perché, ma più mi avvicinavo e più mi sentivo attratto dal posto, che per altro mi era del tutto sconosciuto.

Fu d’un tratto, senza alcun preavviso, che la sfera protettiva scattò, sigillandomi dentro nella frazione di un secondo. Riuscii a malapena a frenare ed accostare; fortunatamente la strada era praticamente deserta. Che diamine stava succedendo per far scattare il sigillo di protezione in quel modo?

Fermata la macchina, feci un bel respiro, ma qualcosa non andava: l’aria era pesante, odorava di locale stantio, di cantine chiuse da decenni e solo ora aperte. L’occhio l’aveva già colto, ma il cervello no, per cui non capivo quella strana sensazione guardandomi intorno. Ero, quanto meno fisicamente solo: non una macchina, non una bicicletta, un pedone. Eppure molto si muoveva intorno a me. Poi il cervello reagì alla vista e mi resi conto che da dopo la deviazione per Vestenanova l’ambiente era cambiato: alberi spogli, vegetazione poverissima, come se fossimo ancora in pieno inverno. D’accordo che ero a fondo di una piccola valle, ma non era sufficientemente grande da dare adito ad una biosfera diversa da prima dell’incrocio!

Più mi guardavo intorno e meno capivo la situazione: l’unica cosa di cui ero certo, era che il sigillo di protezione era scattato, per cui c’era qualcosa di interessante da studiare. Quindi riaccesi il motore, e prosegui lungo la stradina tortuosa che portava su al paese, posto frontalmente al suo confratello Vestanavecchia dall’altra parte della valletta.

L’aria era sempre più pesante, man mano ci si inerpicava per la stradina che saliva, e questo era sbagliato in teoria salendo l’aria avrebbe dovuto farsi più leggera, ed invece sembrava quasi di avere difficoltà a respirare; sentivo il sigillo protettivo ruggire verso l’esterno: qualcosa o qualcuno stava tentando insistentemente di forzare il sigillo, che però gli teneva fiero testa ruggendomi nella testa come a dire: «vai tranquillo: qui non passa nessuno senza il tuo permesso!»

Proseguo, guidando, e finalmente esco al sole trovando di nuovo un po’ di aria apparentemente meno pesante da respirare, mi immetto nel paese, inerpicato sul costone della collina, vedo una strada nominata Via chiesa e d’istinto la seguo: diventa stretta con curve a gomito e d’improvviso mi trovo un campanile a base quadrata davanti.

«Che diamine ci fa una torre campanaria senza chiesa quassù?» mi domando incuriosito. Scendo dall’auto: il sole di maggio qui non scalda. C’è di nuovo quell’aria stantia, vecchia ed adesso anche fredda. Il sigillo si è ritirato appena entrato in paese, il che significa che quello che c’era in valle non mi aveva seguito fin qui alla chiesa, nulla di strano tutto sommato, visto che la chiesa c’era seppur disposta in un modo del tutto fuori da qualsiasi logica.

Arrivando, ti trovi davanti la torre campanaria, a base quadrata, ma non vedi nessuna chiesa ancora, devi proseguire a piedi e scopri che la torre in realtà è alla sinistra della chiesa. Quello che davvero è anomalo, almeno a prima vista, perché in effetti poi una sua logica ce l’ha, e che il fronte della chiesa non da verso la strada ma verso una, piuttosto ripida, discesa da un colle.

Quindi il fonte della chiesa da sul vuoto. Dal limitare del colle all’avviarsi della scalinata che porta nella chiesa, c’è un piazzale piuttosto stretto. Evidentemente la mancanza di altro spazio ha costretto chi ha progettato la chiesa a giocare sugli spazi anteriori. Così si sommano lo strapiombo, un piccolo spiazzo, una scalinata molto inclinata a scalini molto stretti e si arriva alla …. chiesa ? No o meglio ni: l’ingresso della chiesa, ha un decisamente atipico colonnato che fronteggia l’ingresso. Quattro colonne, apparentemente corinzie, in pietra bianca, probabilmente marmo locale di Verona.

Finalmente passato il colonnato si arriva all’ingresso vero e proprio della chiesa. Riguardando l’intero impianto del fronte, ho avuto il sospetto che, oltre a dover sopperire alla mancanza di spazio, chi ha progettato il tutto, ci abbia anche messo del proprio, per togliere il fiato a chi entrava in chiesa: vuoto alle spalle, pochissimo spazio di fonte, scalinata molto ripida e colonnato imponente. Tutte cose che man mano ti avvicini ti levano un po’ il fiato. Chiaramente non a chi vive qui e quindi vive la chiesa periodicamente, ma per chi viene da fuori questa sensazione di mancanza di respiro c’è ed è forte!!

La curiosità era forte per quel posto, sembrava quasi tangibile, eppure c’era qualcosa di strano. L’aria aveva un odore particolare, non certo aria di alta collina. Ero ormai convito che qualcosa mi aveva attirato li e volevo scoprire chi o cosa e perché.

Dovevo trovare qualcuno con cui parlare di quel posto. Pensai subito al parroco, o al curato, ma era da verificare l’età di entrambi, se fossero stati troppo giovani, non avrebbero avuto memoria storica del posto, se fosse stati troppo maturi, si rischiava di avere ricordi offuscati dalla vecchiaia. L’unica cosa da fare era provare a conoscerli e vedere cosa riuscivo a sapere sulla strana chiesa con colonne corinzie in piena campagna Veronese.

Tornai in paese, ed iniziai a chiedere chi potesse avere informazioni sulla chiesa, passo in biblioteca e trovo della documentazione che raccontava la storia dell’immobile, ma nulla di particolare a riguardo le sensazioni che mi procurava. Il paese risale ancora ai tempi della colonizzazione romana ed ha vissuto invasioni di tutti i generi.

All’invasione barbarica del 476 d.c., con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, Il Veneto e Verona, come il resto dell’Italia del nord, venne conquistato degli Eruli, dagli Ostrogoti, ecc. e Vestenanova venne, nella fine del Medioevo, conquistata dagli Scaligeri. Successivamente divenne una proprietà della Repubblica di Venezia per molti secoli.

Vestenanova fece parte della Repubblica di Venezia fino al 1797, quando quest’ultima fu sottomessa da Napoleone Bonaparte e poi ceduta all’Impero Asburgico con il Trattato di Campoformio. Da questo periodo ne segue uno che si caratterizzò con le rivoluzioni indipendentistiche dell’Italia del 1820-21, 1830-31, 1848. Dopo la riunificazione con l’Italia (1866), Vestenanova contribuì alle necessità della nazione come meglio poté.

Insomma era la storia, più o meno comune, a tanti paesini del veneto orientale tutto sommato. Restava da capire cosa fosse successo in quella chiesa, perché qualcosa, di certo, era successo.

Visto che non trovavo altre tracce, oltre ad un antico organo a canne in fase di restauro, mi restavano due fonti possibili: gli anziani del paese ed eventualmente il parroco.

Decisi di iniziare dal parroco: sicuramente doveva conoscere quanto meno la storia più recente, nel senso dell’ultimo secolo, della chiesa, occupandosene.

Lo trovai davanti la chiesa che stava fumando un toscanello, probabilmente aveva appena pranzato visto l’ora, cosa che mi fece comodo. Mi presentai come un turista che si stava informato sul folclore locale, perché intenzionato a scrivere un articolo sulle varie vicissitudini dei piccoli paesi della valle.

Mi disse allora che forse sarebbe stato meglio che parlassi con il vecchio parroco, che, pur in pensione, non aveva voluto lasciare il paese, perché vi era troppo affezionato. La cosa mi piacque perché sicuramente un parroco anziano ne sapeva più di uno giovane, quindi era più facile trovare indizi interessanti sulla chiesa in questione,

Don Carlo, il nuovo parroco, mi disse di attenderlo pure dove ero, che avrebbe visto se il vecchio parroco fosse stato in zona ed avesse voglia di incontrarmi, e detto questo si diresse verso il paese, probabilmente verso l’attuale residenza del ex parroco in pensione.

Dopo una quindicina di minuti arrivo in compagnia di un signore che aveva una età definita tra gli ottanta ed i cento. Un viso pieno di rughe profonde, che a passo comunque fermo e deciso mi veniva incontro.

Mi presentai porgendogli la mano, ma mi sentii scavare dentro l’animo quando mi posò quegli occhi neri come il carbone addosso. Feci giusto in tempo a bloccare la sfera protettiva che stava per scattare: non volevo che il parroco pensasse che avessi qualcosa da nascondere, per cui lo lasciai fare, rendendo la mia aura ben visibile. L’anziano mi guardo e fece un sorriso mesto borbottando: «Ben fatto ragazzo, ben fatto.»

Mi invito in sagrestia, dove liquidò il nuovo parroco senza troppi giri di parole, e dalla reazione di Don Carlo, questi era abituato al comportamento deciso del parroco in pensione, perché non fece storie, ci porse due bicchieri, mise una bottiglia di un qualche vino sul tavolo e andandosene disse solo: «se vi serve qualcosa io sono di la» e lasciò la stanza.

Comincia chiedendo informazioni storiche a riguardo la costruzione, cose tipo anno di inizio lavori, anno di fine costruzione e cose simili. Floriano, così si chiamava il parroco in pensione, rispondeva con dovizia di dati, ma sembrava un grosso gatto in attesa si un succulento topo che passasse davanti a lui da un momento all’altro.

Alla fine decisi di essere diretto con lui, perché di certo non era solo un parroco, di questo ne ero ormai più che sicuro.

«Don Floriano, mi perdoni la schiettezza, ma qui in realtà cosa è successo?» Questa domanda probabilmente, ad un altro, avrebbe dato fastidio, lui invece sospiro come a dire che era ora che mi fossi deciso a chiederglielo.

«Vedi figliolo, visto quello che fai, oltre alle domande, puoi immaginarlo, se ti dico che sono legato ad un giuramento, per cui non posso parlare chiaramente, ma tu hai già capito di cosa mi occupavo vero?». Di nuovo quel sorriso da gatto pronto al balzo.

Ci pensai un po’ potevano essere diverse le cose a cui si riferiva, ma visto che era un prete, dedussi che il giuramento lo aveva fatto verso la chiesa, nella figura di qualche suo rappresentante.

Don Floriano, vedendo i dubbi sul mio volto, cominciò a giocare con un anello che portava al dito medio, «Che strano» pensai, «che ci fa un parroco cattolico con una anello che sembra tanto una fede». Guardai meglio e capii immediatamente: non era una fede normale. Portava inciso un simbolo ben preciso: il talismano di Michele Arcangelo. Quando lo vidi bene quasi sobbalzai sulla sedia e lui di nuovo a sorridere.

Portava il sigillo dei padri esorcisti!!

Dunque il segreto di questa chiesa era che veniva usata, o era stata usata in passato quanto meno, come base per praticare esorcismi. Gli esorcismi vengono visti in modo diverso a seconda di chi li osserva: per un prete sono un rito religioso, per un occultista, non legato ad una fede particolare, è solo un rito per scacciare un’entità che avesse preso ad albergare nel corpo di qualche malcapitato. Sebbene spesso ci fosse una qualche correlazione di causa effetto tra il posseduto e l’entità che lo possedeva.

«Tu sai bene di cosa si tratta, vero?» mi apostrofò Don Floriano: la sua era chiaramente una affermazione e non una domanda, ne volli tentare di inventarmi risposte che si adeguassero alla situazione per cavarmela senza dire nulla di preciso.

D’altronde Don Floriano era stato sincero con me mostrandomi il sigillo. «Certo, direi che non ha senso nascondersi, sebbene operiamo, forse, in modi diversi lo scopo finale comunque è il bene delle persone coinvolte.»

Don Floriano parve soddisfatto dalla richiesta, ed iniziò a raccontare della chiesa, dei locali sotto di essa e di alcuni episodi di esorcismo che, in quei luoghi, aveva praticato. «Sai ragazzo mio, non hai idea di quanti casi di possessione avvengano in questi paesini fuori dalle città, non che le città siano posti poi così sicuri rispetto ai paesini!!».

Aveva ragione: lui, dal canto suo, operava da sempre in provincia, io quasi sempre in città, perché era quello il mio ambiente di vita ordinaria. Probabilmente fossi vissuto nella sua parrocchia, avrei seguito lui, una volta svezzato in famiglia, chi lo sa.

Avevo ancora una domanda che mi girava per la testa, ma non ero certo di potergliela fare: in fin dei conti ci eravamo appena conosciuti, domandare troppo dirette potevano essere fraintese e prese per maleducazione.

Don Floriano mi guardava dritto negli occhi, ma si capiva che con la mente era da tutt’altra parte, per cui si fu un lasso di tempo in cui entrambi restammo zitti a pensare ognuno alle sue cose, finché alla fine sbottò: «allora me lo vuoi chiedere o no?»

Non ero certo parlasse della stessa cosa a cui io stavo pensando, ma a quel punto tanto valeva buttarsi, al massimo non mi avrebbe risposto, «Mi domandavo, Don Floriano, cosa fosse successo in fondo alla valle: stamane, salendo verso il paese, ho percepito chiaramente qualcosa laggiù. Qualcosa di oscuro, di antico che si muove tra i boschi lungo la provinciale, ed a dire il vero ha cercato anche un contatto,

Don Floriano aggrottò le sopracciglia ormai bianche candide: «Un contatto ? Beh non mi stupisce: ha sempre avuto la capacità di sentire chi lo percepisse.» Ovvio, a quel punto che la mia curiosità fosse stata stimolata, ed ero quasi certo che il Don ne fosse consapevole e contento.

Qualcosa mi diceva che non aveva molte occasioni di parlare di queste cose in paese. Di certo non pareva nutrire grande interesse per il parroco che lo aveva sostituito, per cui immaginavo che, o vi era qualche altro esorcista in pensione in zona, oppure passasse il tempo a pensare alle sue precedenti attività studiandoci sopra da solo.

«Posso sapere di chi stiamo parlando Don Floriano ?» chiesi, non dico a bassa voce, ma controllando bene il tono per non sembrare troppo curioso; continuai con lo stesso tono: «mi è stato chiaro da subito che è una entità maligna, ma mi ha stupito che cercasse un contatto e non uno scontro.»

L’ex parroco sorrise mestamente mentre riprese a parlare: «ah lui non attacca quasi mai, preferisce mentirti che affrontarti. È sempre stato così: ha imparato, con il passare del tempo, che è più facile far cadere in tranello un mortale che affrontarlo in uno scontro diretto.»

A questo punto ero davvero curioso: «Lui chi, se posso Don Floriano ?» Il parroco in pensione mi guardò un attimo di traverso, poi aggiunse: «non potrei proprio parlare di queste cose fuori dall’ordine, ma sento che sai di cosa stiamo parlando e che non sei in cerca di guai, ma sei solo curioso nella giusta misura.

Posso solo dirti che è un elementale che ha preso dimora nel fondo valle molto tempo fa. Gli piace il posto evidentemente, ed il fatto che qui si siano fatti esorcismi evidentemente lo fa sentire a suo agio. Il fatto poi che occasionalmente trova qualche stupidito che gli dia bado, non fa che aumentare il suo interesse per l’area. Di certo non è mai salito fino a quassù in paese.»

La notizia era decisamente interessante: un elementale. Uno spirito molto antico legato ai culti ancora celtici e druidici, Tra l’altro questo confermava che la provincia era un’area piuttosto interessante, visto che da altre ricerche e rilevamenti avevo presunto ci fosse un altro elementale, o forse era lo stesso, che bazzicava nelle notte di plenilunio sulle colline intorno Verona.

«È possibile che sia lo stesso elementale che bazzica le Torricelle Don Floriano?» L’ex parroco mi guardò torvo e con un tono quasi scocciato mi rispose: «Perché ? Stai dando la caccia ad un elementale? Se si, per quale motivo? Hai idea di quanto possano diventare pericolosi ?»

Nonostante la risposta secca, sembrava più preoccupato per me, che arrabbiato perché cercassi un elementale. Ripresi quasi senza pensarci: «Quindi stiamo parlando di un elementale di fuoco o di terra?»

Don Floriano mi guardò fisso mentre rispondeva: «Qui stiamo parlando di un Coboldo, sulle Torricelle no saprei: non ne ho mai incontrati li.» Quindi un elementale di terra, in effetti aveva senso: la zona della valle non era vulcanica, per cui una Salamandra, un elementale di fuoco, aveva poco senso che abitasse in basso, a fondo valle. Inoltre la presenza di un Coboldo spiegava anche perché la valle sembrasse cosi desolata rispetto alla zona intorno.

Senza alcun preavviso Don Floriano si alzò, quasi di scatto e guardando l’orologio disse tra se e se più che a me: «Beh si e fatto tardi ed io devo andare.»

Ero quasi sul punto di chiedergli se, in futuro sarebbe stato possibile incontrarci ancora per parlare di certi argomenti, ma anche qui mi anticipò: «beh adesso sai dove sto, se ti servisse qualcosa, per cui posso esserti utile, sai dove trovarmi, non serve che mi accompagni, conosco la strada.»

Non capivo perché fosse diventato così burbero di punto in bianco, non mi pareva di essere stato ineducato con lui o di aver toccato argomenti che sapevo non poteva trattate fuori dal suo giro. Come giustificazione mi dissi che probabilmente l’età assommato a quello che doveva aver visto nella sua attività di esorcista, forse lo avevano reso un po’ nevrotico, per cui il suo atteggiamento in realtà non era specificatamente diretto a me, ma era così lui di suo.

Saluti l’ex parroco mentre usciva di fretta dalla sagrestia e mi apprestai a tornare alla mia macchina, contento in parte per le scoperte fatte quel giorno: non era cosa comune incontrare un esorcista, sebbene in pensione, e pure con voglia di parlare.

Di norma gli ex esorcisti sono persone molto chiuse in se stesse. Vuoi per quello che hanno vissuto, vuoi per quello che hanno visto, vuoi per quello che sono stati costretti a fare negli anni; normalmente si chiudono in qualche monastero di clausura e meditano tutto il tempo che resta loro da vivere.

Don Floriano invece dava l’idea di voler parlare e di farlo a lungo. Magari sarei tornato, nel tempo, a trovarlo per fare altre quattro chiacchiere, non per forza legate agli esorcismi, anche solo per fargli un po’ di compagnia.

In realtà, negli anni abbiamo anche operato insieme in alcuni casi, ma questa è tutta un’altra storia…

Cap. 06 – Attacco In Famiglia.

Questo sicuramente fu il mio primo caso, in cui dovetti affrontare entità aggressive. Parliamo del lontano 1985. Lavoravo ancora in città, a quei tempi, ed i miei contatti con l’esterno del mio ambiente di lavoro erano decisamente pochi. In quel periodo stavo allenando un simpatico rosso di capello delle zone di Bergamo, per cui ero ancora meno incline ad occuparmi di cose che accadessero al di fuori delle mura del posto dove stavo. Come sempre, la vita trova il modo di portare le persone giuste ad incrociarsi. La madre del mio ‘allievo’ mi fece sapere tramite lui, che una famiglia, loro amica, stava passando un brutto momento in una villetta in una zona appena fuori dalla città. Come sempre, non volli sapere quale fosse il problema, ma accettai, quanto meno di andare a vedere cosa succedesse e se potessi fare qualcosa per loro.

Fu così, che una sera di aprile, mi presentai a casa di questa famiglia, con tutta la buona volontà, una volta saputo quale fosse il problema e che avessi potuto farci qualcosa, di dare una mano.

La villetta, in realtà, era un vecchio cascinale di campagna ristrutturato piuttosto bene: all’esterno aveva mantenuto il suo stile originale e se non si faceva caso alla alta torre, con le le pale che ruotavano, di un impianto eolico, si poteva anche pensare che il cascinale fosse stato sempre così come si presentava, uscendo dallo sterrato che, dalla strada comunale, portava al loro ingresso.

L’allievo mi aveva accompagnato, ma con la chiara consegna che avrebbe solo dovuto presentarmi alla famiglia e poi stare un passo indietro e non parlare se non specificatamente richiesto; ma appena scesi dalla sua auto, fu subito chiaro che la consegna concordata non poteva essere rispettata: una donna sui 40 anni ci venne incontro e lui le saltò letteralmente in braccio salutandola «Ciao zietta!!»

Mi domandai come stessero le cose realmente: mi era stato detto che erano vecchi amici di famiglia non parenti!! L’allievo intercettando il mio sguardo interrogativo si sentì in dovere di chiarire la situazione: «Scusa, ma la conosco da quando son nato!! Per quello la chiamo zia, ma non siamo realmente parenti!». Al solito mi guardò con quel viso da furetto che conoscevo molto bene. «Piacere, Luisa» mi disse la signora stringendomi la mano con una forza tipica di chi lavora da sempre la terra. «Sono davvero contenta di averti qui stasera, sul serio, non capiamo che stia succedendo, e credo che un aiuto sia quello che ci serva». Le dissi che non doveva correre: dovevo ancora sapere quale fosse il problema e se credessi di poter fare qualcosa per lei o meno.

L’allievo intanto si era fiondato in casa lasciandoci soli. Luisa mi fece cenno di seguirla mentre mi diceva «vieni, che la cena è pronta e ti presento gli altri». Mi domandai chi altro ci fosse, mi risultava che abitasse la casa Luisa il marito Franco e due figli: uno di 17 anni e l’altro di 8, ma credevo che visto l’argomentazione della serata che i figli non sarebbero stati presenti.

Entrati in casa, fui travolto da due distinte sensazioni: una, di una famiglia ben legata, comunicativa, con i piedi per terra e lavoratori che non si risparmiavano quando serviva, dall’altra un forte senso di oppressione al petto, come se l’aria fosse di metallo liquido rendendo pesante respirare. «Cominciamo bene» pesai tra me e me. Luisa mi presentò il marito, Franco appunto, ed i due figli Carlo, quello di diciassette e Nicola, quello di otto. Stavo per dare una occhiata alle auree di tutti, ma pensai di farlo dopo: appena conosciuti, specialmente i ragazzi, potevano essere un po’ sulla difensiva.

Fortunatamente pur essendo aprile, l’aria era tiepida ed i mieiospti avevano organizzato la cena all’aperto, sotto un porticato: un profumo di carne alle braci assalì le mie narici che impartirono subito al cervello l’ordine di iniziare a stimolare succhi gastrici; «se non altro si cenerà bene» pensai!

Mi fecero accomodare ad un capo della tavola, dall’altro lato si sedette Franco, sui lati, rispettivamente: alla mia desta l’allievo seguito da Luisa, alla sinistra Carlo seguito da Nicola. Iniziò la cena parlando del più e del meno, dei vantaggi generali, e quelli particolari, a detta di Luisa e Franco, per i ragazzi di non abitare in città; a fine cena, mentre Franco si occupava di andare a preparare il caffè, Luisa parve voler affrontare finalmente il motivo reale della mia visita; lo avevo capito dalla sua aura: era passata da un giallo che fluttuava da un pallido ad un fosforescente a seconda degli argomenti della chiacchierata, ad un grigio plumbeo, segno di preoccupazione per qualcosa.

«Prima che iniziamo» la fermai, «vuoi davvero affrontare l’argomento con i ragazzi presenti?». Luisa mi guardò un po’ stranita, come se si stesse domandando come avessi capito che stava per affrontare la questione saliente, poi un sorriso che affiorò sul viso, come dire «ottimo allora se è capace di capire cosa penso forse è la persona giusta!». I ragazzi alla mia domanda si erano fatti tesi, ma credo più per il timore di essere allontanati nel momento più interessante della serata che per altro. «Beh, direi che allontanare i ragazzi proprio adesso, avrebbe poco senso visto che loro in, prima persona, sono stati quelli a vivere i primi eventi». «D’accordo» le risposi e restai in attesa.

«Devi sapere», iniziò, che tutti i problemi sono nati solo dopo tre anni che già si viveva qui, per la precisione, quando abbiamo iniziato a restaurare la casa», la apostrofai accennando al fatto che la cosa non mi stupiva: di norma la rivelazione di una infestazione si presenta quasi sempre durante una ristrutturazione: le entità legate ad una casa non amano che si cambino le cose da come loro le conoscevano in vita, ed apostrofai «sempre che di infestazione si tratti».

Luisa mi guardò quasi divertita «Beh, non saprei di che altro potrebbe trattarsi, ma procediamo con ordine»; iniziò a spiegarmi che la ristrutturazione era iniziata, per comodità, dall’ex soffitta che era stata trasformata, originalmente, nelle stanze dei ragazzi. A quelle parole notai l’aura di Carlo incupirsi: un grigio sempre più denso e fitto, segno del suo senso di disagio al ricordo degli eventi che stava per raccontare sua madre.

Senza scendere nei particolari, poco dopo la ristrutturazione delle camere dei ragazzi erano iniziati i soliti fenomeni: sussurri indistinti, ombre al limite del campo visivo, voci, non dei familiari, provenienti da punti non determinabili delle stanze. La fortuna dei ragazzi fu che la madre era un po’ nell’ambiente del paranormale, per cui invece di prenderli per matti, fece loro capire che credeva loro, ma cercava anche di tranquillizzarli, facendo capire loro, che non dovevano avere paura, perché i morti non facevano mai del male ai vivi: al massimo facevano un po’ di confusione per cercare un contatto con i vivi residenti.

Un discorso corretto, quanto meno nello scopo di tranquillizzare i ragazzi sugli avvenimenti che succedevano, e con l’ulteriore scopo di far loro vivere la cosa come se fosse naturale. L’unica pecca nel ragionamento di Luisa, ma non lo dissi davanti ai ragazzi, era che, il discorso, era vero se si parlava di fantasmi, ma una infestazione, non necessariamente ha origine da entità umane, che magari hanno vissuto in quella casa: esistono cose ben peggiori, degli spiriti, che possono infestare una casa!

Arrivò Franco con i caffè per me, l’allievo e loro due: i ragazzi evidentemente non erano ancora avvezzi al caffè di sera. «Avete già iniziato, senza di me, mi pare di capire;» apostrofò scherzosamente Luisa. Lei confermò e continuò il suo racconto. Un po’ insospettito dal tono di Franco, controllai la sua aura: come sospettavo cercava di tenere l’aria allegra e discorsiva, ma tra lui e la moglie, lui era decisamente quello più preoccupato della situazione a giudicare dal colore quasi tendente al nero della sua aura.

Il racconto durò per quasi un’ora, ed il piccolo Nicola iniziava a dare segni di stanchezza, così Luisa disse a suo fratello di portarlo a letto; Carlo era chiaramente infastidito dal compito, probabilmente perché voleva essere presente al seguito della conversazione; il padre, evidentemente, sapendo quale parte del racconto stava per arrivare, e visto che doveva riguardare proprio Carlo, intervenne prima che Luisa insistesse: «Lascia Carlo, tanto devo passare dal bagno, lo porto io Nicola a letto. Vieni campione» aggiunse mentre prendeva in braccio il piccolo, «torno tra un po’, voi continuate pure: io la storia la conosco già;» e così dicendo si avviò verso la casa con il piccolo Nicola praticamente già quasi addormentato in braccio.

Luisa guardò, per un attimo, Carlo con uno sguardo di rimprovero. «Dai mamma, alla fine chi le ha prese sono stato io, mica Nicola !!» La cosa si faceva seria. «Prese? In che senso Carlo?» Il ragazzo guardò la madre, come in cerca di un cenno di assenso a prendere la parola, e lei si arrese e gli disse di raccontare cosa gli fosse accaduto.

Carlo stava per iniziare a parlare quando Luisa intervenne: «Carlo, forse se glielo fai vedere rendi tutto più semplice». Senti il mio allievo che iniziava ad agitarsi, evidentemente: o aveva già visto quello che Carlo stava per mostrarmi, o ne aveva paura; lo ignorai, se voleva imparare doveva anche abituarsi a vedere cose del genere.

Carlo si alzò dalla sedia e si sfilò la maglietta che indossava, poi si volse a mostrarmi la schiena: «E che diamine!!» pensai alla vista di tutta una serie di graffi, alcuni già in fase di guarigione, segno che non erano recenti, ma altri significativamente più sanguinolenti, che per forza di cose erano recentissimi.

«Carlo, te la senti di spiegami esattamente cosa è successo?» domandai al ragazzo, mentre osservavo lo sguardo sofferente di Luisa puntato su quei segni, incapace di dare un senso al perché avessero attaccato suo figlio e non lei o il marito. Aggiunsi alla mia domanda «cerca di essere preciso sui fatti prima e dopo l’aggressione se ti riesce, altrimenti ne riparliamo con più calma in un altro momento.»

Carlo sembrava quasi felice di poter essere quello che prendeva in mando la discussione, e direi a ragione visto che, almeno sino a quel momento, che io sapessi, lui era la vittima della situazione che si era venuta a creare.

Facendola breve, per non riportare intero racconto di Carlo, una sera, al presentarsi dei soliti segnali, mise in pratica, un consiglio ottenuto da un conoscente; praticamente questo qualcuno gli aveva detto, che se si fossero presentati ancora segnali, abituali, e si presentarono la sera all’ora di andare a dormire, doveva sfidare, in maniera aperta ed aggressiva, l’entità che lo stava assillando.

Di certo un consiglio più stupido di questo non poteva arrivare: sfidare ed aggredire, sebbene solo verbalmente, una entità che presumibilmente fosse un fantasma era già una cosa stupida e da evitare; farlo poi con una entità, che già dai sintomi, dava l’idea di essere ben di più di un semplice fantasma, era un’idea pessima.

Ed infatti Carlo ne pagò le conseguenze: dopo aver infierito, minacciato, aggredito verbalmente questa entità, la reazione fu un’aggressione fisica: Carlo aveva lungo tutta la schiena segni evidenti di graffi; e non solo: in successivi attacchi era stato colpito anche al petto, alle braccia ed alle gambe. Solo a quel punto Carlo ha pensato bene, che forse smettere di agire in quel modo poteva dargli un po’ di respiro, e così era stato. Praticamente dal momento in cui ha smesso di aggredire verbalmente l’entità, quest’ultima ha smesso di aggredirlo fisicamente.

«Vedi Carlo, cosa succede a mettere in pratica i consigli di persone che non hanno nemmeno idea di con chi o cosa hanno a che fare?». Carlo mi guardò con uno sguardo era a metà tra un «in effetti hai ragione» ed un «ok sono stato stupido».

Luisa chiaramente stava per intervenire: la faceva soffrire che il ragazzo, oltre ad aver subito quello che aveva subito, adesso subisse anche un rimbrotto. Qualcosa, però, la trattenne dal farlo e, dopo aver preso fiato, si rivolse a me: «Mi pare di avere capito, che sia ormai chiaro, tu possa fare qualcosa per aiutarci ad uscire da questa situazione».

Ci pensai un attimo e poi risposi: «Vedi cara Luisa, al momento mi è chiaro il tipo di problema, ma non è ancora chiaro quale sia l’origine di tutto questo: questo genere di infestazioni, indipendentemente dall’età dell’immobile, possono avere come origine sia uno, o più, fantasmi, oppure, una o più, entità di altro tipo. Per quello che mi avete raccontato non credo si tratti di un fantasma, direi che è piuttosto evidente che si tratta di altro; se tu e Franco mi darete il permesso di fare le indagini che sono necessarie, solo allora potrò dirvi se posso fare qualcosa».

Iniziammo così a discutere delle varie cose che potevano essere fatte, quando poterle fare e soprattutto su come farle. Alla fine restammo d’accordo, con Luisa e Franco, che quanto prima mi avrebbero lasciato la casa a disposizione, ossia senza nessuno di loro presente, per poter fare le mie indagini; in loro assenza, sarebbe stato presente solo l’allievo: essendo un loro amico di famiglia avrebbe fatto da ‘garante’ per il mio operato in loro assenza.

Così un sabato mattina mi presentai, con allievo al seguito, dopo esserci salutati con la famiglia, che stava uscendo per lasciarci la casa libera, mi preparai al da farsi. «Mi raccomando: sempre dietro di me, nessuna mossa avventata che non sia stata prima concordata», dissi senza nemmeno girarmi: l’allievo sapeva che stavo parlando con lui e di rimando rispose con un semplice «ok».

Appena passata la soglia fu subito chiara la presenza di una entità nella casa: non tentava nemmeno di mascherasi; era chiaro che cercava uno scontro: nessuna mediazione avrebbe avuto effetto. La cosa mi innervosì un po’ perché speravo di poter ‘parlare’ con l’entità prima di passare all’azione: avrei, almeno, avuto la possibilità di scoprire con chi avessi a che fare. «Pazienza» pensai tra me e me «vuol dire che si farà alla vecchia maniera».

Vecchia maniera voleva dire impiegare molto più tempo: dovevo procedere a tentativi sino ad inquadrare almeno di che tipo di entità si tratti, prima di poter colpire.

Iniziai tentando di percepire in quale posizione fosse, quanto meno per capire se era un immobile o un mobile, cosa che faceva parecchia differenza. «Inizia con i sigilli alle finestre» dissi senza perdere tempo all’allievo ed iniziando allo stesso tempo a porre un sigillo sulla porta di entrata: lo volevo inchiodato in casa; se ci fossi riuscito almeno la cosa sarebbe finita in giornata, o almeno di solito era così: se bloccata in casa l’entità non aveva modo di nascondersi in eterno, ma sopratutto la si rendeva più aggressiva così che si facesse vivo in fretta.

I sigilli erano di tipo ‘dentro si fuori no’ per cui qualunque cosa fosse stata in casa non poteva uscire; al solito impiegammo, visto che la casa era su più piani, la tecnica dei sigilli concentrici, ossia prima finestre esterni poi, un locale alla volta, lasciando per ultime le scale. In questo modo se non era in una delle stanze del pian terreno doveva essere per forza al piano superiore. Inoltre invertendo il sigillo sulla scala, ossia ‘fuori si dentro no’, poteva tentare la fuga verso il piano superiore, ma non tornare a quello inferiore.

Finimmo il lavoro al piano terra e restava solo il sigillo invertito sulle scale da fare. Aspettai qualche minuto per dare il tempo all’entità o di farsi viva o di spostarti al piano superiore e così fu: dopo un paio di minuti in perfetto silenzio, sia l’allievo, dal colore biancastro del suo volto, che io sentimmo qualcosa passarci a fianco in direzione delle scale. «Ora» gli intimai, mentre salivo le scale a tre gradini per volta; e l’allievo velocemente disegnò il sigillo invertito alla base delle scale.

Restava il piano notte e la soffitta, chiaramente la soffitta era un locale unico diviso solo dai mobili per cui sarebbe stato un terreno di scontro più facile da gestire. Così ripetemmo il procedimento dei sigilli, prima sulle finestre, poi sulle porte delle varie stanze da letto e del bagno. Di nuovo di fermammo immobili qualche minuto, in attesa di un segnale che ci facesse capire che era passato al piano di sopra; e di nuovo lo sentimmo passarci a fianco velocemente in direzione dell’ultima rampa di scale. Di nuovo intimai all’allievo di usare il sigillo inverso alla base delle scale e lui velocemente provvedete.

Ora restava il problema delle due finestre degli abbaini della soffitta: se fossimo saliti subito probabilmente si sarebbe dileguato temporaneamente da uno degli abbaini, per cui non si poteva salire e piazzare i sigilli ne dritti ne inversi, senza che tentasse una temporanea fuga.

Restava una sola altra soluzione: mi sedetti comodo per terra, mentre l’allievo capito le intenzioni, si allontanò il giusto; iniziai a ripeter un mantra costrittivo. Un mantra costrittivo, ha la funziona di un sigillo, ma anziché essere apposto su un punto di fuga, come una porta, una finestra o un abbaino, crea una specie di bolla che permea un intero locale. L’effetto è quello di un sigillo, ma si applica lungo tutta la struttura in cui viene evocato; chiaramente richiede molta più energia che porre un sigillo, ma viene comodo in situazioni come queste in cui si bloccare un ambiente prima di accedervi.

Ci vollero circa sette minuti affinché il mantra completasse il suo lavoro, a quel punto dissi all’allievo «adesso resta qui e non muoverti salvo non ti chiami esplicitamente: insomma sai come funziona». Senza nemmeno guardarlo potevo sentire il suo disappunto: avrebbe voluto essere con me nella stanza, così da poter raccontare ai suoi amici di aver partecipato fattivamente all’operazione di allontanamento. Ma aveva già vissuto qualche esperienza non proprio piacevole ignorando le mie disposizioni, per cui decise, nonostante il disappunto, di eseguire senza mostrare il suo dissenso.

Mi armai del mio scudo interiore e salii le scale: «mostrati visto che non hai oltre dove scappare» intimai a voce alta e decisa. Una voce tutt’alto che amichevole mi suonò nella testa «non dovevano scavare in cerca della mia acqua». Ci pensai un attimo su: che voleva dire? Mi stava dando una spiegazione? O cercava di ingannarmi per prendere tempo?

Mentalmente risposti «La tua acqua? E da quando l’acqua è di qualcuno?». Silenzio, nessuna risposta, ma in compenso cominciavo a sentirne la presenza. «Da che mondo è mondo l’acqua è mia!!». Questa volta sebbene sempre nella mia testa, la voce era molto più forte: dura, direi irritata!»

Capii a quel punto chi era: Crocell. Brutto affare: comanda 48 legioni di demoni ed è connesso all’acqua, purché non sia benedetta. Mentre l’aria nella stanza cominciava ad agitarsi chiesi a voce alta, chiaramente rivolta all’allievo: «hanno scavato un pozzo di recente? O hanno imbrigliato qualche corso d’acqua nella zona?». L’allievo ci pensò un attimo e poi rispose «Si: hanno convogliato un ruscello che sta poco distante per annaffiare l’orto, ma pare che l’acqua non sia buona: tutti gli ortaggi sono morti dopo che hanno usato quell’acqua».

Adesso era tutto chiaro: quel corso d’acqua, in qualche, probabile lontano, passato era stato consacrato ad Crocell da qualche pazzo in cerca di favori.

Il problema era come trovare una soluzione: un demone di quella portata con quelle legioni a disposizione poteva essere una gatta troppo grossa da pelare anche per me, anche se considerando l’attacco al solo Carlo, ed in fin dei conti cercato dallo stesso dal momento che lo aveva aggredito verbalmente, forse il demone stesso non era interessato a lottare. «Crocell: se ripristinassero lo stato del corso d’acqua, lasceresti in pace questa gente?». Era un azzardo: tentare una conciliazione con un demone non è quasi mai una buona idea, ma a confronto di uno scontro diretto, mi pareva un alternativa migliore. Non ebbi risposta, ma in cuore mio pensai al famoso bicchiere mezzo pieno almeno non avevo ricevuto un no secco come risposta.

Ripetei mentalmente la domanda e questa volta ebbi risposta «visto che questi mortali hanno agito nell’ignoranza e non mi hanno sfidato volutamente, si, potrebbe bastare, ma l’insolente del cucciolo umano deve chiedermi scusa per come si è comportato o pagherà altre conseguenze e con lui anche la sua famiglia».

Per quanto mi suonasse strano, accettai il compromesso, avvisando però Crocell, che io avrei mantenuto la mia parte dell’accordo, ma doveva farlo anche lui o la prossima volta non avrei cercato un accordo. Era un po’ un azzardo: giocavo sul fatto che essendo dietro il mio scudo lui non poteva vedere fino a che punto potevo spingermi nell’affrontarlo. «Così sia» fu l’unica risposta che ricevetti.

Credevo che la comunicazione fosse terminata e mi apprestavo ad uscire dalla mansarda e mi arrivò, come una folgore senza preavviso, un ultimo messaggio «togli i sigilli prima che io decida di ordinare di radere al suolo questa casa». In fin dei conti un po’ me l’aspettavo: era pur sempre un demone di un certo livello: non poteva finire con un accordo senza qualche genere di minaccia pesante.

Non gli risposi nemmeno: invertii il mantra ed il blocco dalla soffitta si dissolse. «Togli i sigilli man mano scendiamo» dissi all’allievo, che fece una smorfia quasi di fastidio, ma provvedette immediatamente.

Usciti dalla casa chiamai al telefono Luisa e Franco: «ragazzi ho raggiunto un accordo», sentii dall’altra parte dell’apparato un certo stupore, «come un accordo, non l’hai mandato via?». Dissi loro che al loro rientro avrei spiegato quello che dovevano sapere e così fu.

L’indomani ci vedemmo al bar della piazza del paese, «Allora ragazzi avete dormito bene stanotte?». Carlo si lamentò di una notte passata a sentire rumori, scricchiolii e sussurri, ma oltre quello nulla di grave, gli altri avevano dormito bene. «Allora l’accordo è questo: disfate il raccordo che avete fatto sul ruscello a monte di casa vostra, e le cose saranno quasi del tutto sistemate.»

Franco mi guardò un attimo incuriosito: «Beh tanto quell’acqua non è buona: ci ha rovinato tutti gli ortaggi che abbiamo abbeverato.» Luisa era chiaramente sulle spine: «D’accordo, sistemiamo il raccordo… ma hai detto che così saranno QUASI sistemate». «Infatti, ho detto quasi», iniziai, «c’è un’altra cosa da fare: e tocca a Carlo: dovrà chiedere scusa all’entità per essersi comportato da arrogante con lui, ringraziandolo di essere stato benevolo nella sua punizione».

Luisa quasi saltò sulla poltroncina «chiedere scusa?? Benevolo??? Ma hai visto cosa gli ha fatto???». Mi aspettavo una reazione del genere per cui cercai di usare la parole giuste per risponderle. «Cara Luisa, fidati: poteva andare molto, ma molto, peggio. Fortunatamente per Carlo l’entità ha capito che la sua è stata una reazione dettata da altri e non di sua iniziativa, per cui si accontenterà delle sue scuse; e Carlo: bada bene che siano sincere: non è qualcosa che puoi ingannare con false scuse, chiaro questo ?» Carlo fece un cenno di assenso, pareva molto serio su questa questione.

Diedi loro tempo di elaborare la situazione e poi aggiunsi: «c’è un’ultima cosa: voi non saprete il nome di questa entità: solo Carlo ne verrà a conoscenza affinché possa dare le sue scuse come vanno date; ma Carlo» e spostai lo sguardo diretto nei suoi occhi «mai e poi mai dovrai pronunciare o scrivere quel nome, ne per te, ne per altri. Sono stato chiaro su questo ?». Carlo mi guardò un po’ intimorito ma fece un deciso cenno di assenso.

Quest’ultima regola l’avevo aggiunta io: visto che Luisa bazzicava già nel paranormale, ci mancava solo che cercasse di contattare Crocell per curiosità o per un insensato tentativo di vendicare il figlio Carlo.

Dopo qualche giorno Franco mi fece sapere che aveva dismesso il raccordo dal ruscello ed io mi presentai da loro affinché Carlo eseguisse il rito di scuse nel modo giusto. Alla terza ora del mattino invocai la presenza di Crocell nella soffitta e Carlo diligentemente, porse le sue, sembravano davvero veritiere, scuse per averlo sfidato.

Ormai sono passati quasi 30 anni da allora, e non sono state più rilevate attività paranormali in quella casa. Con Luisa e Franco ogni tanto ancora ci sentiamo, ed ogni volta Luisa ci riprova a farmi dire quel nome, che, in tutti gli anni trascorsi, non è mai riuscita a farsi ripetere dal figlio Carlo.

Cap. 05 – L’Inquilino.

Martinati02

Era ottobre del 1990 quando un amico si trasferì di casa, e mi introdusse alla sua padrona di casa, per permettermi di subentrare senza grossi problemi come inquilino al suo posto.
Una vecchia casa colonica, su due piani: spogliatoio, cucina vivibile, cucinino, salotto al piano terra, due enormi camere da letto, più il bagno, senza vasca ahimè, al piano di sopra; mezzo piano ancora ed un sotto tetto, che con poco lavoro sarebbe potuto diventare vivibile, con tutti i limiti di una mansarda; poi da tenere in considerazione, una cantina larga quanto tutta la casa, con soffitto alto pure quella.

Quello che più mi interessava era un bel giardino ad elle che girava intorno la casa, con box garage a se stante, ma sempre nel terreno della casa. Non era troppo distante dal lavoro, ma sopratutto era per indipendente, per cui sul tetto potevo mettere quello che più mi pareva. La casa non era certo nuova: era una vecchia casa colonica, divisa in due appartamenti affiancati, su due piani. Ma a fianco avevo due simpatiche sorelle attempate, che non creavano alcun problema. Finalmente avevo un appartamento con giardino per il/i cane/i, ed un tetto tutto mio per la/le mia/mie antenna/antenne!!

Terminai il trasloco il due di novembre, un venerdì: tutto calcolato, così avevo il fine settimana per riprendermi prima di tornare al lavoro; venivo da un monolocale ammobiliato in pieno centro storico, per cui di mio, da traslocare, avevo poco o nulla: solo il vestiario, qualche elettrodomestico e le mie radio;  non traslocavo da solo: la Shila, una meticcia collie/lupo, divideva già il monolocale con me, ed ovviamene, venne a dividere il nuovo appartamento.
Avevo comprato il mobilio della camera da letto nuovo: un bell’armadio a ponte bello capiente, e sotto avevo inserito un letto matrimoniale. Per cui lo spazio era più che abbondante in camera.

L’altra camera l’avevo adibita a studio, per cui avevo costruito, con l’aiuto di un conoscente, un bancone in legno, tavolato massiccio, con quattro gambe in acciaio, ottenendo così una bella base robusta per sostenere tutte le mie radio, il computer e tutti gli accessori per entrambi i blocchi. Un poltrona a rotelle, di quelle da ufficio per capirci, completava l’angolo di lavoro. Ma visto che la stanza era enorme, era stata concepita come la camera padronale, la divisi in due con un mobile così da creare dietro, uno spazio per un posto letto per eventuali ospiti.

Al piano terra avevo recuperato un bel salotto di seconda mando: libreria a quattro sezioni, con molte scaffalature, un tavolo rotondo, allargabile in caso di necessità, e la Mary mi aveva regalato un suo divano letto matrimoniale, altro punto di appoggio per eventuali ospiti, con un bel tavolino classico da mettere tra il divano e le due portone.  A parte il divano, le poltrone ed il tavolino, che erano un regalo, il resto della mobilia del salotto era di seconda mano, ma tenuto molto bene. Avevo già appeso i miei due quadri ‘storici’, regali della Paola: uno rappresentava un drago avvolto intorno una tigre con nove diamanti che li circondavano, e l’altro una pantera nera. Questi due quadri per me hanno un forte valore emotivo, ma non è questo il momento di parlarne: diciamo solo che sono molto importanti per me.

In cucina avevo fatto al spesa maggiore, considerando che sarebbe dovuto essere la stanza più vissuta, teoria: una cucina con mobili ad elle lungo due muri, il cui piano terminava con una bella penisola da 4 coperti. Erano tutto in un doppio grigio: la parte esterna dei mobili , un grigio canna di fucile, mentre le parti frontali erano di un grigio più chiaro, molto rilassante, stesso colore che aveva la penisola ad una sola gamba; quattro sgabelli finivano l’arredo della cucina. Ovviamente poi c’era il frigo, ed altri ammennicoli come il micro onde, la macchina del caffè ed altre piccole cose. Insomma a parte la mia camera e la cucina il resto era stato recuperato presso uno di quei mercatini dell’usato, con un ottimo rapporto prezzo qualità.

Prima sera: ora di andare a dormire. Chiaramente casa nuova, nuovi suoni a cui adattarsi: la statale fuori dal lato dello studio, la ferrovia appena oltre al statale, il traffico generato dal semaforo della strada che costeggiava il giardino. Feci cenno alla Shila di seguirmi e salimmo al piano di sopra: mi feci una doccia e poi mi infilai a letto. D’accordo lo confesso: Shila, almeno finche ero solo nel letto, dormiva con me, al mio fianco sul lettone. Aveva dormito così da sempre, anche sul letto singolo quando stavo nel monolocale,, che motivo aveva per non farlo ora su un letto matrimoniale? Mi addormentai pensando che forse era il caso di fare un rito di protezione per la casa, adesso che ci vivevo.

La mattina successiva mi svegliai al solito verso le sei: nonostante fosse sabato, i lunghi anni abituato a svegliarmi sempre a quell’ora, non mi permettevano di dormire più a lungo, per cui mi alzai. D’altronde  dovevo anche far uscire la Shila per farle fare i suoi bisogni, solo che per la prima volta non dovetti uscire di casa, aprii la porta che dava sul giardino ed uscii con lei. Mi accesi una sigaretta mentre lei faceva le sue cose e poi esplorava il giardino. Finita la sigaretta rientrati seguito dalla Shila tutta contenta,  ma appena passato l’uscio che portava di nuovo in salotto notai una cosa: il tavolino posto tra il divano e le due poltrone non era più al suo posto. Sembrava essere stato spostato di lato.

Pensai fosse stata la Shila, che durante la notte avesse esplorato la casa e ci avesse preso dentro. «Niente di grave» mi dissi: spostati di nuovo il tavolino al suo posto e ripresi a fare le mie cose. Al mattino successivo stessa situazione: tavolino spostato di lato. «Che strano» pensai: oramai la Shila dovrebbe aver preso le misure della casa, tant’è che durante il giorno non aveva problemi a spostarsi in casa, e la sera quando andavo a dormire non chiudevo gli scuri, che erano in legno pieno e per questo se serrati, rendevano completamente buia la stanza, proprio perché la Shila potesse muoversi in sicurezza per casa.

Il lunedì mattino mi alzai preparandomi per andare al lavoro: avevo deciso che durante la giornata, quando ero assente, avrei lasciato la Shila in giardino: aveva un ampio porticato sotto il quale proteggersi in caso di maltempo, ma almeno poteva muoversi liberamente per il grande giardino durante la giornata. Al solito, appena sceso, attraversai il salotto per aprire la porta che dava in giardino per far uscire la Shila per fare le sue cose: ancora il tavolino risultava spostato!

E questa volta non poteva essere stata la Shila: avevo appositamente chiuso la porta della camera da letto affinché non potesse uscire dalla camera, di notte, senza avermi chiamato prima. La cosa si faceva ridicola: eravamo solo noi due in casa, la porta aveva una di quelle vecchia chiusure a ‘’sbarra d’acciaio traverso’’ che chiudevo, con attenzione, la sera prima di andare a dormire e non risultava forzata o rotta. La porta d’accesso al giardino aveva una contro porta esterna con la stessa barra in acciaio messo di traverso per cui non era stata aperta in maniera forzata: che diavolo spostava il tavolino?

Misi fuori la Shila, le portai le due ciotole, una con l’acqua ed una con il cibo, chiusi la controporta in legno e poi fece il giro della casa controllando che le finestre e relativi scuri in legno pieno sul lato strada fossero tutte chiuse, prima di andare al lavoro.
Rientrai alle diciotto circa, e mentre infilavo la chiave nella toppa notai che lo scuro della cucina e la finestra erano aperte: «per la miseria: un furto dopo nemmeno due giorni che abito qui ?!?!?!?» pensai piuttosto rabbioso. Apersi la porta con attenzione, poteva essere che il ladro fosse ancora in casa, presi una delle armi da taglio che avevo disseminato per tutta casa, ingresso compreso, ed entrai con cautela.

Per prima cosa andai ad aprire alla Shila, «se c’è qualcuno in casa me lo segnalerà immediatamente» pensai. Ma la tata entrò, allegra facendomi le feste e senza dare segnali di allarme. Dopo le coccole che le spettavano, feci un giro completo della casa con attenzione: nessun segno di scasso sulle finestre o sugli scuri, nessuno in giro per casa, e quelle poche cose di valore, per me, come il computer o le radio, erano tutte al loro posto.

Quelle che non erano al loro posto erano le finestre: esclusa la porta che dava sul giardino, tutte, e ripeto tutte e sette le finestre, tra il piano terra ed il primo piano, erano spalancate, e per di più con il riscaldamento acceso che pompava come un disperato, cerando di portare la temperatura in casa ai diciassette gradi che avevo programmato durante le ore di assenza. Peccato che in casa c’erano i quattro gradi che c’erano fuori, segno che le finestre erano aperte da ore!!!
Chiusi tutto e ci vollero un paio di ore prima che la temperatura in casa tornasse ad un valore decente, considerando che la casa di vecchio stile e aveva i muri molto alti, per riscaldarsi ci metteva un bel po’, e per fortuna che l’impianto di riscaldamento era a gas!!
Uscii con la Shila per non farle perdere l’abitudine alle passeggiate pur avendo il giardino. Rientrati dopo un’ora circa, mi feci la cena, passai la serata a chiacchierare in radio e girovagando in internet.

Alle venti tre circa, mi feci la doccia e mi preparai per andare a dormire: la Shila era già comodamente sdraiata sul suo lato del letto che mi guardava agitando la coda: sapeva che il rito serale prevedeva doppia dose di coccole prima di addormentarci! Chiusi la porta della camera, verificando questa volta che non si aprisse facilmente, poi a nanna.
Mattino successivo, stessa scena: sceso per far uscire la Shila il tavolino, al solito spostato. «Questa cosa comincia a stufarmi» pensai. Non era tanto per il tavolino spostato:  vivevo solo, per cui l’ordine non era certo un problema, ma mi dava fastidio non trovare una soluzione al mistero.

Purtroppo non solo lo spostamento del tavolino si ripeté: al rientro a casa, dal lavoro, di nuovo tutte le finestre erano spalancate! «E per fortuna che stamane, in previsione di questo, avevo spento il riscaldamento!» pensai quasi trionfante, come se avessi fatto un dispetto a non so chi.

Questa volta non feci alcuna ispezione, feci entrare la Shila, e dopo fatte le coccole del rientro, la guardai mentre girovagava per casa: orecchie all’indietro, respiro calmo, bocca semi aperta: tutti segnali di un cane perfettamente rilassato, per cui in casa non c’erano ne persone ne animali intrusi.

Passò la serata tranquillamente: cena, un po’ di televisione, un po’ di radio e poi ora di andare a dormire. Piccola premessa: la camera che avevo adibito a camera da letto, era quella più piccola delle due.

Avevo scelto quella per diversi motivi, non ultimo il fatto che dava dal lato opposto alla strada statale e relativa ferrovia. Ne risultava che avevo il letto disposto in maniera tale che avessi alla mia destra il muro che dava sul giardino, quindi con nessuno che potesse fare rumore di sera.

Mi misi a letto, senza chiudere la porta questa volta, tanto non serviva a nulla farlo. Solita doppia dose di coccole alla Shila e poi rilassamento per prendere sonno. Dovevano essere passate da poco le due di notte, quando fui svegliato da una parte da un ringhio basso e cupo della Shila e dall’altra da qualcuno che stava dando dei colpi al muro che avevo alla mia destra.

Mi dovetti svegliare del tutto per realizzare che nessuno poteva dare dei colpi al muro in quel punto: era circa ad un metro e mezzo dal pavimento, il che voleva dire che era a tre metri e sessanta dal pavimento del giardino, visto che da quel lato non c’era altro che il giardino. Pur realizzando che, salvo qualcuno non avesse fatto free climbing sul muro di casa, nessuno poteva dare dei colpi in quel punto del muro, mi fondai alla finestra, sullo stesso lato del muro, per guardare fuori, ed ovviamente, non c’era nessuno appeso al tetto che ci martellava sopra!!

La Shila, non si era mossa dal letto, ma quando mi girai notai che aveva tutto il pelo del collo irto, e così giù fino alla coda: brutto segno, ma non vedevo nessuno la dove qualcuno avrebbe dovuto esserci per produrre quel suono in quel punto. Per sicurezza afferrai una delle katane e feci il giro della casa, ma la Shila non volle scendere dal letto, la coraggiosa!!
Come prevedevo non c’era nessuno in casa, ma notai che il tavolino era al suo posto corretto. «Che strano, di solito lo trovo spostato» pensai. Tornai in camera e mi rimisi a letto, ma con le orecchie tese aspettando di nuovo quel rumore. Ed ovviamente finché rimasi sveglio silenzio di tomba; appena iniziarono a crollarmi le palpebre, di nuovo la Shila inizio a ringhiare e di nuovo i colpi sul muro.

A quel punto più infastidito che spaventato, dissi «allora la vogliamo finire che voglio dormire??». Lo dissi a nessuno in realtà, perché sapevo di essere solo in casa, ma stranamente da quel momento fu silenzio: la Shila smise di ringhiare e mi si accoccolò al solito a fianco delle gambe, e così riuscii a dormire quella notte finalmente.

La mattina successiva di nuovo il tavolino spostato: ormai quasi non ci facevo più caso, per cui lo rimisi al suo posto quasi sovra pensiero, feci le mie cose ed andai a lavorare. La sera al rientro solita solfa: finestre spalancate dappertutto. Quella sera per levarmi il dubbio del tutto che non fosse la tata a spostare il tavolino, lo misi bene al suo posto e poi calai della farina per terra: se fosse passata vicino al tavolino avrei trovato le sue impronte nella farina ed avrei risolto almeno quel mistero.

La sera stessa scenetta della sera prima: appena addormentato, colpi sul muro e ringhi del cane, questa volta non mi alzai nemmeno: «allora la finiamo che c’è gente che deve dormire qui!» dissi a voce alta, quasi sicuro che avrei ottenuto silenzio, e così fu !
Al mattino, questa volta parecchio curioso, scesi di corsa in salotto a cercare le impronte della Shila a fianco al tavolino: ma ahimè nulla: il tavolino, non solo risultava spostato, ma per spostarlo era stato sollevato, visto che non c’erano tracce di trascinamento nella farina!!

A quel punto inizia a capire cosa stava succedendo e volli fare una prova: presi il tavolino, con fare stizzito, e lo riposi al suo posto dicendo a voce alta:«sentimi bene: il tavolino qui è, e qui lo voglio trovare al mio rientro; chiaro ?» Silenzio per un attimo poi un gran fragore di vetri infranti alle mie spalle; mi girai per vedere che fosse successo, ed uno dei miei due quadri storici, era per terra con la cornice, a vetro vivo, in mille pezzi.

Mi stava salendo l’ira funesta, ma feci un respiro profondo, in realtà più di uno, per riprendere il controllo. «Allora ci senti» dissi a voce alta, «no perché credevo fossi sordo quando ti conviene. Qui dobbiamo trovare il modo di convivere noi due, perché se qualcuno deve andarsene, fidati non sarò io! Ho già avuto coinquilini come te in passato e non mi spaventi affatto, posso capire che tu sia legato a questa casa in qualche modo, ma se pensi di farmi uscire di senno per farmene andare hai capito male».

Restai in attesa di qualche segnale di risposta, ma a parte la Shila ferma sulla porta del giardino, con nessuna intenzione di rientrare in quel momento, nulla di nulla. «Io vado al lavoro, e spero bene che quando rientro non debba fare il solito giro della casa a chiudere le finestre, tanto la cosa non mi fa paura per nulla, quindi vedi tu se vuoi che dividiamo casa o meno». Anche questa volta nessun cenno di risposta. Feci quel che dovevo fare, ed andai al lavoro.

Durante la giornata chiamai il mio amico, quello che mi aveva introdotto alla padrona di casa, chiacchierammo un po’ ma lo sentivo un po titubante dall’altra parte del telefono; «Senti Roby, ma mica mi dovevi dire qualcosa a proposito della casa?» lui chiaramente in difficoltà «no, nulla, ho dimenticato qualcosa di mio in cantina o in soffitta?» chiaramente stava tergiversando: decisi di saltare i preamboli: «Senti Roby, potevi anche dirmelo che la casa non era vuota, al momento di affittarla!» Silenzio dall’alta parte, chiaramente non sapeva che rispondere, «ma almeno sai chi sia il coinquilino? Giusto da sapere come comportarmi!».

A quel punto Roby mi disse tutto d’un fiato «sinceramente non ero sicuro di non essere pazzo o di essere sulla via di  diventarlo, ma negli ultimi tempi succedevano cose strane in quella casa, è anche per questo che ho deciso di andarcene: quando ho saputo che la Barbara era in stato interessante, non me la son sentita di restare li e tu cercavi appartamento e so che con queste cose te la cavi».

Non sapevo se coprirlo di insulti o se mettermi a ridere. «Beh, Roby, in futuro,  almeno prenditi la briga di avvisare prima di rifilare una casa infestata a qualcuno, anche se questo qualcuno sa come gestire la cosa». Parlammo un po’ di cosa gli era successo, ed in realtà a lui era andata più che bene: solo ombre alla periferia della vista, qualche rumore strano quando era solo in casa,  nulla di più; quando gli raccontai cosa mi era successo in quei primi giorni, mi giurò e ri giurò che se fossero successe cose del genere a lui, se fosse sopravvissuto allo spavento, non mi avrebbe mai consigliato di prendere quella casa in affitto.

Arrivò l’ora di rientrare a casa: ero curioso di vedere che effetto avesse avuto il mio ‘’discorsetto’’ della mattina. Arrivato davanti casa, intanto, notai, con soddisfazione, che le finestre erano tutte chiuse, come le avevo lasciate la mattina. «Cominciamo bene» pensai tra me e me, entrai in casa e, come sempre, prima di tutto feci entrare la Shila in casa che, stranamente, ebbe un tentennamento prima di attraversare l’uscio: fiutò l’aria per qualche istante e poi entrò allegra come sempre. Controllai le altre finestre ed erano tutto chiuse, come le avevo lasciate al mattino.

Rientrando, mi ero fermato a prendere una nuova cornice a vetro per il quadro caduto al mattino; sistemai il quadro dentro la nuova cornice, e l’appesi dicendo a voce alta «e speriamo che non debba cambiarlo di nuovo sto vetro»; nessuna reazione, «ok se non gli va di parlare io non lo forzo di certo» pensai. Passai la serata tranquillamente, facendo le solite cose che facevo la sera. Arrivata l’ora mi feci la doccia, e mi misi a letto, elargendo la solita doppia dose di coccole alla Shila.

Ad un certo punto la stanchezza stava prendendo il sopravvento, così spensi la luce, diedi la buona notte alla tata, poi ci pensai un attimo ed aggiunsi a voce alta «buona notte anche a te, se ci sei ancora». Un colpo secco, uno solo, sempre nello stesso punto del muro fu l’unica risposta. «Ok allora notte anche a te» dissi sorridendo  e prendendo sonno.

Cap. 04 – Giocaci E Giocaci Aancora E Finirari Per Farti Male !!

Casa-dei-fantasmi

Conobbi Mara in quanto amica di Sabrina, l’allora fidanzata di un mio carissimo amico; Sabrina era già di suo attratta dal paranormale, ma in modo piuttosto classico: superficiale, senza cognizione di causa e senza la minima idea di in che razza di guai potesse cacciarsi.

Mara invece, seppure cercasse di dare la stessa impressione, avevo già inteso che ne masticava molto di più: se per scelta o per esserci stata coinvolta all’inizio ancora non potevo saperlo.

Ci vedevamo spesso nell’ufficio di Mara, nel pomeriggio al rientro dal lavoro, sino a quel pomeriggio in cui rientrando invece direttamente a casa, trovai un disastro; abitavo allora in appartamento su due piani in felice condivisione di una entità che non aveva, sino a quel momento ancora, deciso di farsi riconoscere, per cui la casa era spesso oggetto di attività piuttosto strane all’apparenza; ma sapendo di cosa si trattasse, non mi creava grossi problemi.

Sabrina lo sapeva ed ovviamente aveva raccontato tutto a Mara, la quale all’apparenza non sembrava, più di tanto, colpita.

Quel pomeriggio rientrai in casa e, appena varcata la soglia, mi fu subito chiaro che qualcosa era successo: qualcosa che non era nelle solite attività, più o meno, strane che il mio coinquilino era solito fare durante la mia assenza.

La prima cosa che notai, guardando in alto, sopra i tre gradini necessari, per passare dall’ingresso all’entrata vera e propria, fu il materasso del mio letto matrimoniale, appoggiato alla ringhiera della scala che portava al primo piano, e già questo mi lasciò piuttosto perplesso!

Entrai in sala, che era diritta proseguendo dall’entrata davanti a me, e non vidi il grande tavolo rotondo, recuperato da un venditore di mobili usati quando attrezzai la casa appena mi ci sistemai. Mi chiesi dove potesse essere, ma subito dopo sorrisi pensando al fatto che se il materasso era al piano terra, molto probabilmente il tavolo stava al piano di sopra; è così era in effetti: appoggiato a gambe all’aria sulla, ormai nuda, rete del mio letto.

Finii il giro della casa per farmi un’idea di che altro ci fosse fuori posto, ma avrei fatto prima ad elencare cosa era rimasto al suo posto, visto che circa l’80% della mobilia ed attrezzistica varia non era più dove doveva essere. Controllate le poche cose di valore che avevo in casa, come l’impianto stereo, il computer, in quegli anni valeva una piccola fortuna, tutte le radio del mio hobby preferito e per ultimo un tavolino basso cinese con la base completamente lavorata in madreperla e pietre dure, sopra il quale troneggiava un supporto con due katane di misure diverse che, per un collezionista, sarebbero bastate a giustificare l’eventuale furto con scasso, scasso che per altro non c’era stato!

Cominciò a montarmi la rabbia: escluso il furto ed esclusa la possibilità che fosse stato il mio ospite restava solo una possibilità: qualcuno/a si era divertito a giocare con qualcosa che avrebbe fatto meglio a non infastidire; chissà come mai i nomi Sabrina e Mara mi vennero in mente senza alcuno sforzo. Mi fionda fuori di casa e raggiunsi le signorine all’ufficio di Mara, che era nemmeno un chilometro da casa mia. A dire il vero mi aspettavo che la Sabrina, coraggiosa come la conoscevo io, non si sarebbe fatta trovare, ed invece era li.
L’accesso all’ufficio della Mara era uno stretto corridoio all’inizio del quale c’era, sulla sinistra, l’accesso ad un ufficio di un’altra attività con il titolare della quale la Mara divideva la spesa dell’affitto; ma avevano due lavori del tutto diversi: nulla in comune o che potesse portarli in contrasto per questioni di lavoro. «Ragazze!» ringhiai, dirigendomi a passi pesanti verso il loro ufficio, «che diavolo avete combinato a casa mia?» finii di domandare mentre spalancavo la porta dell’ufficio. Beh chiamarlo ufficio ci voleva del coraggio: un locale anonimo di 3 metri per 5, una vecchia costruzione dai muri molto alti totalmente tinteggiato di bianco, quel bianco che richiama subito alla mente gli altrettanto vecchi e fatiscenti locali dell’ospedale antico della nostra città. Un paio di scrivanie, sicuramente provenienti dall’Ikea, posizionate ad elle cercavano di sfruttare quel poco di spazio che restava una volta sistemate le stampanti semi industriali e le postazioni di lavoro con i vecchi gloriosi Mac.

Appena aperta la porta, trovai quello che, in fondo sapevo già di trovare: Sabrina messa di schiena con il terrore di guardarmi in faccia, Mara al suo posto con il suo solito bellissimo sorriso che sghignazzava, non sapendo cosa l’aspettasse ovviamente. «Non voglio nemmeno sapere cosa avete combinato» iniziai saltando i saluti giusto per far capire che facevo tremendamente sul serio, «adesso prendere i vostri egregi fondo schiena e li portate immediatamente a casa mia e sistemate il casino che avete combinato!»

Avevo cercato di usare un tono duro e tagliente, che non lasciasse la più piccola possibilità di intendere che non facessi sul serio, ma Mara sorridendo mi rispose «Ma è davvero così grave la situazione?» Mara aveva quel sorrisino che tante volte le avevo detto che ricordava il musetto di un gattino in cerca di discolparsi della marachella appena combinata. Mi misi a sorridere, era impossibile resisterle quando faceva così! Ma ero intenzionato anche a non fargliela passare liscia questa volta. «Fai pure la gattina, ma intanto prendi il culo, la tua socia e filate a casa mia: quando rientro tra un paio di ore voglio trovare tutto come era stamane quando me ne sono andato. Chiaro?» Sabrina intanto non si era ancora voltata: conoscendola non lo avrebbe fatto finché non fosse stata costretta a farlo, la sua aura era grigia: era davvero spaventata per la mia entrata brusca. Descrissi loro l’ingresso e la camera da letto ed a quel punto vidi Mara per la prima prima volta un po’ preoccupata. «Dai Sabri, muoviamo il culo: noi l’abbiamo combinata e noi dobbiamo sistemarla». Fu solo allora che Sabrina si girò, con gli occhi un po’ arrossati, solo perché se li era sfregati a dovere credendo di impietosirmi;

«Senti cocca, intanto vai a sistemare casa che per piangere poi hai tempo» ed aggiunsi un sorriso lieve lieve giusto per farle capire che non ero arrabbiatissimo, diciamo solo scocciato dal rientrare a casa e dovermi mettere a sistemare tutto per qualcosa in cui non c’entravo nemmeno!! Aspettai che prendessero lo loro cose, che spegnessero le apparecchiature e che si incamminassero verso l’uscita. Solo a quel punto me ne andai per i fatti miei a trovare un amico che abitava in zona.

Dopo qualche ora ricevetti un messaggio sul cellulare dalla Mara, che diceva che era quasi tutto sistemato e che potevo rientrare. Le risposi di non farsi trovare al mio rientro che ancora non mi era passata l’arrabbiatura; in realtà sapevo benissimo che al mio rientro avrei dovuto affrontare il mio ‘coinquilino’ che sicuramente non aveva gradito l’intrusione, e che probabilmente era il vero responsabile del disastro che avevo trovato.
L’indomani, al rientro dal lavoro, mi fermai dalle ragazze per affrontare la questione con un po’ più di mente serena. Ero ancora infastidito specialmente visto che ormai sapevo cosa era successo, dal coinquilino.

Capivo la voglia di sperimentare delle ragazze, ma dovevano anche capire a che rischi andavano incontro ed che rischi facevano correre ai soggetti, inconsapevoli, dei loro esperimenti. Sabrina non era in ufficio, e da un certo punto di vista ero contento che non vi fosse: a mio parere era lei ad avere una certa brutta influenza su Mara. «Allora Mara, mi spiegate che cosa speravate di ottenere con lo scherzetto di ieri pomeriggio?»; Mara era chiaramente in imbarazzo, se non altro aveva capito di aver fatto una sciocchezza; continuando a lavorare sul suo foglio al Mac iniziò: «sai ieri Sabrina mi diceva di un esercizio con cui si poteva contattare una persona nel sonno». La interruppi subito «ma ti pare che alle due di pomeriggio io dormissi??

Nemmeno non conosceste i miei orari!!»; Mara cercò un appiglio «ma sai, diceva che con menti ricettive come la tua poteva funzionare anche da svegli». Li iniziai di nuovo ad alterarmi: «ma vi siete poste il problema di cosa stessi facendo in quel momento? Se stavo guidando un mezzo pesante? Se fossi stato a colloquio con qualcuno? Come avrei giustificato un contatto di quel genere????»

Mara, chiaramente sempre più in imbarazzo cercava una via di uscita «dovevo verificare se sei davvero così bravo, prima di parlarti di una cosa personale, per capire se puoi o no aiutarmi davvero». L’aura di Mara era cambiata, da rossa-blu, dovuta all’ansia, stava diventando a strisce rosse che alternavano a strisce grigio chiaro, indice di paura. Dall’aura potevo capire che era passata dal timore di parlarmi di qualcosa, alla paura della cosa di cui voleva parlare: decisi di aiutarla a decidere di parlarne, se non altro per aiutarla a levarsi quel peso dallo stomaco che sembrava quasi asfissiarla!!

«Forza! Sputa il rospo» le dissi, cercando in incoraggiarla a superare lo stallo in cui si era ficcata. Mara era chiaramente in difficoltà, ma decise di affrontare la cosa, prese fiato e «Puoi passare da casa mia stasera, che so verso le 20?». Dedussi che o non voleva parlarne davanti la Sabrina, oppure era qualcosa che riguardava l’appartamento e voleva che lo vedessi direttamente. «Certo: nessun problema Mara» e chiusi il discorso visto che era chiaro che non avrebbe detto altro sulla questione, qualunque essa fosse.

Alle 19.55 ero davanti casa sua e lei era li ad aspettarmi, pensai che fosse strano che non fosse già in casa ad attendermi, ma non me ne preoccupai più di tanto. Salimmo le scale parlando del più e del meno, come se fossi li per un aperitivo o qualcosa di simile, ma appena fui dinanzi alla porta comincia a capire perché fosse stata tanto scevra di informazioni. «Mara: che avete combinato qui dentro? Sento puzza di entità come il marcio in una fogna davanti a questa porta!!». Mara iniziò a farfugliare mentre rovistava nella borsa per recuperare le chiavi, e non parve affatto stupita quando un rumore secco e metallico indicò che la serratura della porta si era appena aperta… da sola!!

«Ecco adesso inizio a preoccuparmi davvero Mara» le dissi, ma lei nulla, a testa bassa entrò in casa facendomi segno di seguirla. L’appartamento era un classico appartamentino di periferia: ingresso, con un corridoio, piuttosto scuro che proseguiva dritto fino ad un muro, probabilmente il confinante con un altro appartamento, e lungo il corridoio, disposte una di fronte all’altra due serie di porte; la prima a destra la cucina, di fronte la sala da pranzo, poi due camere da letto una di fronte all’altra; in più sul lato destro tra le due una rientranza in cui era posizionata la lavatrice ed un’altra porta che dava nel bagno. Un appartamento come tanti se non fosse per quel freddo assurdo che mordeva la carne, le ossa e l’anima.

«Allora mi vuoi spiegare ora?» incalzai Mara, lei si spostò davanti la sua camera da letto ed a passo deciso raggiunse il bordo del suo letto e con un gesto, un tantino teatrale mi sembrava al momento almeno, spostò il piumino ed il lenzuolo. Non disse una parola: rimase con lo sguardo fisso sullo spettacolo che mi si era presentato ed a voce bassissima, quasi sussurrando come in una chiesa aggiunse solo «e tutte le notti così ormai da quasi un mese».

Si stava riferendo al macello che era stato combinato al lenzuolo di sotto del suo letto. Apparentemente strappato a casaccio, ma osservando con più attenzione era chiaro che il lenzuolo era stato lacerato con uno schema che mi era piuttosto noto: artigliate. Purtroppo i segni erano a gruppi di tre, il che escludeva animali di qualsiasi tipo che potessero raggiungere, condizioni normali il letto. Le cosiddette ‘zampe a tre artigli’ sono piuttosto comuni tra una certa categoria di esseri purtroppo. A quel punto ero indeciso se iniziare la mia indagine immediatamente o, se prima, farle una ramanzina di quelle come si sarebbe aspettata; ma era evidente che era già di suo piuttosto abbacchiata e spaventata: colpire un essere a terra, salvo rari casi, non fa parte del mio stile, per cui iniziai subito con le domande di rito. «Da quanto va avanti? Cosa hai fatto per far iniziare questa cosa? Succede con te presente o solo quando sei fuori casa?» e così avanti per un bel po’.

Mara fu stranamente molto precisa sui dettagli di come era iniziata la faccenda, e fu fin troppo chiara nel descrivere, senza rendersene conto, l’errore madornale che aveva fatto quella notte. Man mano che ponevo le mie domande sentivo ‘qualcuno’ che si agitava sempre di più: era chiaro che questa entità aveva già inteso chi ero e cosa stavo facendo li, perché più andavo a fondo con le domande e più sia Mara che io sentivamo una pressione interiore che aumentava in maniera costante.

Facendo l’indifferente iniziai a spostarmi mentre parlavo con Mara e lei istintivamente mi seguì, così lasciammo la camera da letto e ci dirigemmo in cucina. La pressione diminuì di parecchio anche se non scomparve del tutto. Questo mi fece sorgere un dubbio: «Mara hai pestato i calli a qualcuno a cui non dovevi farlo ultimamente?» Mara mi guardò incuriosita, e forse per tagliare un po’ la tensione mi rispose «a parte te? No, non mi pare.»

Cercai di spiegarle che il fatto che questa entità pareva non in grado di allontanarsi dalla camera mi indicava che era forte solo li dentro, e di solito questo non accade con entità che riescono, con l’inganno, ad avere accesso alla nostra realtà. Il che mi fece venire un dubbio; «resta qui» le dissi e tornai nella stanza da letto. Cominciai con i cuscini, li presi uno per volta e li tastai in cerca di qualcosa di anomalo come un ispessimento, un grumo insomma qualunque cosa che di norma non si trova all’interno di un cuscino; i quattro cuscini sembravano in ordine, per cui passa ad ispezionare il comodino dal lato dove lei dormiva di solito.

Una lampada da notte, un libro, pettine, spazzola: solito cose, poi sotto il libro noto un piccolo porta gioie, che a giudicare dalla polvere non veniva aperto da parecchio; lo fisso: aveva qualcosa di ipnotico, almeno per me, sento all’improvviso, e con la mente e non con le orecchie, una cantilena che non mi è affatto nuova. Rallento il respiro mentre allungo la mano per sfiorare senza ancora toccare quel piccolo contenitore laccato rosso e nero. Espando la mente diventando ricettivo un momento prima di arrivare a toccarlo. Ed all’improvviso eccoli: due occhi scuri mi stanno fissando e dalla posizione delle sopracciglia non sono affatto occhi benevoli.

Sento la cantilena più distintamente ora: ha una melodia arcaica, non delle nostre terre, direi africana così ad istinto. Prendo il cofanetto in mano ascolto le sensazioni che mi trasmette: rabbia, malanimo, cattiveria. «Mettilo subito giù e vattene» romba all’improvviso nella testa. «E perché dovrei mai farlo?» rispondo, mentalmente, in tono di sfida.

Silenzio totale per qualche secondo e poi la minaccia «perché altrimenti, dopo tocca a te!»
Ormai l’ho raggiunta: facendole perdere tempo tra minacce e risposte, ne ho approfittato per agganciarla e capire: l’entità, in realtà e una entità molto umana, una qualsiasi fattucchiera che ha lanciato una fattura malefica sulla Mara. «Senti bella: ormai è chiaro che hai lanciato una fattura, e per quanto mi riguarda sarà piuttosto semplice cancellarla. Se la finiamo qui bene, se insisti allora mi vedrò costretto a venirti a cercare.»

Silenzio… non capivo se per lo scorno di essere stata scoperta, o perché cercasse un qualche terreno di confronto occulto. Probabilmente, la donna, stava cercando di capire che livello operativo io potessi avessi e che tipo di problemi potessi procurarle.
Riformulai il mio quesito sempre mentalmente: «allora? La disfai tu la fattura o devo provvedere io? Sai cosa vuol dire che provveda io vero ?»

La domanda era intrinsecamente una minaccia: quando si ‘leva’ una fattura, è consuetudine riappiccicarla a chi l’ha generata, e questo non comporta che avendola generata la persona originalmente sia poi così semplice per lei disfare cosa fa qualcun altro.

La risposta fu quasi fulminea quindi legata più alla rabbia che ad un ragionamento concreto sulle possibili conseguenze: «Fai come ti pare: io ho avuto commissionato il lavoro e me l’hanno pagato, per cui la fattura resta.»

Fu chiaro a quel punto che non c’era più alcun punto di confronto con la fattucchiera per cui tagliai lesto il legame dal cofanetto.
«Mara» chiamai, lei mesta, mesta mi raggiunse in camera da letto guadando sospettosa il porta gioie che tenevo in mano. «Dimmi» fu l’unica cosa che esclamò sempre tenendo d’occhio con cautela l’oggetto.

«Allora» iniziai, «hai chiaramente pestato i piedi a qualcuno che si è preso addirittura la briga di pagare qualcuno per affilarti una fattura. Dire di un livello me di alto, visto le tracce di artigli, ma la cosa la posso gestire. Certo sapere chi ha avviato la questione, mi renderebbe il lavoro molto più semplice e rapido…» lasciai volutamente la frase sospesa aspettandomi che la terminasse lei con un nome, una indicazione un qualcosa che mi rendesse il lavoro più semplice.

Niente: Mara roteava gli occhi in alto in un chiaro sforzo di ricordare qualche avvenimento o persona a cui collegare questa cosa, ma il suo cervello stava girando a vuoto chiaramente. «Ok, lascia stare: stanotte dormi da me, io intanto sistemo la cosa così che tu possa rientrare in casa tranquilla.»

Mara mi guardò un attimo e poi: «ma il tuo coinquilino non si arrabbierà che dormo li visto il casino di ieri ?» si stava ancora riferendo all’incidente dei mobili ribaltati in giro per casa, «No, gli ho spiegato cosa è successo e ha deciso di non intervenire, chiaramente a patto che non succeda mai più!»

Così fu, prese quattro cose che le servivano per la notte: un pigiama, spazzolino, spazzole per capelli, creme, cremine varie e ce ne tornammo a casa mia.

La serata passò tranquilla, esclusi i tentativi di Sabrina di avere novità, ed il suo insistere, se poteva passare: sapendo quando la infastidiva essere tagliata fuori, chiaramente dissi a Mara di non farla venire!

Parlammo del più e del meno, e mi raccontò di come era stata introdotta quasi senza rendersene conto all’occultismo dalla nonna paterna. Chiaramente la nonna aveva visto in lei quello che vedevo io leggendole l’aura e per quello la aveva iniziata alle arti di questo tipo, purtroppo però la troppa differenza di età, come succede quasi sempre in questi casi, portò ad una morte per vecchiaia della donna, senza aver potuto completare l’addestramento della nipote, che così si trovava per le mani dei mezzi che non capiva del tutto e di cui spesso ignorava le conseguenze, tipo lo scherzetto fatto ai mobili di casa mia.
Decisi in quel momento che l’avrei portata quanto meno al primo livello di preparazione per darle la possibilità di fare certe cose con cognizione di causa e senza correre rischi, sempre che l’avesse voluto; ma questo è un’altra storia.

Quando furono le 23 salutai con cortesia mandando Mara a dormire, ed io mi ritirai nella mia cantina ben attrezzata e protetta per fare il mio lavoro; chiamai il mio coinquilino per avvisarlo che mi stavo per mettere al lavoro per cui come da accordi presi, poteva partecipare, farsi un giro o guardare senza intervenire: chiaramente la scelta era sempre solo sua, mai mia !

Presi il cofanetto dall’involucro di velluto nero in cui lo avevo avvolto per portarlo via, il velluto nero serve a impedire a chi ha fatto la fattura di vedere che succede intorno all’oggetto, appena svelato il cofanetto sentii il coinquilino borbottare qualcosa: «che c’è non riesco a capirti» dissi mentalmente e nello stesso modo mi rispose: «lavoretto da principiante!» sbottò. «Non tutti hanno la tua fortuna di condividere casa con uno che sa cosa sta facendo» gli feci eco sorridendo tra me e me, perché sapevo quando lo infastidivano questi discorsi in cui sottolineavo che lui non era l’unico bravo presente in casa.

«La vedi ?» mi chiese, «no ne vedo solo la forma per ora: chiaramente una donna». Evidentemente il coinquilino era di umore collaborativo quella sera «da qui ci penso io… non ha voluto ritirare la fattura vero?» Il tono con cui lo disse mi fece accapponare la pelle. «Senti amico mio, non voglio morti, pestilenze, putrefazioni, demoni o altro: solo annullare e rigirarle come si confà tra noi il lavoro. E preciso nulla di più, sono stato chiaro ? Sennò faccio io.» Sapevo che si sarebbe irritato, ma sapevo anche che con il tempo aveva anche imparato a non litigare con me. «D’accordo d’accordo come vuoi tu… rispedisco al mittente senza interesse… che noia».

Delle volte le nostre conversazioni mi divertivano troppo, specialmente quelle in cui lui dimostrava di abbassare la testa, o cosa avesse al posto della testa, visto che non aveva mai voluto palesarsi in forma fisica con me.

Si erano fatte le tre di notte, ora giusta per chiudere il lavoro e andare a dormire.
La mattina alle sei, come d’abitudine ero già in piedi a preparare delle pancake per Mara, sapevo che ci andava matta, affogandole nello sciroppo di acero che riuscivo a procurarmi da amici americani, perché da noi ancora non si vendevano questo tipo di prodotti.

«Che profumino, hai fatto le pancake?» la domanda era trabocchetto perché stava già sbavando mentre si gustava con gli occhi la pila di frittelle che era a fianco alla teglia su cui soffriggevo.

«Secondo te?» le dissi mentre portavo la pila a tavola, e ci ingozzammo come se non ci fosse domani. Dieci minuti e 20 pancake erano andate spazzolate senza un sol commento. «Ok Mara, adesso tu vai al lavoro, e ci vado pure io, quando stacco, verso le diciassette, passo a prenderti e tu ed io» e posi particolare enfasi sulla parte finale della frase «andiamo a casa tua a finire il lavoro».

Lei accettò senza discutere il fatto che non volessi Sabrina tra i piedi, e ben fece chiaramente! La giornata passò bene o male in fretta, salvo alcuni momenti in cui sentivo qualcuno che mi girava intorno, ed immagino fosse la fattucchiera che tentava di raggiungermi, ma il mio amuleto al collo la bloccava ogni volta che ci provava senza che nemmeno che dovessi intervenire coscientemente io.

Alle 17,30 eravamo davanti casa della Mara, le dissi di darmi le chiavi e di aspettare che la chiamassi. Volevo essere certo che la casa fosse pulita prima che lei vi rientrasse definitivamente.

Entrato in casa, apersi tutte le finestre e mentre casa si arieggiava di un nuovo odore di fresco preparai una ciotola dove versai dell’acqua in ebollizione in cui avevo sciolto abbondante sale marino.

La feci intiepidire abbastanza da non scottarmi le dita ed iniziai a iscrivere in un cerchio su ogni finestra, un sigillo di protezione in direzione esterna: qualunque entità in casa poteva uscire, nessuna entità da fuori poteva invece entrare. Ci volle più di mezzora per finire il lavoro su tutte le finestre, e per ultima la porta di ingresso, cosa un po’ più complicata perché dovevo aspettare che non ci fosse nessuno sulle scale; ma alla fine sistemai anche la porta.

Chiusi tutte le finestre e la porta, mi misi più o meno al centro della casa ed iniziai ad espandere la mia sfera protettiva: volevo essere certo che niente e nessuno si fosse annidato in qualche angolo che mi fosse scappato: più la sfera si allargava più avrebbe spinto qualunque entità verso i muri perimetrali, e per non essere spezzati dalla pressione l’unica via di fuga erano le finestre con il sigillo in uscita.

Fortunatamente non percepii nulla… evidentemente l’entità che era stata coinvolta nella formazione della fattura si era ritrovata libera al momento in cui avevo invertito la fattura stessa, ed adesso probabilmente era in casa delle fattucchiera. Sorrisi all’idea della tipa alla presa con una entità arrabbiata perché sbattacchiata da una parte all’altra senza alcun ritegno… le entità posson diventare molto permalose!!

Mi affacciai dalla finestra del cucinino, che dava sull’ingresso della palazzina e sotto, come mi aspettavo trovai Mara col naso all’insù, le feci cenno di salire e le andai incontro all’uscio di casa.

Lei si fermò proprio sull’anta della porta «Posso ? Si ?» Mi venne da sorridere a vederla chiedere permesso a casa propria, ma mi fece anche piacere perché dimostrava di aver capito che la situazione non era da prendere sottogamba.

«Entra entra, anzi dimmi che sensazioni hai rispetto all’ultima volta che sei entrata qui». Lei girò un po’ per casa, evitando chiaramente la camera da letto. «Forza tanto ci devi entrare prima o poi qui dentro» le dissi indicandole la porta già spalancata della sua camera da letto.

Si fece coraggio ed entrò: era chiaramente in attesa le succedesse qualcosa, ma non successe assolutamente nulla. Le si stampò fintamente un espressione più rilassata sul viso. «Grazie, davvero non so come potrò mai sdebitarmi per aver messo a posto questo casino» mi disse davvero sull’orlo delle lacrime.

«Mara è stato un piacere poterti aiutare, ma devi promettermi che in futuro starai più attenta a chi pesti i piedi, almeno finché non avrai imparato a proteggerti a dovere!»

Lei sorrise e rispose con solo «quando cominciamo ?»

Cap. 03 – Non Ddire Mai Quella Parola!

SedutaSpiritica

Questo fu un caso un po’ atipico: un gruppo di amici che voleva iniziare a sondare il mondo del paranormale, che mi chiese una guida nel farlo. Contrariamente al solito, tutto iniziò, già, alla prima seduta. Eravamo a casa di Gianni, un appartamento al 4 piano di una palazzina, delle case popolari, nel quartiere dove abitavo. Ci trovammo un pomeriggio di maggio: io, Gianni, Massimiliano e Fabio; tutti, tranne me, novizi in questo campo. Diedi loro istruzioni molto chiare sul come comportarsi durante la seduta, cosa fare e, soprattutto, cosa non fare al presentarsi di certe situazioni.

Il locale era la sala da pranzo dell’appartamento: largo, aerato, con una porta finestra; un tavolo rettangolare, dove operavamo, ed a fianco un divano con un tavolino composto da una struttura di ferro battuto con appoggiato una lastra in granito, decisamente pesante, tanto che il solo peso era sufficiente a tenerlo fissato in posizione.

Si decise di provare a chiamare la nonna di Massimiliano, la scelta, apparentemente casuale, era dovuta al fatto che Gianni, in quanto titolare della casa, non voleva correre rischi di avere presenze “residue” a fine seduta, mentre Fabio si sentiva troppo novizio per decidere chi chiamare, in realtà la sua era paura da prima volta, ma era una cosa comprensibile, per cui nessuno insistette affinché fosse lui a decidere.
Gianni avviò un disco di musica classica per avere uno sottofondo utile a rilassarci, e chiuse tutte le finestre, come gli avevo indicato, così da non avere possibilità di scambiare movimenti di oggetti con movimenti dovuti a correnti d’aria.

Iniziammo la seduta, una classica catena di mani serrata, chiamai diverse volte la nonna di Massimiliano, ma pareva non volersi presentare, così decidemmo di fare in altro modo, chiedendo a chi fosse nelle vicinanze di rispondere alla nostra chiamata. Passarono pochi secondi ed iniziarono i fatti anomali: una corrente d’aria, non dovuta a finestre aperte, ci girava intorno, chiaramente qualcuno stava rispondendo, ma alla richiesta di palesarsi dichiarando chi fosse: non ottenemmo risposta.

Questo, sapevo benissimo, non era un buon segno: di norma gli spiriti non possono mentire a domande dirette, poste da chi è nella catena, e quando un’entità non dava il proprio nome, come risposta ad una domanda chiara tipo “dicci chi sei”, le possibilità che fosse uno spirito “burlone”, o peggio, un’entità negativa, erano piuttosto alte. Un rumore stridulo ed acuto ci colse di sprovvista: veniva da dalla mia sinistra, dal tavolino posto davanti al divano. Purtroppo Fabio si fece prendere dalla paura e fece l’errore più comune, e madornale, che si possa fare in questo caso: staccò le mani dalla catena.

Massimiliano cercò di essere rapido nell’afferrare la mano di Gianni che restava il più vicino dopo l’interruzione di Fabio, ma bastarono quei pochi secondi affinché succedesse quello che Gianni, aveva sperato non sarebbe accaduto: qualcosa/qualcuno uscì dal cerchio della chiamata, si mosse veloce furtivo nella sala; al suo passaggio vicino alla finestra le tende si mossero silenziosamente, ma in maniera evidente. Fabio cacciò un urlo soffocato e tentò di guadagnare la porta di ingresso, che però pareva opporsi alla sua volontà di abbandonare la casa: per quanto tirasse forte la porta, non dava cenno di cedere e non si apriva; Fabio era chiaramente ormai nel panico, Gianni grondava sudore per vincere la tentazione di interrompere la catena prima che io dessi l’assenso, Massimiliano, stranamente, appariva piuttosto calmo in attesa di sviluppo della situazione.

Chiusi la seduta in fretta, ma facendo attenzione a farlo nel modo corretto; alla fine rilasciai le mani interrompendo la catena, Gianni e Massimiliano intesero, da questo mio gesto, che potevano fare altrettanto.

La prima cosa, fu cercare di calmare Fabio: ci volle un bel po’, ma alla fine ci riuscimmo; a quel punto Gianni mi fece notare una cosa: il giradischi era di quelli con lo strumento per verificare la velocità corretta della rotazione del piatto; il disco montato era un long plain, quindi il giradischi era impostato a 33 giri; ma lo strumento indicava che il piatto stava girando a 45 giri, ed in effetti anche ad occhio la velocità era quella del 45 giri: ma allora, come era possibile che stavano ascoltando il brano correttamente come se fosse impostato a 33 giri? Lo strumento era meccanico per cui non era possibile che indicasse una velocità errata. Gianni spostò il commutatore su 45 giri e non cambiò nulla: la musica era sempre riprodotta correttamente. Commutò su 33 giri e di nuovo su 45 e questa volta la riproduzione era chiaramente troppo veloce. Ci guardammo in faccia con fare interrogativo, ma nessuno seppe dare una motivazione, se non di origine soprannaturale.

Gianni ci fece notare un’altra cosa: il tavolino situato davanti al divano. La lastra di granito era ruotata oltre i 45° il che rendeva, fisicamente impossibile, il fatto che la lastra restasse appoggiata sulla struttura: in teoria la lastra essendo ruotata oltre i 45° doveva essere caduta, ma restava li sospesa come se un peso, non visibile a noi, fosse posto sull’angolo opposto in maniera di non farlo cadere. Anche in questo caso, Gianni lo rimise a posto e poi, facendosi aiutare da Massimiliano, sposto la lastra nella posizione in cui l’avevamo trovata: se Massimiliano non l’avesse tenuta sarebbe piombata a terra, probabilmente spaccandosi in mille pezzi.

Discutemmo un po’ su cosa fosse successo: a parte Fabio, chiaramente ancora sconvolto, il resto del gruppo era abbastanza tranquillo da poter fare un’analisi dell’accaduto. Palesemente i tre fatti avvenuti erano di origine soprannaturale: la rotazione anomale del piatto del giradischi, la posizione inspiegabile della lastra di granito e lo spostamento delle tende con le finestre chiuse. Per nessuno dei tre avvenimenti esisteva una spiegazione valida, che non fosse collegata al paranormale. Decidemmo di ripetere la seduta un altro giorno, ci salutammo e tornammo ognuno a casa propria.

Passò qualche giorno e, un pomeriggio, Massimiliano mi chiese di vederci per potermi parlare di una questione, a suo parere, grave. Ci incontrammo al solito posto, al parco del quartiere: Massimiliano, che di solito aveva sempre, e comunque, un atteggiamento scanzonato e felice, aveva un’espressione molto truce. Mi spiegò senza perdere tempo cosa stava succedendo, insistendo che, a suo parere, la cosa era iniziata proprio il giorno della seduta.

In pratica Gianni, ogni volta che sentiva la parola ‘diavolo’ sembrava andare in trance, ovunque fosse cadeva giù come un sacco di patate vuoto. Massimiliano era molto colpito da questa cosa e temeva per la salute di Gianni. Mentre si pensava in silenzio a questo fatto, mi chiedevo come mai Gianni non mi avesse contattato per avvisarmi della cosa, non era da lui evitare di affrontare un problema. Decidemmo con Massimiliano di trovarci tutti e tre e studiare qualcosa da fare.

Il pomeriggio successivo, al solito posto, ci trovammo per affrontare la questione; mi domandavo se Gianni se la sarebbe presa per il fatto che Massimiliano me ne avesse parlato: era pur sempre una cosa personale, e se ne aveva parlato a Massimiliano non era scontato che io dovessi saperlo. Provai ad inserire la parola “grilletto„ in una frase che non aveva nulla a che fare con quella parola, ed in effetti Gianni, senza alcun preavviso, si afflosciò a terra iniziando a tremare e sbavare senza controllo. Se non avessi già una discreta esperienza in casi di epilessia, avrei potuto scambiare il suo comportamento come un classico attacco epilettico con una certezza vicina al 100%!

Quello che apparve strano, era il fatto che passato qualche minuto in quella situazione, non più di tre normalmente, si riprendeva come se nulla fosse successo, senza alcun ricordo di cosa fosse successo o del perché fosse successo. Era chiaro che non si trattava di possessione, ne di “entità” rimaste attaccate a lui dopo la seduta. Mi venne in mente una sola cosa: questa situazione esisteva già prima dei nostri incontri, ma era stata portata alla luce dall’ultima seduta: il problema era come risolverla!!

Li per li mi dissi che in fin dei conti non era un problema mio: se in casa sua avevano giocato con ciò che non dovevano, io non ne avevo responsabilità, ma era pur vero che, essendo un amico, non mi andava di lasciarlo in quelle condizioni. Così l’unica cosa da fare era parlare con i suoi famigliari per capire chi avesse giocato con ciò che non doveva e sopratutto con cosa avevano giocato!

L’indagine non fu facile: pur essendo, all’apparenza, persone normali, quando incontrai il padre mi fu chiaro, da subito, che il pover’uomo era il classico uomo che provvedeva a mandare avanti la famiglia, ma che ben si guardava di come la famiglia veniva gestita dalla moglie: ergo era una atipica, almeno per gli anni ’80, famiglia di tipo matriarcale. Atipica perché per quella regione, il matriarcato era decisamente fuori posto.

Così mi rivolsi alla madre, e iniziarono a suonare le note dolenti: una donna secca, con rughe che sembravano di una persona con una età inquadrabile dai 100 anni in su, ma con uno spirito forte e giovane; una donna che poco interesse aveva di parlare, di certe cose, con un’estraneo alla famiglia; una donna, come poi ebbi la conferma, che amava giocare con certe cose, senza che la famiglia ne sapesse alcunché; insomma ero incappato in una sacerdotessa, di non so quale casata o casta o fazione, ma di certo una casta che non era avvezza a dover dare spiegazioni a maschi!

La sua reazione alle mie domande fu immediata: la sentii chiudere degli schermi su di se, e, contemporaneamente, la sua mente che tentava di sondare la mia aura. Istintivamente stavo per renderla neutra, per impedirle questo tipo di indagine, ma rendendomi conto che era sulla difensiva, mi dissi che a mettermi anch’io sulla difensiva, non ne sarebbe uscito nulla di buono, così lasciai che vedesse la mia aura senza alterarla minimamente.

Era strana come situazione: la donna, all’apparenza, era una classica signora sui 60 anni, capelli quasi totalmente bianchi, di lunghezza media, raccolti, come si usava una volta, in una spirale fissata con delle forcine sapientemente mimetizzate; ma bastava guardare gli occhi per vedere tutta un’altra persona: una donna piena di forza, con un vissuto spirituale ricco, che le dava una energia che, ad una prima vista, non si sarebbe nemmeno sospettato.

Era chiaro che non fosse abituata a render conto del suo operato ad un maschio, men che meno quando si trattava di certe situazioni, tipo questa. Fu piuttosto secca nell’esprimersi, e lo fece come se conoscesse le domande che stavo per porle: «Innanzi tutto, non devo giustificazioni a nessuno, meno che meno ad un uomo…», tanto era il disprezzo, nel pronunciare la parola uomo, che mi sembrò quasi di ricevere un pugno alla bocca dello stomaco! «… e comunque quel che è stato fatto aveva un suo perché, e se questo comporta un piccolo sacrificio, da parte di mio figlio, pazienza: non morirà certo per non poter nominare impunemente il maligno; tutto sommato la cosa può essere addirittura positiva!».

Rimasi sconcertato: per come lo aveva espresso, il suo parere era ineccepibile, aveva fatto quello che secondo lei andava fatto, ed in più aveva reso il figlio incapace di nominare il maligno, senza pagarne pegno. Mi domandai a quel punto, io che stavo a fare li: era evidente che la madre non aveva nessuna intenzione di cambiare la situazione, anzi pareva pure andarle bene; di conseguenza salutai cortesemente, e me ne andai: non potevo aiutare chi non voleva essere aiutato.

Credo che questa sia stata, una delle poche volte, in cui non sia riuscito a modificare una situazione negativa: d’altronde se alla madre andava bene così, chi ero io per contestare il suo modo di gestire il figlio?? Per cui abbandonai la questione, e per quanto ne so a distanza di 40 anni, probabilmente tutt’ora, se Gianni pronuncia quella parola cade ancora in catalessi per qualche secondo: contenta lei !!