Cap. 19 – L’Arsenale

Erano circa mezzanotte e cinquanta, quando il piantone, ossia il militare che restava sveglio del gruppo, toccandomi gentilmente la spalla mi svegliò per dirmi che era ora: «Mi spiace, ma all’una ha il giro d’ispezione;» mi disse apparentemente davvero dispiaciuto di dovermi tirare giù dalla branda per quell’infausto incarico. «Grazie.» Gli risposi semplicemente mentre cercavo di riprendermi dall’interruzione così secca dal sonno profondo. Mi vestii, infilandomi prima un maglione aggiuntivo, poi la giacca a vento con la termo fodera — che nome buffo per una cosa che non teneva affatto caldo!! — Ed infine la giacca a vento, cappellino modello montanaro, con para orecchi; sembravo l’omino Michelin, un po’ come tutti i miei colleghi quando dovevano uscire di notte, in inverno, questa era l’unica cosa che mi tirava su: mal comune mezzo gaudio si suol dire no??

Arraffai il mio orologio da usare per le marcature temporali, e vidi che i due ragazzi, che formavano la pattuglia che doveva garantire la mia sicurezza durante  l’ispezione, erano già bardati e pronti all’azione. Povero me: se questi ragazzi dovevano garantire la mia protezione, com’era che la quasi totalità di loro aveva sparato una sola volta al CAR, e mai, per altro, in situazioni operative. Non avevano idea di come si sparasse in movimento, e dubito fortemente si ricordassero come si commutava il fucile da manuale in automatico, nel caso dovesse essere servito. Insomma ero più tranquillo con la mia piccola Beretta nella fondina del cinturone, che almeno sulle corte distanze, poteva fare danni sufficienti, da darmi il tempo di squagliarmela, fosse stato necessario!!

Il freddo mordeva la pelle, mentre assonato facevo il mio giro d’ispezione: le mura della cinta dell’Arsenale, nonostante la loro altezza, non proteggevano poi così tanto dall’aria tagliente di gennaio. Era tra i miei compiti, quando ero di servizio, farmi un certo numero di giri della la caserma, per controllare che non ci fossero sezioni di mura cadute —non ridete: era già successo in passato, ed in piena notte!!— estranei in giro per l’immobile o altre anomalie notturne. Di certo quell’ambientazione non serviva a calmare i nervi: l’illuminazione, lungo la cinta muraria della vecchia struttura Asburgica, non aiutava a farti sentire tranquillo quando, insieme a due imberbi giovani che praticamente camminavano ancora dormendo e dovevi farti il tuo giro d’ispezione.. 

Il comando, per tarpare le ali, ai troppo fantasiosi, aveva seminato lungo la cinta una serie di piccole scatole metalliche, all’interno delle quali, c’era una chiave, che si doveva infilare e girare nell’orologio che ci davano all’inizio del servizio. In questo modo potevano verificare che fossimo andati a fare il nostro giro, all’ora che ci avevano assegnato, senza poterci inventare le peggio scuse, per giustificare il fatto che mancasse all’appello proprio il giro a notte più fonda, a quell’ora in cui te ne staresti volentieri sulla branda, vicino alla stufa a cherosene, per cerare di restare il più al caldo possibile, nonostante la temperatura, che riportava la colonnina di mercurio,— eh si allora si usava ancora il mercurio per i termometri —scendeva ben al di sotto dello zero come valore.

Vidi i ragazzi un po’ strani: «che avete voi due? Non è la prima ispezione che fate.» Chiesi loro. Sembravano riluttanti a parlare, ma qualcosa decisamente li preoccupava. Mi venne da sorridere: la sera, tutti accanto al fuoco, si erano scambiati racconti più o meno paurosi su fantasmi, situazioni paranormali ecc. ecc. per tutto il tempo sino all’ora di coricarsi. Adesso evidentemente erano spaventati all’idea di farsi un giro, per un ambiente così antico, che di morti ne ha visti sicuramente tanti in passato. Pensai che loro non sapevano di essere al sicuro con me, ma se avessi raccontato solo un centesimo delle mie avventure, non avrebbero dormito davvero tutta la notte, altro che paura da ispezione!!

Finito il mio giro, che richiese come abitualmente d’inverno, non più di 20 minuti —d’estate la si faceva con più calma per via del caldo soffocante stante il fiume a quattro passi dall’Arsenale— una volta rientrato, e compilate le solite due righe sul registro delle ispezioni, per segnalare che non vi fosse stato nulla di anomalo, mi sdrai sulla branda, dicendo ai ragazzi che avevano un altra ispezione verso le tre, senza di me questa volta, e di fare piano al cambio: abbastanza piano da non svegliare gli altri in servizio quella notte, e nemmeno me chiaramente!

Mi svegliò verso le tre e dieci un vociare basso ma eccitato: e meno male che avevo detto loro di non svegliare i loro compagni. Tirai le orecchie per capire che stessero dicendo: le voci erano davvero concitate, come se fosse accaduto qualcosa. Ascoltando con più attenzione capii che qualcosa era successo durante il loro giro di ispezione, ma il caporale non ci pensava nemmeno lontanamente di svegliarmi per quelle che, lui definiva stupidaggini. Infastidito, più dal non capire se ci fosse davvero un’emergenza o meno, senza alzarmi dal letto diedi una voce ai ragazzi al di la del muro che ci separava dandomi un minimo di privacy mentre risposavo: «Allora si può sapere che è successo, visto che ormai ci avete svegliati tutti?» Il caporale lanciò un paio di maledizioni, in siciliano, illudendosi che non le capissi, verso i soldati che avevo appena finito il giro d’ispezione. Anzi a giudicare dall’ora non l’avevano nemmeno terminato: che diamine poteva essere successo? «Ci scusi, ma i ragazzi, qui hanno interrotto l’ispezione perché hanno visto qualcosa e sono tornarti indietro. Alzando la voce così che anche i due malcapitati mi potessero sentire: «Spero abbiate una buona ragione per aver interrotto l’ispezione, sennò domattina sono guai al controllo.» Lo dissi con il tono da loro superiore, non da loro amico come al solito. il più anziano dei due alzando la voce per farmi sentire provò a giustificarsi: «signore le garantisco che c’era un motivo più che valido.» Restai in attesa del resto della frase, con la motivazione valida, ma non arrivò. Ormai ero sveglio, per cui mi alzai ed andai dall’altra parte del muretto che divideva il mio angolo branda dalla rispettiva zona brande dei ragazzi.

«Allora, calma e sangue freddo, e ditemi che è successo;» dissi loro, cercando di non far trasparire il mio fastidio per quella sveglia in piena notte. Uno dei due, un napoletano, prese a dire in modo concitato: «C’erano i fantasmi!!!!» Non sapevo se scoppiare a ridere o se alterami: i fantasmi in Arsenale ci sono sempre stati: la novità semmai, era se li avessero visti!!! Guardai anche l’altro componente della pattuglia: «Li hai visti pure tu?» Questo era un ragazzone della provincia bergamasca e con il suo tono piuttosto roboante, dopo un po’ si decise a rispondere: «Io non so cosa ho visto, ma l’aspetto era piuttosto inquietante: o era uno scherzo con qualcuno in maschera, oppure non saprei proprio dire cosa fosse.» Questo almeno si poneva il dubbio su cosa avesse visto, mentre il napoletano era certo al 100% di aver visto dei fantasmi. Come spiegargli che erano li da sempre, ma non si erano mai fatti vedere dalle persone comuni, per cui non si spiegava questa improvvisa manifestazione? I due ragazzi mi guardavano più preoccupati della mia reazione all’interruzione dell’ispezione notturna, che non per la presunta presenza dei fantasmi in caserma. Alla fine dissi loro quello che speravano di sentirmi dire: «D’accordo!! Andiamo a vedere dove sono questi benedetti fantasmi.» Sembrarono quasi rilassarsi, ma quando aggiunsi: «chiaramente voi due venite con me: io non so dove li avete visti;» persero subito il buon umore, durato pochi secondi.

Mi rivestii e uscimmo dal corpo di guardia trovandoci tre possibili direzioni da prendere: di fronte, per raggiungere la palazzina del comando, a destra per costeggiare la palazzina da dove eravamo usciti, in direzione del parcheggio dei mezzi in disuso, oppure a sinistra verso gli alloggi dei militari. «Allora da che parte?» Domandai, il napoletano mi rispose «Dellà» indicando vistosamente il parcheggio alla nostra destra, in fondo al viale poco illuminato. Nemmeno a farlo apposta si era alzato un vento freddo che faceva turbinare le foglie, cadute a terra durante la notte. Arrivati alla zona deposito mi guardai in giro e li vedi: due figure evanescenti, di una tonalità verdognola, di soldati vestiti con divise del periodo asburgico. Cercai di non far capire loro che li avevo visti. «Allora dove erano?»  Controllai le loro auree, per capire se li stavano vedendo ancora o meno, ma sembrava di no al momento. C’era un accordo con gli spiriti nativi dell’Arsenale: loro potevano restare e fare quello che gli pareva, purché non coinvolgesse il personale che li dentro ci viveva e, o ci lavorasse. 

Il fatto che li avessero visti, ed in due per di più, escludeva un incontro fortuito con qualcuno che avesse la capacità di interagire con gli spiriti; quindi o erano stati disattenti, cosa che escludevo a priori conoscendoli, oppure lo avevano fatto apposta; ma in questo caso perché l’avrebbero fatto? Erano centinaia di anni che girovagavano all’interno dell’antica fortezza austriaca. Quando avevo offerto loro la possibilità di aiutarli a progredire e passare oltre, non avevano voluto. Non che la cosa mi avesse stupito: raramente spiriti così a lungo legati ad un immobile, volevano cambiare aria, ma fu proprio in quell’occasione che si era stipulato il nostro patto. «Ok io qui non vedo nulla e voi ve la state facendo sotto: rientrate al corpo di guardia che finisco il giro d’ispezione da solo.» Ebbero due reazioni opposte alla mia affermazione: il napoletano era già pronto a ritirarsi di buon ordine, e molto ma molto velocemente. Il bergamasco, seppur spaventato, si sentiva un po’ in colpa lasciarmi, da solo con quelle entità che lui sapeva di aver visto, e che potevano ricomparire una volta che io fossi rimasto solo. «Veloci!!» Li intimai con un tono che toglieva ogni dubbio sul fatto che io avessi fatto una proposta o dato un ordine, per cui i due voltarono i tacchi e, piuttosto di fretta, tornarono indietro.

Mi addentrai nel parcheggio, di mezzi in disuso, che sapevo benissimo essere uno dei loro posti preferiti, non chiedetemi perché, ma a loro piaceva un mondo girovagare tra carri e jeep ormai morte ed irrecuperabili. «Allora signori, cos’è questa novità? Mi pare avessimo stipulato un patto piuttosto chiaro: voi non vi fare notare ed io non vi caccio dall’Arsenale.» Dissi a voce alta, come un matto che parla all’aria. Come mi aspettavo arrivò ls risposta in pochi secondi: «ma noi stiamo quasi sempre qui, perché vuoi cacciarci Maestro del Mattino?» Evidentemente volevano farmi passare per scemo: «Vediamo di non fare i furbi: perché diamine vi siete fatti vedere dalle guardie che stavano facendo l’ispezione prima?» Chiesi con tono fermo di qualcuno che si aspetta la verità e null’altro come risposta. «Stavano parlando di fantasmi, case stregate, poltergeist e la tentazione è stata troppo forte: non farcene una colpa Maestro del Mattino: anche noi, ogni tanto, amiamo interagire con i mortali.» Potevo solo immaginare la noia che doveva soffrire nel passare decadi e decadi sempre nello stesso posto, ma non potevo accettare che iniziassero a uscire dal seminato che si era concordato. «Per questa volta lascio perdere, ma ripetete questo errore e dovrete trovarvi un’altro immobile da infestare.»

Speravo che la fermezza nella voce, fosse sufficiente a far capire loro che non stavo scherzando e, sapendo chi ero in realtà, sapevano anche che avevo i mezzi per costringerli a traslocare, o peggio ancora dal loro punto di vista, farli passare oltre. Non ebbi più risposta da loro, per cui presi quel silenzio come un assenso. Terminai il mio giro, usando ad ogni punto prestabilito, la chiave per marcare l’ora sul segnatempo dei ragazzi, e quindi rientrati. «Allora che ha trovato» mi chiese subito il militare napoletano. «Nulla di che: ho fatto il giro completo due volte —buona giustificazione per il tempo che ci avevo impiegato— e non c’era nulla di strano. La prossima volta che uscite, il cordiale bevetelo al rientro dall’ispezione, non prima!» Quest’ultima battuta era per far capire loro che credevo che quello che era successo loro, in realtà, era dovuto al troppo alcol in corpo. Era un errore comune dei più giovani bere il cordiale, fornito loro in inverno, prima di uscire al freddo e non dopo essere rientrati: il cordiale, come qualunque altro alcolico, resta un vaso dilatatore. L’effetto della vasodilatazione è quello di farti raggiungere in fretta la temperatura ambientale; per quello va bevuto al rientro da una camminata al freddo e non prima di uscire: se lo bevi prima diminuisci il tempo necessario perché il corpo si raffreddi, passata la sensazione dell’onda di calore dovuta all’effetto dell’alcol sul palato.

Era chiaro che i due ragazzi restavano certi di aver visto quelle due figure, e che, per quanto li riguardava, non era stato certo un effetto del troppo alcol in corpo!! Loro per primi, comunque, erano interessati che la faccenda si chiudesse li, affinché non girasse la voce che si erano spaventati, tra i loro commilitoni. Dal canto mio decisi di aspettare e vedere cosa sarebbe successo, alla successiva uscita nel buio, per l’ispezione che era stata programmata per loro intorno le cinque del mattino. Per intanto mi sdraiai nuovamente sulla branda e cercai di prendere sonno. Nel sonno sentii movimento nel corpo di guarda: erano quasi le cinque, e i due a cui toccava l’ispezione delle cinque stavano cercando di prepararsi quando più in silenzio possibile. Il caporale consegnò loro le armi e l’orologio dicendo «Mi raccomando, non fate come quegli altri due: se vedete dei fantasmi semplicemente non parlateci e finite il giro. Non credo che se lo svegliate per fargli fare un altro giro al posto vostro, stavolta la prenda bene come prima!!» Il caporale era uno sveglio: quello che temeva non erano i fantasmi, ma la mia possibile cattiva reazione ad un’altra sveglia fuori previsione. Col tempo avevano imparato che per quanto fossi il loro superiore, che meglio si integrava con loro, non era uno spettacolo da augurarsi di vedere, quando mi giravano male.

Chiaramente il caporale non sapeva che non avevo nessuna intenzione di dormire: volevo essere sicuro che i due fantasmi facessero i bravi per cui, restando sulla branda, apparentemente addormentato, mi staccai dal corpo fisico e seguii la pattuglia con il mio corpo astrale. I ragazzi se la stavano prendendo con comodo: erano usciti da più di 5 minuti, ma erano praticamente ancora all’inizio del percorso da fare: ci credo che rispetto a me ci mettessero più del doppio a fare il giro intero. Anche se magari era la paura di incontri spiacevoli a rallentarne il passo. Arrivarono con molta calma all’ingresso del famoso deposito dei mezzi defunti: li sentivo parlare di cosa era accaduto al turno precedente, ma sembravano abbastanza con i piedi per terra, da non farsi intimorire dal racconto riportato dai due loro predecessori.

Successe tuto in un attimo: qualcosa colpì uno dei due ragazzi che si girò di scatto verso il proprio compagno di avventura e lo guardò incuriosito, più che spaventato: «Perché mi hai dato uno scapaccione?» Chiaramente l’altro non capiva, considerando che non vedeva quello che vedevo io: c’era un altro fantasma, che non aveva nulla a che fare con i due soliti che conoscevo. Mi mascherai immediatamente, così che non potesse percepirmi, non subito almeno. Questa nuova entità non era così antica come i miei due soliti compari in divisa. Era vestito con abiti più dei nostri giorni, il che non era un buon segno: da poco morto. Di solito noi vediamo i fantasmi con il vestiario che indossavano al momento del trapasso, o qualcosa di molto simile.

Un da poco morto può essere una discreta gatta da pelare, se non si hanno le conoscenze ed i mezzi adatti ad affrontarlo. Non perché siano spiriti cattivi, ma sono così presi dal fatto di poter interagire con i mortali, senza essere visti, che questa cosa prende spesso loro la mano, esagerando con i loro comportamenti. Altri invece sono totalmente affranti, perché realizzano di essere deceduti e di essere bloccati in qualche modo sul nostro piano di esistenza, senza poter avere contatti con la maggioranza dei mortali. Insomma il decesso, recente, poteva venir affrontato in maniera diversa, a seconda di chi fosse il soggetto, e come stava vivendo il soggetto nel periodo premorte.

Di certo questo era un giovane, all’apparenza non più di 18/20 anni. L’eta apparente di uno spirito di solito corrisponde all’età della persona al momento del decesso. Il fatto che fosse un burlone, poteva dare un’idea sbagliata sul soggetto, ossia che fosse un burlone anche in vita. In realtà poteva voler indicare una delle peggiori situazioni in questo caso: quando uno spirito non si adatta al nuovo status di non vivo, può prendere la strada peggiore, ossia quella di iniziare a scherzare con i mortali, fino ad arrivare ad un punto in cui, il disappunto del mortale, diventata una specie di droga per lo spirito, quindi si muove sempre più in la, verso un limite, che se raggiunto, raramente permette di tornare indietro. 

Quando questo limite viene valicato lo spirito diventa quello che, tra gli addetti ai lavori, viene chiamato Poltergeist, e non è certo uno spirito con cui si ha a che fare volentieri: la sua cattiveria si alimenta dal soffrire delle sue vittime; i loro attacchi con il tempo diventano sempre più fisici e meno spirituali. Difatti un poltergeist può creare grossi danni fisici distruggendo mobili, arredi, oggettistica e colpendo materialmente il fisico delle sue vittime; una delle poche cose che gli riesce difficile è la possessione. 

Questo spirito era divenuto tale, davvero da poco: manifestava ancora un attaccamento alla vita reale: lasciava una specie di scia che lo collegava alla terra, ma sarebbe durata poco. Normalmente, il collegamento con la terra, si dipana in tempi piuttosto veloci, dopo il trapasso. Sembrava, però, che questo fantasma fosse legato alla terra da più tempo, di quanto non avrebbe dovuto. La cosa si capiva da come interagiva facilmente con il corpo fisico di un mortale: questa era una cosa da imparare con il tempo, di norma gli appena morti non riescono ad interagire con la materia del nostro piano dell’esistenza: serve esercizio e pratica per riuscire a farlo ogni volta che si vuole. E questo era un altro segno che questo spirito stesse imboccando la strada per divenire un poltergeist. Che fare? Semplicemente allontanarlo dall’immobile? Aiutarlo a passare al livello successivo di realtà cui era destinato? Oppure fare finta di nulla sperando che, con il tempo, se ne sarebbe andato da solo— cosa assai poco probabile —.

Nel frammentare lanciai un incantesimo sui due ragazzi, così che lo spirito non potesse più raggiungerli: per lui divennero immateriali e quindi non più disturbatili. La cosa lo fece alterare non poco, ma non potendomi percepire, non sapeva con chi prendersela. Comincio ad attaccare verbalmente i due soldati fantasma, i quali capendo che mi ero occultato solo al nuovo arrivato, gli dissero solo che in quel posto vigevano delle regole alle quali, o lui si adattava, o avrebbe dovuto cambiare aria in fretta.

Il da poco morto non prese per nulla bene la cosa: cominciò a lanciare in aria pezzi dei mezzi presenti in quella specie di piccolo cimitero per automezzi. Non andava bene così: fosse passato un mortale avrebbe addirittura potuto ucciderlo. Mi resi visibile anche a lui mente gli dicevo: «Così non va ragazzo mio: come ti è stato già detto qui vigono delle regole e vanno rispettate, pena l’allentamento forzato.» E calcai volutamente il tono sulla parola «forzato». Il giovane spirito, potendomi vedere ora, mi affrontò: «Se ce una cosa che ho imparato in questo poco tempo, e che uno come te, un mortale, non può nulla contro uno di noi, per cui levati di torno senno ti faccio passare la fantasia di disturbare uno come me!» Chiaramente il ragazzino non si rendeva conto di in che guaio stava rischiando di cacciarsi ed uno dei due fantasmi dei soldati, cercò di avvisarlo: «Non sfidarlo: lui e il Maestro del Mattino e non si può sfidarlo senza poi pagare il prezzo di una tale azione stupida!!» Il giovane gli rispose chiaramente in malo modo: «non me ne frega di chi sia, poi che sarebbe un Maestro del Mattino? Qualcuno che dovrebbe farmi paura? Tanto ho già sperimentato che nessuno dei mortali può interagire con me.» Il tono di voce dell’ultima parte della frase era cambiato: indicava chiaramente un dispiacere profondo, era chiaro che aveva capito cosa gli era successo ed in alcuni momenti si rammaricava di questo. Forse era ancora recuperabile, forse.»

«Il fatto che stia parlando con te, non ti fa sorgere il dubbio che io non sia, esattamente, un comune mortale?» La domanda era chiaramente proforma: doveva averlo capito per forza, chissà quante volte aveva tentato di contattare mortali, da quando aveva capito di essere morto, ed ero sicuramente il primo che interagiva con lui. «Già perché tu, a differenza degli altri, mi stai rompendo le scatole? Perché non subisci e te la fai sotto come succede di solito?» Domande più che lecite da un da poco morto e le risposte potevano arrivare in due modi diversi: verbalmente, o con una dimostrazione di forza. Volli, al momento evitare la seconda situazione, almeno finché fosse stato possibile evitarela. «Perché io sono uno stregone, ed il fatto di esserlo, mi permette di vederti, interagire e, se servisse, anche costringerti.» «Mi stai minacciando?» Fu la sua prima e unica osservazione. Feci un respiro profondo per cercare di non arrabbiarmi: «il Maestro del Mattino non minaccia nessuno: il Maestro del Mattino, se costretto, fa. Punto». Le due figure evanescenti in divisa storica annuirono come a confermare quello che avevano appena detto. «Tanto che altro puoi farmi: sono già morto!» Disse il giovane, ed uno dei due fantasmi intervenne: «Ci sono cose molto peggiori della morte: fidati. Meglio che tu non le provi sulla tua pelle!»

Avrei dovuto, in separata sede, ringraziare questi due evanescenti amici, il loro appoggio forse avrebbe fatto ragionare questo ragazzino insolente. «Vediamo, che potresti mai farmi di così grave ?Cosa di peggio dell’essere morto a 19 anni!!» Ok a questo punto i discorsi non erano più sufficienti: serviva passare ai fatti, lo capirono anche i due soldati ottocenteschi, che vista la mala parata decisero di levarsi di torno più che in fretta. «Come vuoi» gli risposi con un sospiro che avrebbe indicato a chiunque, non fosse stupido, che ciò che stavo per fare non piaceva nemmeno a me. «Baðβ, raggiungimi per favore.» Il da poco morto mi guardò come a chiedermi con chi ce l’avessi. Passarono pochi secondi e Baðβ arrivo gracchiando rumorosamente e posandosi sul tettuccio di un vecchio Fiat 900 tutto arrugginito. «Baðβ il nostro nuovo amico non ha idea di cosa lo aspetta, se dovesse prendere la strada sbagliata: mi faresti la cortesia di portarlo a visitare alcuni degli inferni che potrebbero attenderlo?» Il ragazzo mi guardò con fare di sfida: «Non penserai davvero che una bestiaccia, solo perché nera, mi faccia paura vero?» Baðβ spiegò le ali,  si sollevò in volo e raggiunta una certa quota,  iniziò a scendere facendo dei cerchi concentrici sopra il giovane insolente; ad ogni giro più stretto scendeva sempre di più verso di lui. «Ne riparliamo quando ti riporterà indietro, sempre che tu non gli faccia pensare che meriti di restare direttamente nel mondo che ti sta facendo visitare.» Il giovane stava per rispondere con tono furioso ma Baðβ emise un verso tanto acuto, da quasi forare i timpani, mentre passava nella posizione di attacco, con gli artigli protesi in avanti pronti a ghermire quello sciocco giovane. E così fu: appena gli artigli afferrarono lo spirito, del giovane, sparirono entrambi in una nuvola di, apparente, fumo nero.

Per me passarono pochi secondi, ma per il giovane sicuramente era passato molto più tempo, venendo trasportato, da un inferno all’altro, grazie al potere di Baðβ di spostarsi tra le dimensioni. Il suo viso era chiaramente sconvolto!! Non so in quante diverse dimensioni, e mondi, Baðβ lo avesse trasportato, ma chiaramente erano stati sufficienti per far capire, al giovane, cosa poteva aspettarlo se non si fosse dato un calmata. Baðβ mi guardò come a domandarmi se la sua presenza fosse ancora necessaria ed io gli risposi a voce alta perché il giovane potesse sentirmi: «Ti ringrazio per il tuo, come sempre, prezioso aiuto Baðβ, se servisse trasportarlo definitivamente, ti chiamerò nuovamente, per ora sentiti libero di andare.» Con Baðβ bisognava sempre gestire il tono che si usava, rivolgendosi a lui in modo corretto: era pur vero che mi era stato assegnato dal consiglio dei Cinque, ma restava una creatura potente, a cui non era saggio far pesare che fosse al servizio di chicchessia. Era più saggio fargli sempre capire che il suo potere era di aiuto, quando se ne richiedeva l’uso, così che il suo ego fosse nutrito a sufficienza.

«Adesso mio giovane, e scontroso amico, hai un’idea di cosa ti attende se continuerai sulla strada che stai percorrendo: i mortali non sono tuoi giocattoli. Non puoi usarli per divertirti, non puoi usarli per far scontare loro quella che tu ritieni un’ingiustizia, insomma devi limitare al minimo il tuo interagire con loro. Se perseguirai sulla strada finora percorsa, uno dei mondi che Baðβ ti ha mostrato, sarà la tua la tua destinazione finale: a te la scelta dunque. Come, quasi sempre, io lascio una seconda possibilità a tutti: questa è la tua. Cambia modo di fare, lascia stare gli umani, e piuttosto impiega il tuo tempo per capire cosa ti trattiene qui. Se lo capirai allora potrai risolvere la questione e proseguire per il tuo cammino. Se invece decidi di insistere sulla strada attuale, allora la tua destinazione sarà diventare, probabilmente, un poltergeist, e se lo diventassi, sarei costretto a farti prelevare da Baðβ e farti riportare, questa volta con biglietto di sola andata, in uno di quegli inferni che ti ha mostrato: è questo il mio compito come Maestro del Mattino: far rispettare le regole e provvedere, quando esse vengono infrante. Ed il non interagire con i mortali, specialmente per puro divertimento, direi che è la regola numero uno. Spero di essere stato chiaro e di non dover tornare sulla questione.» 

Ci tenevo davvero di essere stato chiaro: far trasferire in maniera definitiva uno spirito in uno degli inferni che solo Baðβ conosceva, non era la mia aspirazione prioritaria. Tutt’altro!! Avrei preferito mi chiedesse di aiutarlo a capire cosa lo tratteneva ed aiutarlo così a proseguire, o restare consapevolmente, come i due soldati austriaci. Tutto questo, però, non è detto che il giovane lo capisse: poteva anche capire tutto alla rovescia, e vedermi come una minaccia alla sua libertà di agire, ed a quel punto sarebbe solo peggiorato, costringendomi, alla fine, ad intervenire in modo definitivo, senza scampo per lui. Una volta lasciato in uno di quei mondi, non c’era ritorno; nemmeno Baðβ poteva portare indietro un’anima una volta depositata in uno di quegli inferni: una volta lasciato li, diventava parte di quel mondo e soggetto alle sue leggi ed al suo signore, chiaramente di solito un demone.

Insomma tutto sarebbe dipeso dal comportamento del da poco morto: se si fosse comportato bene, ci sarebbe stata speranza lui, altrimenti il suo destino era già segnato senza possibilità di redenzione futura. Fortunatamente da quel giorno nessuno dei ragazzi in pattuglia si lamentò più di essere stati importunati dai fantasmi, cosa che sinceramente mi lasciò un certo senso di tranquillità: voleva dire che il giovane defunto aveva capito l’antifona, e che aveva scelto la strada giusta da percorrere. È proprio vero: a volte bisogna sperimentare, sulla propria pelle, che rischi si possono correre se non si cambia strada in fretta, e per fortuna, questa volta almeno, la lezione era servita al suo scopo: Baðβ, come sempre d’altronde da quando lo conosco, era stato utile anche in questo caso, che di norma non lo avrebbe riguardato. 

Proseguì tutto tranquillo per i mesi successivi, anche negli anni, beh se escludiamo quella faccenda della bambina con il gelato in mano che canticchiava quella orrenda filastrocca, ma questa è un’altra storia, per un altro momento…


Capitolo Precedente: Il Convoglio.

Cap. 18 – Il Convoglio

Chiacchieravo con l’autista, mentre il pesante mezzo militare traballava sulle strade, si faceva per dire strade visto come erano conciate, lasciando la E-852 per allungare verso Struga e fare un pezzo di strada costeggiando il lago di Ohrid. Il capo aveva deciso questa deviazione per poter pranzare con del pesce locale, che a detta di suoi colleghi, già passati in questa zona, era sempre freschissimo e sempre disponibile. Chiaramente la colonna non poteva fermarsi in città, a Struga, per cui proseguimmo lungo il fianco orientale del lago scendendo per la R1208. Gli autisti chiaramente non stavano gradendo il cambio di percorso: la strada assegnata in via ufficiale, essendo in gestione alle forze armate della coalizione, erano abbastanza ben tenute, mentre quella su cui ci stavamo spostando era poco più di una carrettiera, e gli autisti pregavano tutti i santi, di cui conoscevano il nome, nella speranza di avere la grazia di non incrociare un altro carro in contro mano, perché in quel caso la cose si sarebbero messe piuttosto male. 

La voce tonante del capo gracchiò attraverso l’altoparlante della radio di bordo: «Ci fermiamo prima di entrare in Kalishta: c’è un campeggio, in questo periodo non frequentato, quindi il proprietario, per una cifra accettabile, ci farà parcheggiare la colonna li.» Tutti pensammo la stessa cosa: come faceva il capo a conoscere il titolare di uno sperduto campeggio, posizionato prima di uno sperduto  villaggio, lungo la costa di uno sperduto lago nel profondo sud della Macedonia? Sapevamo quasi tutti che era una domanda da non porre, e quei pochi, novizi, che non lo sapevano, furono bruscamente interrotti quando si apprestavano a domandarlo. Il capo aveva lasciato un paio di movieri ad indicarci dove deviare per entrare nel famoso parcheggio, che altro non era che un campo di terra battuta, dove, in periodo di piena turistico, erano montate tutte le tende e parcheggiate le roulotte o i camper. 

Come da ordini precedenti, la colonna si dispose a cerchio, e subito gli addetti alla scorta, scesero a prendere posizione per proteggere i camion, del convoglio, contro non si sa bene quale nemico assetato di sangue, che poteva piombarci addosso senza preavviso. Ci vollero trentacinque minuti buoni per parcheggiare tutti i grossi mezzi formando un cerchio, ma furbescamente il capo aveva fatto parcheggiare per primo il mezzo con le vettovaglie, e quando l’ultimo mezzo pesante prese posto, e spense il grosso motore, già si poteva sentire uno squisito profumo di pesce alla brace che stava cuocendo, quasi pronto per essere consumato.

Il capo, da buon militare, aveva organizzato tutto: aveva inviato, in avanscoperta, un mezzo leggero con a bordo alcuni cuochi ed il responsabile del denaro e non so quanto pesce comprato al mercato appena fuori Struga. Contemporaneamente aveva dato l’ordine di far spostare, in testa alla colonna, il mezzo con le vettovaglie, che di norma era in coda, così che fosse il primo ad arrivare al parcheggio ed iniziasse, subito, a disporre le panche ed i tavoli e, contemporaneamente, accendere i fuochi per le graticole. Per ultimo, il mezzo del capo che chiudeva la colonna, così che fosse certo che tutti i mezzi fossero arrivati. Insomma in trentacinque minuti eravamo tutti giù dai mezzi intorno alle graticole aspettando, con la bava alla bocca, un pasto che di certo non ci aspettavamo di fare durante quella missione. Era previsto, sia per il viaggio di andata, che per quello di ritorno, razioni K. Non che fossero malaccio, ma volete mettere del pesce fresco, appena pescato, e cotto?!?!?

Questo era uno dei motivi per cui tutti, e dico tutti, si proponevano sempre come volontari, quando c’era da organizzare una colonna di mezzi per Durazzo, ma anche per Pec o Pristina, le mete più frequenti da Skopje dove parte del nostro esercito era stanziato. Quando il capo avvisava di cercare gente per un trasferimento di materiali, c’era la corsa ad offrirsi. Certo c’erano figure che chiaramente erano già destinate, per incarico, come gli autisti, a questi viaggi, ma la sicurezza, di solito, era costituita da ragazzi presi, a caso, dal battaglione per la specifica avventura. 

Passò un’ora da quando fu servito il primo pesce, ed il capo cominciò ad abbaiare ordini ai suoi ufficiali, affinché disponessero la pulizia del posto, e che gli autisti si preparassero a partire. Chiaramente in quell’ora erano stati fatti ruotare i ragazzi addetti alla vigilanza dei camion parcheggiati: con il capo non c’era rischio che qualcuno restasse a digiuno, salvo non lo volesse di propria volontà. Il capo aveva l’abitudine di riportare, alla base, qualsiasi rifiuto si fosse generato in queste occasioni: non voleva che restassero tracce dei nostri bivacchi diciamo… non previsti, per non dire proprio non autorizzati!! E poteva contare sul silenzio dei ragazzi, perché sapevano tutti che se la cosa fosse diventata nota, i viaggi successivi sarebbero stati con un altro personaggio come capo e senza alcuna sosta del genere, quindi razioni K, per tutto il tragitto di andata e ritorno.

Non ho mai saputo, ne indagato, se il comando a Skopje sapesse, in realtà, di queste soste, ma se lo sapevano facevano finta di nulla, così che in caso di problemi, la colpa sarebbe stata solo del capo e di nessun altro: classica mentalità militare italiana di quei tempi. Due ore dopo il movimento tattico del mezzo delle vettovaglie, eravamo già di nuovo sulla E-852 in direzione di Durazzo e, un po’ per mancia al titolare del campeggio, un po’ per gratitudine dei ragazzi, ed un po’ per l’accurata pulizia del posto prima di sparire, nessuno avrebbe potuto sapere della nostra sosta, salvo qualcuno dei presenti non avesse cantato!!

Percorremmo la strada attraversando Kalishta e poi deviammo, su una specie di mulattiera che, pomposamente, veniva chiamata strada 6330 dagli indigeni, e ci riportammo sulla E-852 in direzione del confine con l’Albania, per poi proseguire verso Durazzo, nostra destinazione. Da quel momento in poi, tutto tornava alla normalità: veniva ripristinato il Lei con i superiori, il saluto verso i più alti in grado, insomma il rientro sulla E-852 era un po’ come uno spartiacque: fine della fratellanza da gozzoviglie, e si riprendeva l’atteggiamento marziale previsto da militari di carriera.

Fu allora che, guardando all’indietro, lo vidi sulla carreggiata della strada: all’apparenza era un normalissimo ragazzino del luogo, ma i miei sensi erano scattati come una molla: quel ragazzino non era quello che sembrava, presi il binocolo, sfilandolo dal collo di un militare che sonnecchiava sul retro, e lo puntai nella direzione del ragazzino, mettendolo a fuoco e, contemporaneamente, incitando l’autista a rallentare fortemente la velocità. In quel genere di situazioni gli autisti non chiedevano spiegazioni: ubbidivano e basta, e per fortuna, il mio autista, nonostante il rapporto di amicizia che si era creato nel tempo, comunque sapeva essere un militare in servizio quando serviva.

Il ragazzino era li fermo a guardarmi: come se, nonostante la distanza che obbligava me ad usare il binocolo, lui riuscisse a vedermi con i suoi soli occhi. «Mi devo fermare, signore?» Mi chiese l’autista in dubbio sul da farsi, «no continua ad andare a questa velocità però, almeno finché te lo dico io.» Continuavo a guardare quel ragazzo che, di rimando, guardava me, ma con i suoi soli occhi. Poteva essere una mia impressione, ma il fatto che i miei sensi fossero scattati quando gli eravamo passati a fianco, mi confermava che dovevo tenerlo d’occhio.

«Raggiungi la colonna, adesso, e poi riprendi la velocità normale» dissi all’autista, che senza chiedere spiegazioni ubbidì immediatamente. «Mi riposo un attimo, occhio a come guidi;» avvisai l’autista, così che non trovasse strano che sembrasse dormissi. Appena messo comodo — per quanto si potesse farlo a bordo di un VM90, lasciai il corpo fisico e mi proiettai, con quello astrale, lungo la strada a ritroso appena fatta dal mezzo. Ritrovai il ragazzino li che camminava, come se nulla fosse accaduto; gli girai intorno un paio di volte, per vedere se percepiva la mia presenza, e salvo non fosse un bravo attore, ne lui, ne la sua aura diedero segno di avermi percepito. Eppure non mi convinceva: qualcosa in questo umano non tornava; aveva l’aspetto di un quindicenne, ma l’aura di una persona molto più matura. Il passo era sicuro, come di chi sapesse dove stesse andando, ma sollevandomi di quota non vedevo case, villaggi, ne città, per almeno un raggio di venti chilometri. Allora dove stava andando? Pensai ad un pastore, per cui cercai delle pecore, o mucche, ma nulla, inoltre non aveva con se un cane, cosa che se fosse stato un pastore era normale aspettarsi di trovare a fianco a lui. Quello che mi colpiva di più, era la sensazione di potenza che emanava, non a livello di aura, fosse stato così almeno avrei avuto una conferma sui miei sospetti, però si percepiva, in lui, una potenza innata, quasi antica, in quel corpo giovane e appartenente fragile. Decisi che, per il momento, avrei lasciato perdere: avevo una missione da seguire, ed un convoglio da controllare, per cui tornai al mio corpo, stiracchiandomi e mugugnando come fa una persona appena svegliata. «Quanto manca alla prossima tappa?» Chiesi, distrattamente, a chiunque mi volesse rispondere sul mezzo. «Tra un’ora circa, arriveremo al punto per la sosta notturna signore;» mi rispose un caporale dalla parte posteriore del VM90.

In effetti, fu abbastanza preciso: circa un’ora dopo stavamo entrando in un’area boschiva, lungo un tracciato appena visibile, ma ben noto, agli autisti, che ci portò in una radura che era chiaramente già stata usata da altri come campo di transito. I segni dei grossi pneumatici erano visibili dappertutto sul terreno, insieme a quelli dei VM90 e delle più leggere jeep. Gli autisti sapevano già come disporre i mezzi, visto che questo tipo di trasferimento era piuttosto abituale da quando il nostro esercito era coinvolto nelle azioni *umanitarie* di questo conflitto. Tempo nemmeno quindici minuti ed i mezzi erano disposti per file da cinque, ben coperti ed allineati; il personale addetto al primo turno di vigilanza, già dispiegato ai propri posti, e gli altri presi a montare le tende per la notte, mentre, al solito, i cuochi si davano da fare per dare corrente al mezzo frigorifero con le scorte alimentare ed sccendendo le cucine da campo.

Mentre erano tutti presi, ognuno con il proprio compito, io ripensavo al ragazzo che aveva attirato così tanto la mia attenzione. Ero così abituato a dare, molto, bado alle mie percezioni, che non riuscivo a togliermelo dalla testa: perché aveva attirato la mia attenzione in quel modo quasi maniacale? Perché lui, sembrava, ricambiare l’attenzione dando l’impressione che, la sua di attenzione, fosse concentrata su di me, visto che la colonna, con tutto il personale a seguito, aveva nel suo complesso centoquindici persone che la componevano? 

«La sua tenda e pronta signore;» mi disse uno dei caporali addetti alla mansione di montarle, indicandomi quale fosse. «Grazie mille caporale.» E mi diressi verso la tenda. Era una di quelle più piccole, essendo solamente per me, in effetti era progettata per due, ma visto che avevo sempre — che combinazione — la tenda da solo, avevo sempre spazio in abbondanza. Sebbene dovendo fermarci solo una notte era stata montata solo la tenda, senza il solito armamentario che ne facevano parte, come tavolino, armadio brandina ecc. ecc. Chi si occupava di montare le tende sapeva, per i viaggi già fatti assieme in precedenza, che quando ci si fermava una sola notte usavo il sacco a pelo, a terra, il che gli levava un lavoro da fare: montare la brandina. Forse, era anche per quello, che nessuno voleva condividere la tenda con me!! Aggiungeteci che spesso, prima di dormire, facevo meditazione seduto per terra, usando magari anche incensi, sebbene ci fosse il divieto di accendere sostante infiammabili all’interno della tenda, ed il gioco era fatto: tenda da solo assicurata quasi sempre!

Cenai, al solito, insieme ai ragazzi: i colleghi non vedevano di buon occhio questa cosa che li evitassi durante i pasti, ma era anche un vantaggio per loro: non dovevano tirare a sorte per chi avrebbe seguito i ragazzi durante la distribuzione, ed il consumo del pasto, visto che il regolamento lo prevedeva, senza possibilità ignorare la norma. Il mio autista abituale mi vide e mi fece cenno di avvicinarmi: «le ho tenuto il posto signore.» Al solito qualche sorrisino comparve su alcuni di quei, giovani, volti in divisa: alcuni pensavano che fosse una forma di opportunismo, avere certe attenzioni per un superiore. Molti altri, invece, sapevano benissimo, che eravamo diventati molto amici, sin dai primi giorni arrivati al campo di Katlanova; di quelle amicizie che nascono spesso, tra militari occupati in uno stesso incarico: molto forti, ma con la quasi certezza, che finito l’incarico e rientrati in Italia, ci si sarebbe persi di vista, tornando ognuno ai propri reparti di appartenenza. 

«Allora, che aveva di così interessante quel tipo? Un sospetto terrorista in fasce? Oppure era troppo carino da non darci una sbirciata da vicino?» Mi chiese con un sorrisetto malizioso stampato in faccia. Il nostro accordo era di tenere un comportamento formale, solo in presenza di miei parigrado o superiori: quando si era tra di noi, compresi altri suoi colleghi, potava darmi tranquillamente del tu e prendersi anche certe confidenze, che di norma, nelle forze armate, non sono affatto gradite, in particolar modo tra subalterno e superiore. «Scemo! Semplicemente mi pareva strano che un ragazzo, così giovane, fosse causalmente sul nostro percorso. Sai che tradizioni hanno da queste parti per gli ordigni esplosivi non convenzionali, e sai benissimo che non vengono esclusi nemmeno i più giovani da questa attività.» L’autista mi guardò un attimo negli occhi, come a cercare di capire se quello che avevo appena detto fosse una scusa o se, davvero, ero serio. «Davvero pensi che userebbero un quindicenne per farci uno scherzo del genere?» Gli era comparsa un’espressione di sgomento più che di paura, sul viso: era un militare di carriera, per cui il rischio era presente costantemente in questo genere di missioni, e quindi questo non lo preoccupava, mentre il fatto che si potesse usare un giovane per creare, disporre ed invitarci, in qualche modo, a finirci sopra, ad una trappola esplosiva non convenzionale lo lasciava basito. «Poi mettici che l’istinto mi ha messo in allarme, e sai che importanza do al mio istinto.» Parlando in passato gli avevo raccontato diversi aneddoti, comprensibili a lui chiaramente, in cui il mio istinto mi aveva evitato rogne, anche grosse, per cui si era convito, nel tempo, che seguire il mio istinto era, quasi sempre, una buona opzione. «Beh ce c’era di mezzo il tuo istinto, allora hai fatto bene a verificare.» Concluse lui come a dire: «cambiamo argomento che altrimenti mi rovino la cena.»

Il resto della serata passò tranquillo: chiacchiere tra commilitoni, racconti sulle proprie relazioni a casa, chi scriveva alla propria ragazza, chi a mo’ di rabdomante girava con il cellulare tenuto in alto, in cerca di un minimo di campo, cosa inesistente in quella zona, sperando di poter telefonare a casa per sentire una voce familiare. Arrivarono le 22.30 e si apprestava l’ora del *silenzio* — fascia oraria militare prevista per le ore di sonno; si anche il sonno è regolamentato nella vita dei militari!! — dopo la dichiarazione dell’inizio del *silenzio* tutti dovevano essere nelle proprie tende e non potevano, almeno teoricamente, più uscirne sino all’ora della sveglia. Chiaramente nel contesto in cui eravamo, all’estero, in un accampamento temporaneo, la vigilanza sulla messa in forza della regola, era meno pressante, per cui si sentivano i ragazzi continuare le loro chiacchiere da dentro le proprie tende, e ragazzi che andavano e venivano dalle tende più vicine, per farsi una sigaretta con l’amico di turno. 

Una volta verificato che fossero tutti al loro posto, facendo quello che in gergo militare si chiama *contrappello* noi responsabili, più alti in grado, eravamo liberi di fare le nostre cose senza dover badare che i ragazzi fossero in giro o che ci vedessero: c’erano quelli che si riunivano per una partita a carte, quelli che si ritiravano a scrivere il proprio diario, quelli che usavano, a turno, il telefono satellitare di servizio per chiamare le rispettive  famiglie. Io, al solito mi ritirai: potersi levare la bardatura da viaggio era un momento di relax. Levarsi il giubbotto antiproiettile, il casco, il cinturone con la pistola ed i caricatori, i vari coltelli infilati un po’ dappertutto, dava quasi un momento di distacco dall’attività giornaliera del convoglio, e fino al momento di bardarsi nuovamente, da cima a fondo, era quasi un senso di normalità. Mi misi l’accappatoio e raggiunsi le docce da campo, ormai libere dalla serale presenza costante e continua dei ragazzi che facevano i turni per poter sfruttare l’acqua calda. Per me farla tra gli ultimi non era un problema: erano anni che facevo la doccia fredda, per cui potevo attendere che davvero ci fosse un po’ di silenzio e calma alle docce per poterne approfittare.

Finita la doccia tornai alla mia tenda, passando da quella di un collega a ritirare la pistola, che gli avevo lasciato in custodia il tempo di lavarmi: prassi comune perché le armi non andavano mai lasciate incustodite, sia per regolamento, ma soprattutto per tranquillità del possessore temporaneo dell’arma stessa. Tornato alla tenda mi rivestii, con una tuta, e mi misi comodo per terra sul sacco a pelo, per fare un po’ di meditazione. Non accesi nessuna candela o incenso: quella sera non mi andava. Così nel buio della notte, nel mezzo di un bosco di un paese, a me straniero, cominciai a lasciare che la mente vagasse per conto proprio, in attesa di un pensiero qualsiasi attirasse la mia attenzione così da seguirlo nella meditazione. 

Dopo più di un’ora, il viso del ragazzo mi comparve in primo piano, nella mente, stavo quasi per interrompere la meditazione per inveire. Perché mi tornava ancora alla mente quel tizio? «Buonasera» mi disse il visto sorridente. Un momento!!! Nelle visioni durante la meditazioni le persone, gli oggetti, le situazioni non ti coinvolgono mai in prima persona: allora perché l’immagine del ragazzo mi stava salutando? Cominciai a farmi un’idea di cosa stesse succedendo. «Buonasera a te, amico mio.» Usai un tono amichevole visto che, sino a quel momento, a parte riempirmi la mente, non aveva fatto nulla di avverso. «Posso sapere chi sei e perché mi stai dando la caccia da oggi pomeriggio, se non da prima in realtà?» Il sorriso si trasformò quasi in una smorfia di fastidio: «Davvero mi hai sentito tutto il pomeriggio? Allora ha ragione: devo allenarmi di più; credevo non ti fossi accorto che ti seguivo, in attesa di un attimo di calma, per poter conferire con te.» Conferire? Uso casuale di un verbo, o uso voluto… mi poneva due possibili scenari, la risposta a questa domanda. Prima di indagare oltre, il ragazzo dipanò il dubbio, indirettamente, da solo: «Maestro del Mattino ti aspettavo: mi era stato detto che eri nel mio paese, e che saresti transitato da queste parti, ma non credevo così presto.» 

Ok, conosceva il mio nome mistico, e questo voleva dire che doveva essere un giovane mago, o più probabilmente un apprendista mago, ma il perché sapesse il mio nome mistico, questo non lo spiegava affatto. «Come sai che sono io, davvero, il Maestro del Mattino?» Rispose subito, senza esitazioni: buon segno, voleva dire che non stava mentendo o cercando di ingannarmi. «Mi è stato detto dalla Creatura delle Colline che vive qui.» Come che vive qui? Io sapevo che la Creatura delle Colline era sempre, o quanto meno spessissimo, nella mia zona, allora come faceva a stare *spesso* anche in questo posto. O parlavano di due diverse Creature delle Colline, oppure la mia Creatura delle Colline era un gran girovago. 

«Dimmi, giovane mago, hai mai visto fisicamente la Creatura delle Colline di cui parli?» l’immagine del ragazzo cambiò con una smorfia, come si fosse offeso. «Signore, se sta facendo un test per capire se mento, lo posso capire, ma chiunque sa, che la Creatura delle Colline non ha una forma fisica, quindi è impossibile che io l’abbia mai vista.» A questo punto ero quasi tentato di pregare la Creatura delle Colline di raggiungerci: c’era qualcosa che mi sfuggiva in tutto questo discorso fatto dal ragazzo. Però disturbare la Creatura delle Colline per una cosa che non fosse certa, la trovavo una cosa piuttosto antipatica: rischiavo di contrarre un debito con lui e non era una situazione che mi piaceva poi così tanto. Decisi, per cui, di aspettare a chiamarlo e di vedere dove questo giovane mago sarebbe andato a parare. «Allora mio giovane amico, cosa può servirti dal Maestro del Mattino che un mago anziano del posto non possa darti?» Gli chiesi senza tono di sfottò, visto che non conoscevo ancora il problema che mi avrebbe proposto.

Il giovane sembrava quasi sollevato dal fatto che gli stessi ancora dando bado, il che mi fece realizzare che probabilmente temeva un rifiuto immediato senza nemmeno che mi ponessi il dubbio di che problema avesse. Non era da me rifiutare una richiesta di aiuto, quanto meno se non conoscevo ancora la natura della richiesta. «Da qualche settimana il nostro bestiame ha iniziato a stare male: inizialmente abbiamo pensato a qualche infezione, ma i veterinari non riescono a capire che cosa sia. Da li a poco tempo, sapendo che sto studiando per diventare Stregone, hanno chiesto una mia opinione.» Dovevano essere messi male come presenze di Stregoni sul territorio, per chiedere lumi ad uno studente, ma questo lo pensai tra me e me, perché non volevo offendere il mio nuovo giovane amico. «E tu cosa hai rilevato? Qualcosa di mistico o solo una malattia fisica del bestiame?» Gli chiesi. Sembrò essere incerto sul come rispondermi; «Coraggio esponi la tua idea…» lo incitai. «Secondo me è stata lanciata una maledizione su tutto il bestiame da latte, perché i cavalli ne sono immuni: solo mucche, capre e pecore ne sono afflitte;» disse tutto d’un fiato. Sembrò trattenere il respiro, attendendo una mia risposta, per cui per evitare che si soffocasse gliela diedi subito: «Può essere: d’altronde una malattia che coinvolga due tipi diversi di specie, in effetti suona un po’ strano.» Vidi chiaramente il ragazzo prendere fiato e calmarsi. «Ma dimmi, il tuo maestro, dove si trova? Dovrebbe aiutarti lui a risolvere questo problema.» Il ragazzo si incupì in maniera evidente: «ha dovuto raggiungere i genitori improvvisamente ammalati: temo che abbiano colpito i genitori del mio maestro, per allontanarlo e poi colpire il bestiame qui da noi.» 

Il suo ragionamento non faceva una piega in effetti: il problema, semmai, era chi, e perché! «Dunque: io posso aiutarti a capire se, e quale maleficio possa essere stato fatto, ma secondo te cosa è più importate di questo?» Lo misi alla prova per capire quando sveglio fosse. «Beh sicuramente trovare chi ha fatto il maleficio, altrimenti una volta risolto, colpirà di nuovo, in altro modo, almeno credo.» Ero soddisfatto: il suo maestro aveva scelto bene in effetti. «Bene… portami dove è iniziata questa infezione, che vediamo insieme cosa si può fare.» L’apprendista sembrava perplesso: «Maestro del Mattino, grazie per il tuo aiuto, ma sono già le cinque del mattino: per venire qui e tornare ti ci vorrà tempo: se al loro risveglio la trovano in viaggio astrale sanno cosa fare del corpo?» Mi veniva da sorridere, ma evitai affinché il ragazzo non fraintendesse. «Capisco che non hai iniziato ancora a muoverti astralmente: mi stai solo contattando, per quello vedo solo il viso.  Capirai, quando inizierai lo studio astrale, che nel muoversi non c’è la dimensione tempo nella dimensione astrale: pensa alla stanza in cui sei ed io arriverò appena ti sarai concentrato abbastanza.» 

Lo fece senza porre alcuna resistenza e mi trovai all’interno di un locale che era chiaramente una stalla in disuso. «È qui che ti alleni di solito?» Mi fece cenno di si e si mosse, fisicamente lui, verso un casolare che si vedeva, non troppo in lontananza. Lo seguii con il corpo astrale mentre gli chiedevo alcuni particolari sulla questione. Quando arrivammo davanti la stalla, della prima persona colpita dal maleficio, percepii la cattiveria impiegata per lanciarlo. «Qui abbiamo a che fare o con una persona non avvezza alla magia, oppure a qualcuno che la conosce, ma è così incattivito da qualcosa, che non si è preoccupato minimamente di porre dei limiti al danno che stava avviando. Hai idea di chi possa essere stato?» Notai il suo cambiamento di aura, mentre cercava maldestramente di cambiare argomento: «Si può fare qualcosa per queste povere bestie? Sembra che soffrano molto.» Non avevo intenzione di riprenderlo per non avermi risposto, non almeno finché non avessimo risolto il problema. «Sai preparare un sigillo di arresto?» Gli chiesi sbrigativamente, immaginavo già di no: il suo livello di preparazione era piuttosto basilare e, come avevo previsto, non lo sapeva fare. «D’accordo, visto la situazione straordinaria faremo qualcosa di straordinario: ti passerò io la conoscenza, necessaria, per creare i sigilli che ti serviranno.» Chiaramente il giovane apprendista sapeva di che parlavo, e credeva anche che stessi davvero facendo una cosa straordinaria: di norma gli stregoni non si passano le informazioni in questo modo. La magia, di norma, va appresa, non trasmessa, cotta e servita, dall’apprendista di turno, ma non c’era davvero tempo: quelle povere bestiole sembravano davvero ormai arrivate agli ultimi sforzi per restare in vita. «Che devo fare Maestro del Mattino ?» Mi chiese il giovane; «Meglio che ti siedi, visto la mole di informazioni che ti passerò, potrebbe girarti un po’ la testa a travaso finito.» Il ragazzo si sedette per terra, tra le povere bestie morenti, in attesa di cosa non sapeva bene nemmeno lui. 

Selezionai i miei ricordi sui sigilli, la loro natura, la loro pericolosità, la loro preparazione e la loro messa in posa. Una volta messi nell’ordine giusto i ricordi li trasferii, con un incantesimo, al giovane allievo che sussultò per un attimo all’arrivo di tante informazioni. Trenta secondi dopo era in piedi, con tutte le informazioni necessarie per fare quello che serviva. «Adesso mettiti all’opera, io mi sposto dall’altra parte del villaggio e mi occupo di quella metà tu occupati di questa. E così facemmo: in meno di trenta minuti avevamo fatto tutto quello che ci era possibile ed in effetti le bestie, colpite per prima, iniziarono a riprendersi in quel lasso di tempo. Quanto tornammo alla prima stalla il ragazzo, quasi incredulo mi disse: «Guarda, Maestro del Mattino si sono già rialzate!!» Mi faceva un po’ tenerezza: era chiaramente ai primi rudimenti di magia, per cui davvero non immaginava l’effetto così immediato di un sigillo su un maleficio.  Sentii le campane del paese battere le sei. «Adesso devo andare: mi ricongiungo al mio corpo, ma stanotte torno da te, così passiamo alla fase successiva del nostro lavoro: trovare chi ha fatto questo. Tu intanto cerca di pensare chi potrebbe avere conoscenze, e motivazioni di farlo, ed al mio ritorno provvederemo a vedere se hai ragione o meno.» Di nuovo vidi quell’ombra scura nella sua aura: sembrava dispiaciuto per chi aveva fatto quel danno perché immaginava che avrebbe pagato per le conseguenze del suo agire: ed aveva ragione in pieno!!.

«Salute a te Maestro del Mattino» era evidentemente il saluto cerimoniale che gli era stato insegnato, «Salute a te giovane allievo»  gli risposi e mi proiettai indietro nel mio corpo. Feci giusto in tempo, appena ripreso controllo del corpo, intorpidito per le ore di immobilità, il mio autista batté rumorosamente sull’entrata della tenda. «È sveglio, signore?» Gli risposi di si e che sarei arrivato subito: sapevo che mi stava aspettando per andare a fare colazione assieme. Altra cosa che i miei colleghi non gradivano, ma a dirla tutta, la colazione dei ragazzi era molto più gustosa e abbondante delle nostre. E poi qualcuno, comunque, doveva controllarli, per cui di nuovo mi erano grati, per averli levati d’impaccio. Erano così contenti di fare colazione, pranzare, e cenare con il capo, che, di certo, erano felici se qualcuno si occupava dei ragazzi, salvandoli così dall’essere assenti ad uno di quei momenti sociali, con il capo, che tanto apprezzavano. Così eravamo contenti tutti!

Passammo la giornata in viaggio, rispettando le pause previste per gli autisti: eravamo dell’esercito, ma non eravamo delle bestie!! Ogni due ore, facevamo una sosta per fare cambio degli autisti, una questione di cinque minuti non di più, ma agli autisti faceva piacere che si tenesse in giusta considerazione lo sforzo che facevano a guidare quei bestioni per strade con buche, che se ci finivi dentro, difficilmente ne uscivi da solo: un incidente del genere ti poteva far perdere anche un’ora, tra scaricare il mezzo, agganciarne un altro, con l’argano, tirarlo fuori dalla buca, ricaricare il mezzo e ripartire. Ed i nostri autisti erano particolarmente attenti a quelle buche, che ormai conoscevano fin troppo bene. 

Nel tardo pomeriggio arrivammo a Durazzo, e sbrigate le formalità di cessione dei materiali trasportati dovevamo aspettare l’indomani mattina per caricarne altro e partire alla volta del campo base, a Skopje. Questo voleva dire, e loro lo sapevano, che i ragazzi erano liberi sino al mattino successivo, eccezion fatta per le cose obbligatorie da regolamento: ammaina bandiera, contrappello, silenzio, sveglia, ed alza bandiera.

La maggioranza di loro si fiondò in tenda a levarsi la tenuta da lavoro, e mettersi in costume per andare a fare un bagno: quando gli ricapitava il mare in Macedonia? Chiaramente serviva qualcuno che li controllasse: i bagnini erano forniti dalla base stessa, ma serviva qualcuno del reparto, per questioni di responsabilità. Mi pareva di sentire i pensieri dei miei colleghi: «Dai vai tu: stai sempre con loro adesso non ci piantare in asso, che noi possiamo uscire e fare un salto in città.» Eh i miei colleghi… in ogni caso come loro speravano, dissi come se nessuno se l’aspettasse: «Ragazzi, voi andate pure: io resto in spiaggia a controllare i nostri baldi giovani. Non ci possiamo permettere di perdere qualche autista, che parte in quarta appresso a qualche signorina locale;» dissi strizzando l’occhio al collega più noto per essere il dongiovanni del gruppo. Nessuno si comportò come se fosse un atto dovuto —e meno male!!— quindi ci fu tutto un ringraziare, strette di mani e pacche sulle mie, povere, spalle. Tempo cinque minuti erano tutti spariti a farsi una doccia per poi uscire in direzione della città. 

Tutti tranne uno: il capo. Lui non lasciava mai i ragazzi soli; indipendentemente che io ci fossi, o meno, se i ragazzi erano bloccati in caserma, come capitava in questi viaggi, lui restava. L’esperienza gli aveva insegnato che, nonostante tutti dello stesso esercito, i comandanti locali si divertivano a creare problemi ai ragazzi ospitati, nonostante non ce ne fosse motivo. Essendo lui il più alto in grado, se restava, era certo che nessuno li avrebbe disturbati, se non altro perché in caso di discussione, era parigrado con il comandante della base, e quindi nessuno poteva imporgli nulla. La base era sulla spiaggia per cui, la parte corrispondente di bagnasciuga, era stato isolato dal resto del litorale, così i ragazzi potevano approfittarne, sia quelli stanziali, che quelli di passaggio, come noi per farsi una bella nuotata. Già mi immaginavo la faccia di qualcuno, al ministero, quando ricevette da un comandante Alpino, la richiesta di un certo numero di militari con il brevetto di bagnino; sapendo poi, il capo della base, che essendo all’estero, non gli avrebbero rifiutato praticamente nulla di ciò che chiedesse.

Passai il pomeriggio così in spiaggia, rigorosamente sotto l’ombrellone, visto il mio foto tipo, ma non mi dispiaceva: potevo leggere, ascoltare la  mia musica. I ragazzi erano tutti professionisti del mestiere: non era una classe di bambini delle elementari: controllarli era solo un proforma. Inoltre in casi di emergenze in acqua, non ero autorizzato ad intervenire: i bagnini erano stati mandati apposta, per cui in caso di allarmi in acqua, potevo solo guardare l’intervento dei baldi giovani brevettati e sperare che tutto andasse bene.

Erano le diciotto, quasi ora di cena; ero impaziente arrivasse il buio per potermi isolare, e raggiungere il giovane mago, per vedere di concludere la faccenda, nel modo corretto, ma il tempo sembrava non passare mai. Come sempre succede in casi simili, più ci pensi e meno il tempo passa! Cenai, al solito con i ragazzi, e al solito passammo il tempo tra le cena ed il contrappello, chiacchierando del più e del meno con i ragazzi. Verso le 21,30 il primo segnale che il tempo stava passando: molti ragazzi salutarono e si ritirarono per andare a fare una doccia prima coricarsi, alle fine restammo io, il mio autista ed un paio di caporali. Ventidue e trenta: gli ultimi salutarono e visto che avevano già fatto la doccia prima di cena, si diressero verso le rispettive tende, finalmente ero libero di muovermi per poter fare quello che volevo. Attesi che suonasse la tromba con il motivo del silenzio, che indicava che tutti dovevano essere a letto, o quantomeno tutti nelle proprie tende, senza poter più andare in giro per il campo: era il mio momento. Andai diretto in tenda, mi cambiai e mi sdraiai sul sacco a pelo, così da dare l’impressione di dormire se qualcuno fosse passato per qualche motivo dalla mia tenda. «Salute giovane mago;» salutai il mio nuovo amico appena lo raggiunsi con il corpo astrale. Il ragazzo fece un sussulto: chiaramente non era abituato a contatti da forme astrali. «Salute Maestro del Mattino, spero che tornare non le abbia creato problemi.» Era carino da parte sua preoccuparsi di eventuali noie che mi avrebbe potuto procurare, il tornare da lui: esistevano ancora giovani con del rispetto per gli altri!! Buona cosa.

«Puoi aggiornarmi su cosa è successo durante il giorno?» Gli chiesi. Prontamente mi riportò che tutti gli animali, dentro le stalle, stavano ormai bene, come pure quelli che erano al pascolo, malati, che erano stati fatti rientrare nel perimetro, ormai protetto, del villaggio. «Chiaramente gli animali staranno bene finché resteranno all’interno del perimetro protetto dai sigilli che hai messo. Resta da trovare, ora, chi ha lanciato il maleficio, e costringerlo ad annullarlo. Qualche idea su chi potrebbe essere stato?» Di nuovo quell’ombra scura nella sua aura. Dovevo ammetterlo: era bravo a simulare noncuranza, sebbene la sua aura, chiaramente, indicava che era preoccupato per qualcosa o qualcuno. 

«Senti, mio giovane amico, so che hai un’idea di chi possa esser stato, e so anche che è qualcuno che vorresti in realtà proteggere, ma devi renderti conto, che ha cercato di uccidere i capi di bestiame da cui voi dipendente quasi del tutto: non puoi farti prendere dai sensi di colpa, perché magari è un conoscente, un amico o peggio un parente.» Sussultò come se gli avessi dato uno schiaffone: «È così chiaro, Maestro del Mattino, che ho un idea piuttosto precisa di chi potrebbe essere stato?» Ci pensai un attimo, poi decisi di essere sincero con lui: «Il tuo comportamento è esemplare, per quanto riguarda il tuo autocontrollo, ma l’aura ancora ti tradisce. Non è una tua colpa: solo che ci vuole molto più tempo, per governare la propria aura, così da non rendere chiare le proprie sensazioni e sentimenti.» Gli lasciai qualche secondo per assimilare quello che gli avevo detto, poi lo incalzai: «allora chi è stato, secondo te, e perché lo avrebbe fatto?»

Ci pensò ancora un po’ su, ma alla fine decise di essere sincero anche lui: «un’altro apprendista stregone: era l’allievo del mio mentore, ma poi lo ha allontanato, perché usava malamente quello che aveva imparato.» La situazione non era così rara ad accadere: succedeva che qualcuno scelto, come apprendista, si dimostrava interessato alla magia solo per motivi personali: avidità, vendetta, cattiveria ed altre aberrazioni simili. Era compito di un maestro, capire queste intenzioni per tempo, e stroncare l’allievo il prima possibile. Se il maestro realizzava che questi sentimenti erano più forti dell’interesse per la magia, allora era suo dovere allontanarlo e revocargli lo status di allievo. Se necessario doveva anche provvedere affinché tutto ciò che avesse imparato sino a quel momento, lo dimenticasse così da non poter fare danni. In questo caso il maestro aveva, forse, sperato che l’allievo si ravvedesse, ma non era andata così, visto il danno che aveva inflitto ai poveri animali. «Dici che questo mortale» e calcai sulla parola mortale per non farlo sentire in difetto, «possa aver fatto anche un maleficio ai genitori del maestro, così da distrarlo e farlo partire? E sii sincero nel rispondermi: sai che mi accorgerei se tu mi mentissi.» Il giovane era chiaramente dibattuto tra il dubbio di accusare qualcuno, che chiaramente conosceva da tempo, o cercare di giustificarlo in qualche modo, ma ne uscì alla fine rispondendomi: «Si è molto probabile a questo punto: forse non avergli rimosso i ricordi delle lezioni apprese, non è stata una buona idea alla fin fine.» Sembrava che si rimproverasse di qualcosa: forse era stato lui a chiedere, al loro maestro, di attendere, prima di cancellargli le nozioni già apprese, di magia, sperando in un ravvedimento che chiaramente non si era palesato.

«Credi sia in grado di rispondere ad una convocazione astrale?» Gli chiesi e lui fece cenno di si con il capo, come se parlare di questo mortale, adesso, gli pesasse molto. «Allora convocalo ora: dobbiamo risolvere questo pasticcio prima dell’alba, sai il perché.» Lo vidi concentrarsi per qualche decina di secondi, ma nulla accadde. «Si rifiuta di venire: dice che non merito la sua attenzione.» Era chiaro il motivo per cui il loro maestro lo aveva allontanato: una tale mancanza di rispetto, era un indice, di per se, che questo mortale non era degno di apprendere i segreti della magia e che gli andavano revocati i ricordi quanto prima. «D’accordo: non preoccuparti: ci penso io. Pensa al suo viso, così che possa raggiungerlo, visto che non lo conosco.» Il giovane apprendista lo fece, sebbene chiaramente, di controvoglia. Mi comparve il viso di un altro ragazzo, piuttosto diverso dal giovane allievo: capelli nero corvino, occhi scuri, un espressione, sul volto, che era un misto di soddisfazione per aver rifiutato la convocazione, e la certezza che i sigilli non avrebbero retto a lungo; inoltre era chiaro, dai suoi pensieri, che stava già considerando di potenziare il malefico, generandone un altro all’interno del perimetro di difesa che avevano creato: non lo avrei permesso!» 

Il suo corpo astrale comparve dinnanzi a noi mentre, da qualche parte, il suo corpo fisico si era afflosciato, li dove era, senza preavviso: usando un incantesimo di coercizione l’avevo obbligato a raggiungerci. Inizialmente non mi resi percepibile al nuovo arrivato tanto che, si scagliò, con offese e minacce, subito verso il giovane allievo. Poi si fermò e la sua aura mi segnalò che dalla rabbia era passato alla curiosità, ed a conferma di quanto avevo visto sibilò al giovane mago: «Come hai fatto a portarmi qui di forza: tu non ne sei capace, non ancora almeno!» Senza farmi vedere gli dissi con tono grave: «infatti ti ha obbligato il Maestro del Mattino, ed ad una mia convocazione non si risponde di no!» Al solo sentire il mio nome mistico la sua aura comincio a cambiare repentinamente di colore: sentimenti altalenanti lo sopraffacevano. Probabilmente si domandava se fossi davvero chi avessi detto di essere e, al contempo, si chiedeva come fare per scappare da li. «Te lo puoi scordare: non vai da nessuna parte finché non deciderò altrimenti! Ora voglio sapere che maleficio hai lanciato sul bestiame, e lo voglio sapere ora!» E per fargli capire che non scherzavo gli lanciai un incantesimo di intensificazione del dolore per qualche secondo. La sua mente urlava, per la disperazione generata da quel dolore non fisico, ma non per questo meno duro da sopportare. «Scoprilo da te visto che sei il Maestro del Mattino. Dovresti saperlo fare no?» Il giovane mago intervenne, cercando di aiutare tutto sommato, quel ragazzo che chiaramente conosceva: «Ti prego non sfidare il Maestro del Mattino: può distruggerti anche solo attraverso il corpo astrale. Digli quello che vuole sapere, e fallo in fretta!» Aumentai la dose di sofferenze ed il giovane, che non era abituato a gestire dolore sul corpo astrale, cedette in poco tempo. Mi disse che maleficio aveva lanciato; quando gli chiesi come lo conoscesse, beffardo mi rispose: «il vecchio —intendeva il suo ex maestro— non tiene i tomi di magia sotto chiave: se hai accesso a casa sua, hai accesso anche quelli.» Avrei dovuto fare un discorsetto con il loro maestro, una volta risolta questa faccenda: prendeva troppo sottogamba la questione sicurezza: i tomi, così come il proprio grimorio o altre raccolte di incantesimi, di norma, erano protetti da incantesimi, più o meno potenti, che ne impedivano la lettura ai non autorizzati. Ovviamente questo doveva includere anche gli allievi, finché non fossero stati pronti a quei livelli di magia. Non servì nemmeno chiedere che maleficio avesse fatto ai genitori del maestro: se ne vantò spontaneamente, da vero sciocco quale era. Isolai, mantenendo la presa sul suo corpo astrale, l’ex allievo, così da poter colloquiare con il giovane mago, senza essere uditi dallo scellerato: «Ascoltami giovane mago: potrei darti le istruzioni per annullare i malefici, ma sono già le cinque e tra poco dovrò rientrare nel mio corpo fisico. Quindi non offenderti se opererò al posto tuo, non è perché non sei capace, è solo per questione di tempo.» Il giovane annuì, quasi sollevato, dal non avere la responsabilità di un eventuale fallimento. Mi servirono solo dieci minuti per annullare il maleficio fatto sulle bestie. Per i genitori del maestro, ci volle più tempo perché non potevo annullarlo così su due piedi: rischiavo che i corpi, già stanchi per l’età, cedessero allo sforzo del ritornare in forze troppo in fretta. Lanciai l’incantesimo per annullare il malefico, ma lo diluii in modo che facesse effetto in modo progressivo, nell’arco di un paio di giorni.

«Tutto fatto.» Dissi senza tono di enfasi al giovane mago. «I genitori del tuo maestro si riprenderanno in un paio di giorni, mentre le bestie si riprenderanno in poche ore. Tra due giorni dissolvi i sigilli di protezione: inutile che tu sprechi, inutilmente, energia per mantenere in funzione gli scudi. Per quanto riguarda lui: trova il suo corpo fisico e portalo in un posto sicuro: lui resterà confinato qui, in forma astrale, fino al rientro del tuo maestro, così che possa deciderne il destino. Fino ad allora non riuscirà a compere incantesimi o malefici perché lo metterò in una bolla di sospensione: sarà cosciente ma innocuo, finché  il vostro maestro non deciderà il da farsi.» Il giovane mago annuì comprendendo le istruzioni, ma era chiaro che avevo qualcosa da chiedermi quindi lo incitai a parlare liberamente: «Dimmi giovane allievo, cosa ti turba, cosa vuoi domandarmi?» Prese il coraggio a due mani: «Il mio maestro avrà motivo di essere scontento di me? Non sono stato in grado di affrontare il problema da solo, e mi sono permesso di disturbarti, per una cosa che avrei dovuto risolvere da solo.»  Mi trattenni da sorridere: poteva essere frainteso un sorriso come risposta alla sua domanda. «Il tuo maestro ha solo motivi per essere fiero di te: hai capito la situazione, ha realizzato che era oltre le tue, attuali, competenze ed hai deciso, giustamente, di chiedere aiuto. Io non vedo motivi per cui non dovrebbe essere fiero di te, per come ti sei comportato. Cosa ben diversa invece per lui…» dissi indicando il corpo, già inerte, dell’ex allievo; «Dovrà decidere una punizione di giusto valore, per cosa ha combinato quell’incosciente. E considera che ha attentato alla vita di due mortali, che non ha un peso maggiore perché genitori del maestro: il nostro giuramento è di proteggere i mortali, non di colpirli!» 

Vidi l’aura del giovane schiarirsi a sentire le mie parole. «Quindi,» ripresi «non hai motivo di dare disonore, o vergogna, al tuo maestro, tutt’altro: direi prestigio per la scelta di un giovane che non fosse pusillanime, presuntuoso né avventato, ma in grado di riconoscere i propri limiti e chiedere, di conseguenza, aiuto a chi poteva intervenire in questa ingarbugliata questione.» Pensai un attimo a come concludere il nostro incontro e poi: «lascio a te spiegare al tuo maestro, cosa sia successo durante la sua assenza, e cosa ha provocato i problemi ai suoi genitori. Raccontagli tutto senza escludere nulla: ripeto non hai nulla di cui vergognati giovane apprendista.» 

«Salute a te Maestro del Mattino» mi disse il giovane allievo, immaginando che stessi per andarmene. «Salute a te futuro mago;» risposi facendogli eco, ed iniziando il rito di rientro al mio corpo immobile, sul sacco a pelo. 

Guardai l’ora: erano le 5,45 e, dopo nemmeno quindici minuti, sarebbe suonata la sveglia: non valeva nemmeno la pena di tentare di risposare un po’. Decisi quindi di approfittare dell’ora presta, per sfruttare la struttura delle docce, che a quell’ora sicuramente, erano esenti da code e dallo schiamazzo mattutino dei ragazzi che si preparavano ad affrontare la giornata. Come immaginavo, il capo, era già a farsi la doccia: anche lui preferiva evitare la confusione mattutina, dei ragazzi appena svegli. Mi vide arrivare: «Buongiorno: anche lei mattiniero vedo;» mi disse, mentre si asciugava i capelli con il cappuccio del suo accappatoio. «Eh si meglio approfittare di questi momenti di calma, così da poter assorbire bene l’impatto dell’onda di energia di quegli scalmanati, appena arriveranno!!» Gli risposi sorridendogli. «Dormito bene?» Mi chiese il capo. Mentalmente sorrisi tra me e me, se solo avesse saputo… «Si: come un ghiro signore» gli risposi dandogli di spalle, affinché non vedesse quel sorrisino che mi si era stampato sul viso!!


Capitolo precedente:  Il Concilio di Skarsvåg.

Cap. 17 – Il Concilio di Skarsvåg

Ogni cinque anni il Consiglio dei Cinque si riunisce con tutti gli stregoni D’Europa

Photo by Heather Shevlin on Unsplash


Si avvicinava marzo, ma nonostante il mese, già quasi primaverile, un’aria fredda sferzava il viso mentre, con passo lento, mi avviavo verso l’albergo presso il quale eravamo, quasi tutti, alloggiati. Quest’anno, il ritrovo quinquennale degli operatori dell’occulto europeo, si teneva a Skarsvåg, in onore del, di poco dipartito, maestro locale. Almeno mi consolava il fatto che non che non avrei sofferto il caldo e l’afa di luglio del precedente raduno, che si era svolto in luglio vicino alle spiagge dell’Agrigentino: bellissima la valle dei templi, che comunque conoscevo già, ma davvero: io sono un nordico di sangue ed il caldo e l’afa sono miei mortali nemici! Per fortuna qui a Skarsvåg il problema non si presentava, almeno per me, mentre molti altri colleghi se ne lamentavano parecchio del freddo quasi polare.. Come ero dispiaciuto al ricordo che nessuno si preoccupasse della mia di sofferenza quando ci fu l’ultimo raduno!!

Fortunatamente il raduno mondiale era a cadenza decennale!! Mi trovavo ormai a Skarsvåg pur non avendo avuto molta voglia di venirci: incontrare colleghi di altri paesi era una bella situazione, ma poteva diventare molto noioso, specialmente quando c’erano da prendere decisioni sull’allontanamento o meno di certi soggetti, che si erano comportati in modo da violare quello che era un regolamento che il consiglio si era dato molto tempo fa.

Questo documento di auto regolamentazione non veniva modificato da circa trecento anni e questo, a volte generava dei problemi sull’interpretazione degli antichi testi. Per questo all’inizio degli anni 30 il consiglio raggruppò un certo numero di specialisti in lingue antiche, e fece tradurre loro il regolamento in inglese, francese e tedesco, e poi diede l’ordine di farlo tradurre in tutte le lingue dei componenti del consiglio. L’originale, comunque, restava sempre disponibile, in caso di dubbi, o messe in discussione di una qualche parte della traduzione, che non convincesse qualcuno dei membri.

Sicuramente, da dopo la traduzione del tomo, le varie sessioni del consiglio erano divenute molto più veloci e lineari, facendo risparmiare molto tempo per le varie operazioni che richiedevano la consultazione del regolamento. Uno dei pochi vantaggi era il poter incontrare altri stregoni e scambiarsi informazioni, studi, opinioni, esperienze con loro, ed a volte era davvero una situazione produttiva. Mi piangeva un po’ il cuore a non poter aver conosciuto il Maestro di Skarsvåg: alla fin fine era stato lui a decidere di lasciarmi la Lama nera degli Spiriti in custodia, cosa che avevo fatto mettere all’ordine per una conferma ufficiale: sai mai ci fosse stato qualcuno interessato e rivendicasse diritti di qualche tipo per la custodia di quella formidabile arma.

Quello che non mi piaceva del regolamento era che, salvo espresse deleghe del consiglio, non era permesso presenziare in forma astrale: si doveva fisicamente essere al concilio: e raramente erano state autorizzate deleghe a questa norma. Vuoi un po’ per il fatto che si avevano quattro anni, undici mesi e trenta giorni per organizzare il viaggio, e di conseguenza erano poche le situazioni che ammettevano deroghe.

Confesso che ci avevo pensato a chiedere una deroga: quest’anno proprio non avevo alcuna voglia di chiedere 5 giorni di ferie per raggiungere il luogo scelto per questa edizione, ma mi era più che chiaro che non avrei ricevuto il permesso, per cui non ci provai nemmeno. Quando a gennaio era arrivata la notifica dell’invito con la destinazione del viaggio da fare, mi son detto: «se non altro quest’anno non mi tocca morire di caldo!»

L’ultima riunione il consiglio l’aveva convocato in Sicilia: non era stato né un viaggio comodo, né un soggiorno comodo, né — visto la mia poca propensione per gli ambienti caldi — un soggiorno piacevole: quando andammo li, non vedevo l’ora che finisse il tutto, e chiaramente, visto la mia fretta, c’erano diverse cose da discutere che ci tenevano in seduta continua, fino a notte fonda, in alcune sessioni.

Questa volta, almeno, avevano deciso di fare il raduno al fresco: un ambiente decisamente molto più adatto a me!! Per cui, dopo aver fatto passare abbastanza tempo da farmi mandare un sollecito per la risposta — a che serviva una risposta se un diniego era scartato a priori?? — confermai la mia presenza all’evento di Marzo, inviando la cartolina che era allegata all’invito.

Ed eccomi qui che passeggio per Skarsvåg: appena arrivato ho cercato subito il cimitero locale per andare a rendere omaggio al Maestro che non era più con  noi. Visto le dimensioni minute del villaggio, e le poche risorse per i turisti, eravamo stati distribuiti per i tre unici posti che potevano accoglierti tutti: il Nordkapp TuristHotell, all’ingresso del paese, poi al Fishing Lodge e gli ultimi, me compreso, stavano al Event & Turistsenter. Praticamente eravamo dislocati per tutta la lunghezza del paese; d’altronde Skarsvåg stessa era poco più che un insieme di case e immobili per la lavorazione del pescato e qualche negozio, il tutto disposto lungo una unica strada principale che dirigeva alla fine alla scogliera a fianco al porticciolo. Il viaggio, almeno per me, era stato rilassante: arrivato in Norvegia avevo preso un volo locale per Honningsvåg poi una corriera sino a  Skarsvåg. Non so gli altri come si erano organizzati, ma mi pareva che nessuno fosse arrivato con mezzi ruotati propri. D’altronde vero era che a Skarsvåg centro vi erano solo -4 gradi, ma mi avevano spiegato che nell’interno, quindi lungo il percorso da fare da Honningsvåg a Skarsvåg si arrivava tranquillamente in questo periodo a -20/-25 quindi arrivare con macchine non attrezzate per quel tipo di clima avrebbero dato solo problemi. Cosa per altro spiegata dal consiglio sull’invito, per cui salvo qualche indigeno attrezzato all’uopo, credo nessuno si sarebbe sognato di venire con una macchina continentale queste parti.

Diedi un’occhiata la dove sapevo esserci la spiaggia, ma nonostante fossero le 4 del pomeriggio era già buio perso e, come da tradizione, il consiglio era stato convocato in luna  nuova, quindi nessuno riflesso sull’acqua poteva essere visto al buio. Visto che non c’era nulla da vedere a quell’ora rientrati in albergo, nel salottino c’erano diversi maghi intenti a chiacchierare bevendo qualcosa, immagino di molto alcolico, mentre ognuno diceva la sua su non so quale argomento. La cosa che suonava strana a chi guardasse quel gruppetto di turisti e che nessuno aveva chiesto di attività come trekking o uscite in barca di giorno. Comunque gli abitati di Skarsvåg, in particolare i titolari degli alberghi,  erano ben contenti di avere tutti quei turisti a marzo: di solito la stagione iniziava, per loro, solo dopo maggio quando le temperature si facevano più umane per chi veniva dall’Europa continentale; e di certo non arrivavano, di frequente, gruppi così numerosi di turisti tutti insieme!!

Forse la cosa che trovavano più strana, era il fatto che di giorno sparivamo: non sapevano che avevamo il nostro punto di ritrovo, per le nostre riunioni, in una caverna non lontana da Skarsvåg. Il posto era stato ben celato da diversi incantesimi dal Maestro di Skarsvåg, ma era anche stato, da lui stesso, minuziosamente riportato durante le precedenti riunioni, per cui per il consiglio non era un problema ritrovare la caverna in questione e praticando il corretto incantesimo di annullamento di quello di mascheramento, trovare così l’accesso alla caverna. Eravamo tutti in grado di farlo in realtà, ma buone maniere volevano che entrassero prima i cinque del consiglio e poi tutti gli altri, almeno il primo giorno. In effetti, in quelli successivi, qualcuno riceveva l’incaricato di andare li il mattino ed accendere i fuochi che scaldavano l’antro. Chiaramente una volta accesi i falò seguivano gli incantesimi per riscaldare velocemente l’aria del posto, altrimenti ci sarebbero volute ore, e tonnellate di legna e carbone, per riscaldare quella caverna enorme.

I primi giorni passarono con i resoconti delle attività del consiglio, prima e successivamente delle attività dei vari maghi o stregoni durante il quinquennio. Toccò anche a me raccontare delle situazione più gravi affrontate e la questione dei prosciugatore sollevò molti mormorii preoccupati: i prosciugatori erano una rogna che nessuno sperava di dover nuovamente affrontare a casa propria. La sera del terzo giorno, mentre tutti stavano rientrando ai propri alberghi, uno stregone del consiglio mi fece un cenno mentre mi diceva «Maestro del Mattino, potresti aspettare un attimo? Vorremmo discutere un paio di questioni con te.» Vorremo? Voleva dire che l’intero consiglio voleva qualcosa da me, non era segno di una brutta storia, ma non era nemmeno proprio nel protocollo del consiglio chiedere di parlare con uno stregone da solo.

Attesi che defluisse tutta la ressa, facendo finta di mirare i lucenti cristalli che luccicavano come lucciole sulle pareti della grotta. «Oro. Proprio così: la gente di Skarsvåg non sa di avere una vena d’oro a poca distanza da loro: saggiamente il Maestro di Skarsvåg glielo ha tenuto nascosto quando l’ha scoperto in questa caverna che aveva deciso essere il suo eremo.» Rimasi un attimo interdetto, non certo per l’oro, ma che diamine ci faccia la Creatura delle Colline qui a Skarsvåg?

«Scusami signore, ma che fai da queste parti?» Gli chiesi. «Ero curioso di vedere se le cose erano cambiate rispetto a qualche secolo fa, e per la miseria sono cambiate molte cose in effetti!!» Non sapevo se essere contento o meno del fatto che fosse li, proprio in quel momento che il consiglio mi aveva appellato in udienza privata. «Signore devi scusarmi, ma ho un’udienza richiesta dal consiglio, non posso ritardare, immagino tu possa capire.» La solita risata sua… che nervi!! «Certo che capisco, vai che sennò fai tardi e si offendono» disse con il suo solito tono beffardo, quello che amava usare quando si parlava di autorità costituite, di qualunque ordine fossero.

«Maestro del Mattino, accomodati» mi disse qualcuno che ancora non vedevo; I membri del consiglio, come da protocollo, erano seduti su una base più alta della posizione di tutti gli altri, me compreso in quel momento; ma capivo la motivazione psicologica, che dava l’origine a quella scena: stando in alto dovevano incutere rispetto. Per quanto li avessi visti altre volte non avevo mai avuto a che fare con loro direttamente, per cui non provavo tutta questa soggezione verso di loro. Mi accomodai sulla poltrona fatta di lastre di pietra, che trovai stranamente comoda, chiaramente le era stato fatta un’incantesimo per renderla così, come dire, troppo comoda. «Vorremo» iniziò il secondo dei cinque schiarendosi un po’ la voce, «se non ti arreca disturbo, maggiori particolari sulla questione del prosciugatore in cui ti sei imbattuto, per esempio come facevi ad essere certo, da subito, che fosse un nuovo nato e non un risorto al servizio di qualcuno? Dalle cronache non risulta che ti fossi già imbattuto in prosciugatori in passato.»

La situazione non mi piaceva molto, se avevo fatto qualcosa di sbagliato potevano dirlo senza fare tutta quella pantomima, ma sapevo che erano molto anziani e molto legati alle tradizioni, per cui senza mostrare sbuffi irriverenti, raccontai loro del confronto che avevo avuto, con la Creatura delle Colline, sulla questione quando gliele parlai,»

«Ahh ecco» disse il quinto dei cinque, «a proposito, sapevi che della Creatura delle Colline si erano perse le tracce da oltre 170 anni?» Lo sapevo bene, e loro sapevano che lo sapevo: a tutti gli apprendisti venivano fatte studiare le cronache, ed il nonno non si era certo risparmiato nel farmele imparare. «Si certo signore, sapevo della sua assenza, chiamiamola così.» Il terzo dei cinque intervenne, e dalla voce era chiaramente in tensione: «e non hai trovato strano incrociare una così mirabile creatura, in una città così insignificante, senza offesa ovviamente, come la tua?»

«Signori, voi mi insegnate che la Creatura delle Colline vive dove vuole, quando vuole e nessuno, almeno stando alle cronache, è mai riuscito a fargli fare qualcosa che non volesse. Cosa volevate che facessi? Che ingaggiassi una lotta con lui per allontanarlo dalla mia residenza? Per altro i tomi non riportano che debba stare lontano da qualche posto in particolare.» L’ultima commento lo dissi volutamente con un tono secco ed infastidito. «Calma Maestro del Mattino, calma;» mi risuonò nella testa con la voce della Creatura delle Colline «loro non sanno che sono qui, e questo li farebbe infastidire, ancora di più, se mi costringeranno ad intervenire.» Il tono questa volta non era affatto canzonatorio: in cosa diavolo mi stava infilando?

Il primo dei cinque riavviò la chiacchierata: «Dicci, Maestro del Mattino, ma la Creatura delle Colline ha l’abitudine di aiutarti quando sei in difficoltà?» Adesso capivo dove volevano parare: stavano mettendo in dubbio il mio titolo. Credevano, o quanto meno stavano insinuando, che i miei interventi in realtà fossero stati eseguiti dalla Creatura delle Colline. «No» risposi calmo, ma deciso, «con la Creatura delle Colline abbiamo solo incontri serali in cui ci confrontiamo sulla vita, e sulla magia, ma, che mi risulti, non è mai intervenuto in mio soccorso, nemmeno con il prosciugatore!» Lo dissi gonfiando il petto per mostrare il mio disdegno alla loro insinuazione. «Se comunque avete dubbi in merito, perché non convocate direttamente la Creatura delle Colline, magari risponderà.» Ci fu un brusio infastidito e preoccupato come risposta alla mia proposta. Non capivo se lo temevano, e giustamente, o se stupidamente lo volevano sfidare.

Il terzo dei cinque che sino a quel momento non aveva detto ancora nulla mi rispose con tono di sfida: «non serve convocarlo, qui dentro comunque non potrebbe entrare visto le protezioni, e se anche lo facesse non potrebbe nulla contro il consiglio.» Un ringhio profondo e duro mi esplose in testa: decisamente la Creatura delle Colline non amava essere sfidato e sembrava prepararsi al confronto. «Signori» dissi cercando di riprendere in mano la discussione, «non capisco perché pensiate che la Creatura delle Colline sia mai intervenuta in mio soccorso, avete forse traccia nelle cronache che l’abbia mai fatto con qualcuno ? E, se come immagino no, perché dovrebbe farlo con me? Che ho io di speciale rispetto a tanti altri stregoni? Non sono del consiglio, non faccio parte della cerchia alta, nonostante il mio titolo me ne darebbe diritto, quindi a che pro interessarsi ad uno stregone di così infimo livello?»

Era chiaro a questo punto a tutti e cinque che avevano esagerato, e questo significava che avevo il diritto, per quanto riportato dal regolamento, di mettere in dubbio la loro imparzialità. Il quarto dei cinque riprese in fretta per correggermi: «Maestro del Mattino tu stesso hai rinunciato alla carica nella cerchia alta.» Non gli risi in faccia solo per rispetto: «Vero, venerabile, ma se la memoria mi assiste, ed è così, la mia rinuncia e stata in seguito ad una vostra mancata convocazione per assegnarmi la poltrona che mi spettava, ed ho percepito chiaramente il fastidio nel vedere quella poltrona vuota. Visto che non interessato a partecipare alla cerchia alta, vi ho fatto la cortesia» e qui calcai il tono, «di farvi avere la mia rinuncia al seggio per poter soddisfare la sete di potere di qualche vostro ammiratore.»

«Maestro del Mattino sei piuttosto impertinente» sibilò il quinto dei cinque, «direi la giusta difesa all’accusa che mi avete mosso, venerabile;» gli risposi seccamente. Segui il silenzio, ma sapevo che stavano parlando tra di loro escludendomi dal sentirli con un incantesimo: avrei potuto romperlo subito, ma non ero interessato alle loro beghe interne. «Al posto tuo avrei chiesto la testa di quel pezzente» mi disse la Creatura delle Colline che chiaramente aveva seguito tutta la discussione. «Non può entrare qui. Non può nulla contro di noi» disse scimmiottando i venerabili. «Potrei spazzarli via in un attimo se non altro perché pensano che non sia nemmeno qui e la sorpresa sarebbe la loro sconfitta.» Non sapevo se davvero fosse in grado di sconfiggere i 5 venerabili riuniti fisicamente nello stesso posto, ma qualcosa mi diceva che non era il caso si cercare una verifica.

«Resta comunque il fatto che non ci risulta chiaro il perché la Creatura delle Colline sia così legata a te, Maestro del Mattino.» Cercai di mordermi la lingua per non rispondere d’istinto, che sarebbe stata una cosa che avrebbe innescato altre discussioni, ed era l’ultima cosa che volevo avvenisse. «Ripeto, venerabili, chiedetelo direttamente alla Creatura: magari vi darà soddisfazione rispondendovi, sebbene per come lo conosco è più facile, che in modo del tutto irrispettoso verso questo consiglio, vi mandi a quel paese.» Questa volta la Creatura delle Colline non mi incitò alla calma, forse si stava innervosendo anche lui, il che poteva non essere un bene per nessuno dei presenti, me compreso: la Creatura delle Colline era nota per gli improvvisi attacchi di collera, sebbene non fossi mai stato presente in una di quelle occasioni, le cronache riportavano con dovizia di particolari i danni che aveva profuso l’ultima volta che si era infuriato con qualcuno. Per darvi un idea i giornali locali parlarono di una improbabile situazione in cui si erano assommati, allo stesso momento, un terremoto ed un tornado, che nel nostro paese per inciso, sono decisamente rari!!

«Scusatemi, venerabili, ma il punto quale sarebbe?» Lanciai la sfida in un attimo di silenzio da parte di tutto il consiglio. «Il fatto sarebbe, Maestro del Mattino, che se davvero la Creatura delle Colline avesse svolto anche un solo tuo compito, allora il tuo titolo andrebbe posto in revisione; il perché puoi dedurlo da solo.» Addirittura una revisione del titolo, c’era qualcosa che mi sfuggiva: che io ricordassi, dalle cronache si evinceva che, erano più di cento cinquant’anni anni che un titolo non veniva messo sotto revisione, ed il soggetto a cui era successo era stato posseduto da un demone per anni, prima che il consiglio se ne rendesse conto ed intervenisse. Ne avevo abbastanza: «d’accordo venerabili: se credete che ci siano le motivazioni per una messa in revisione, allora mettetela all’ordine del giorno; io qui ho concluso: non essendo già sotto revisione non devo difendermi da alcuna accusa. Se fosse il contrario allora pronunciate apertamente l’accusa e deciderò il da farsi.

Chiaramente avevo preso il consiglio contro piede: mentre mi alzavo ed avviavo verso l’ingresso della sala restarono tutti a guardarmi, impietriti da tanta insolenza, dal loro punto di vista ovviamente. «Non ti abbiamo congedato, Maestro del Mattino, e tradizioni vogliono che tu non ci volti le spalle sino a tale momento.» Disse con voce dura il terzo dei cinque. Continuando a dirigermi verso l’uscita gli risposi seccamente: «proferite un’accusa o me ne andrò.» Poi mi scappò di bocca una cosa che non avrei dovuto farmi scappare «e non tentate di fermarmi: non ne sareste in grato nemmeno tutti e cinque insieme.» Mi pentii di quello che mi era sfuggito l’attimo subito dopo aver chiuso la bocca: invisibili mani d’acciaio mi trattennero per le spalle ed i fianchi: ero bloccato in quella posizione e in condizioni normali avrei potuto sfidare uno, forse due venerabili, ma di certo non tutti e cinque contemporaneamente!

«Maestro del Mattino» iniziò il quarto dei cinque, «questo atteggiamento sembra frutto della tua troppa vicinanza alla Creatura delle Colline: stai prendendo tratti del suo carattere che questo consiglio non può accettare.» Successe quello che più temevo: la caverna cominciò a vibrare, come investita da un terremoto, l’aria si fece nebbiosa, ma di una nebbia nera, profonda, e il tutto fu seguito da un profondo ringhio gutturale, e non nella mia testa, ma fatto con la voce. Mi sentii liberato di punto in bianco, come se i venerabili avessero cessato di trattenermi, ma temevo e sapevo che non era quello il motivo. «Come osate trattare un Maestro del Mattino in questo modo?» Esplose la Creatura delle Colline. Girandomi verso il consiglio continuando a non riuscire a vedere i loro volti affossati nei pesanti cappucci, ma le loro auree erano piuttosto evidente: rabbia, timore, non paura, ed incredulità. Era questo che tutti e cinque trasmettevano. Ci fu silenzio e di colpo la nebbia scura vibrò e poi su contrasse, veloce come una saetta, verso un punto a mezz’aria al mio fianco fino a comporre la figura di una persona, anch’essa con il saio ed incappucciata. Sbalordito per la sua prima manifestazione fisica, da quando lo conoscevo, guardai dentro il cappuccio, ma tutto ciò che vidi era quella nera nebbia che si muoveva lentamente: era evidente che non aveva voluto darsi un volto.

Il consiglio era quasi stravolto, almeno stando alle loro auree, fisicamente, invece, non fecero né gesto né un sussulto: restarono li fermi, ad osservare quella esile figura, in saio, che era comparsa al mio fianco. «Allora signori, ho sentito che qualcuno aveva qualcosa da dire sul mio conto: sono qui, ditemi.» Disse con una voce che sembrava arrivare da tutto intorno dalla caverna, giusto per ricordare che non era con un mortale, o uno stregone, che stava parlando. «Benvenuto a te, Signore» disse con voce quasi flebile, il secondo sei cinque, «cosa ti porta da queste parti, al cospetto del consiglio?» Una risata, tanto fragorosa da far cadere della polvere dalle pareti dell’altro, squassò l’aria. «Io, al cospetto di un consiglio di mortali, sebbene stregoni?» Chiaramente la Creatura delle Colline stava precisando che erano loro al suo cospetto e non viceversa. Il quinto dei cinque intervenne per cercare di calmare gli animi: «davvero, Signore, è un onore averla qui tra noi…» l’uso del ‘tra’ già aveva cambiato le posizioni dei presenti: si intendeva che erano tutti allo stesso livello, ma non ero certo che la Creatura delle Colline si sarebbe accontenta di essere considerato un pari: era pur sempre una entità di altre dimensioni e luoghi con una vita lunga da non poter essere calcolata da noi mortali.

«Capiamoci: sono qui solo perché state lanciando delle infamanti, e false, accuse verso il Maestro del Mattino, e visto che lo conosco abbastanza bene da sapere che non accetterebbe, mai, di lasciare il suo lavoro a qualcun altro, mi domando perché insistiate con questa farsa. Allora ditemi chi davvero ha lanciato questa accusa?» La sua era una domanda che non permetteva fughe dialettiche: aveva fatto una domanda e pretendeva una risposta. «E dunque? Da chi arriva l’accusa, sebbene sia praticamente eterno, non ho tempo da perdere per queste facezie.» Il consiglio era chiaramente in difficoltà: attaccare la Creatura delle Colline era un suicidio annunciato, non rispondergli era un’offesa che rischiavo di portare conseguenze estreme, e non c’era modo per loro, come per nessun altro, di mascherarsi dietro una bugia. Non avevano altra possibilità di essere sinceri con lui. Alla fine cedettero alla pressione che la Creatura delle Colline stava ponendo loro, credo anche fisicamente, visto che continuavano a muoversi chiaramente a disagio per qualcosa di fisico.

«Øystein è il suo nome» disse mestamente il primo dei cinque. «Ahh, l’allievo del maestro di Skarsvåg quindi è il delatore. Fatelo venire qui, ora!» Chiaramente quella della Creatura delle Colline non era una cortese richiesta, ma un imperativo ordine al quale, peraltro, i venerabili procedettero subito. Passarono pochi ma interminabili minuti, prima che  Øystein arrivasse, trafelato dalla corsa, a rispondere alla convocazione del consiglio. Appena mi vide si contrasse, aveva capito solo ora cosa il consiglio volesse da lui. Ed avendolo di schiena di fronte a lui, non aveva riconosciuto assolutamente chi fosse l’altra persona in saio al mio fianco.

«Vieni Øystein, raccontami come sai e cosa è successo al Maestro del Mattino, che tanto ti ha sconvolto da chiedere una revisione del suo titolo. Per inciso, quale è il tuoi titolo?» Disse la Creatura delle Colline con un tono di voce mellifluo abbastanza da far cadere in inganno Øystein che pensava di avere a che fare con un mago qualsiasi. Gonfiando al petto e tenendo ben alta la testa Øystein rispose incautamente: «cosa so il consiglio già lo sa, e per altro ho già portato le prove che il Maestro del Mattino si aiutare continuamente dalla creatura delle colline, quando non addirittura fa fare a lui quelli che sarebbero i suoi compiti.» Temevo che la Creatura delle Colline lo avrebbe smembrato e lanciato i pezzi del suo corpo li, sul momento senza pensarci nemmeno un istante, invece rispose sempre con tono veemente, quasi a dare l’impressione che fosse un umano che chiedeva per favore. «E che prove hai portato Øystein di Skarsvåg, a suffragio delle tue accuse?» Øystein confuso, visto che ancora non vedeva di fronte il mite personaggio in saio si rivolse al consiglio «Venerabili, perché devo rispondere alla domande di questo mortale?»

Il consiglio questa volta fu quello a temere l’ira della Creatura delle Colline, ma quest’ultima continuava ad impersonare il mite mortale, almeno per il momento. «Rispondi alle domande che ti vengono poste, come se ti fossero poste da noi stessi.» Lo intimo il quinto dei cinque; «ed in fretta e con accuratezza!» Aggiunse il primo dei cinque a rimarcare l’importanza e l’urgenza della questione. Øystein tentò di difendersi: «Mi era stato garantito l’anonimato dal consiglio, perché sono qui di fronte all’accusato?» Fu troppo: la Creatura delle Colline perse la pazienza: «d’accordo piccolo insulso mago, visto che non vuoi parlare, prenderò le informazioni che mi servono da solo.» L’intero consiglio implorò all’unisono: «No, ti prego non così» ma fu troppo tardi: la Creatura delle Colline aveva già aggredito mentalmente Øystein, il quale, all’apparenza era diventato una marionetta trattenuta a peso morto da degli invisibili fili. Dopo qualche secondo Øystein comincia ad urlare disperatamente frasi sconnesse: «Non volevo  farlo», «il maestri mi ha costretto quando ha deciso di dare la Lama nera degli Spiriti in custodia al Maestro del Mattino», «non è stato difficile creare le illusioni come prove», «la Lama nera degli Spiriti spetta a me ed a me soltanto, come allievo del maestro di Skarsvåg». All’improvviso smise di urlare e si afflosciò su se stesso. Vivo ma senza forze nemmeno per stare in piedi.

«Allora signori…» iniziò la Creatura delle Colline, «mi pare ovvio che siete caduti tutti in una cospirazione da quattro soldi nei confronti del Maestro del Mattino. Mi domando questo consiglio se sia ancora degno di stare al suo posto: un consiglio che accetta delle prove, senza verificare nemmeno se siano veritiere o false, non merita nemmeno il titolo di consiglio. Credo farò quattro chiacchiere con il Consiglio dei Nove: decideranno loro della vostra sorte: fosse per me sareste rimossi immediatamente e sostituiti senza alcuna pena per voi.» Il terzo dei cinque tento vanamente una difesa di qualche tipo: «come potevano immaginare che un primo allievo arrivasse a tanto: non era mai successo.» «Vero è che non risulta dagli annali» iniziò la Creatura delle Colline, ma è altrettanto vero che i vostri predecessori si sono sempre spesi per verificare tutte le informazioni prima di avviare un provvedimento di revisione. Voi non ve ne siete minimamente preoccupati. State su quegli scranni da troppo tempo secondo me: un cambiamento fare solo bene a questa comunità.»

«Parli come se il Consiglio dei Nove, avesse già decretato al nostra revisione;» tentò il secondo dei cinque, che però fu interrotto bruscamente dalla Creatura delle Colline: «Io non ho parlato di revisione, ma di sostituzione immediata, e consiglierò caldamente che il Maestro del Mattino sia messo a capo del nuovo consiglio.» Sapevo che la parte della mia inclusione, nel nuovo consiglio, era stato espresso solo per sminuirli e rimarcare il loro errore, ma sapevo anche che la Creatura delle Colline era a conoscenza della mia contrarietà a partecipare a consigli, cerchie o altre strutture del genere: se ne era già parlato in passato e più volte anche.

«Ora mi aspetto che al Maestro del Mattino vengano porte le scuse più sincere, prima che mi avvii, con Øystein, a raggiungere il Consiglio dei Nove.» Il consiglio sapeva di avere le ore contate, se un essere come la Creatura delle Colline avesse richiesto la loro rimozione, non si sarebbe nemmeno perso tempo con una revisione del loro operato. Se il Consiglio dei Nove avesse deciso in quel senso, sarebbero stati rimossi di punto in bianco e sostituiti senza le abituali elezioni: avrebbero creato un consiglio locale con 5 nuovi stregoni da loro selezionati, che reggessero il consiglio sino alla sua naturale scadenza, tra venti cinque anni.

Iniziò il primo dei cinque, seguito dagli altri, a proferire scuse formali e confermando, alla Creatura delle Colline, che si sarebbero conformati alla decisione dei Consiglio dei Nove, qualunque fosse stata. Non che avessero scelta in merito: la parola del Consiglio dei Nove era legge, per chiunque fosse parte del mondo della pagina, di qualsiasi razza, etnia, sesso, potere o posizione. La Creatura delle Colline sembrò soddisfatto delle scuse ed intimò al consiglio di non sciogliere il raduno sino al suo rientro. Chiaramente il consiglio acconsentì alla sua richiesta, come se avessero avuto scelta! «Maestro del Mattino tu vieni con noi, o preferisci ritirarti a casa tua?» Sapeva benissimo che avrei evitato di andare al Consiglio dei Nove in tutti i modi: già mal sopportavo il consiglio locale, figuriamoci quello dei Nove!! «Ti ringrazio, Signore, ma se la mia presenza non è più richiesta, preferirei tornare a casa, quando il raduno sarà sciolto ovviamente, se non sarà possibile prima.» «Tu puoi rientrare subito: solo il consiglio e gli altri del raduno devono restare. I primi per accettare le decisioni del Consiglio dei Nove, i secondi per essere testimoni di come la consuetudine alla propria posizione possa portare ad abbassare gli standard di un consiglio locale.»

Chiaramente non era intenzione della Creatura delle Colline mollare l’osso prima di aver fatto fare la figura degli stolti a tutti e cinque in componenti del consiglio, per fortuna mi aveva esonerato dal presenziare da una così penosa situazione, ma per quieto vivere appena se ne andò chiesi conferma al consiglio dei cinque s davvero potevo rientrare senza attendere lo scioglimento del raduno. «Ormai tutte le regole sono state sovvertite, in questa occasione, va in pace Maestro del Mattino, torna alla tua casa.» Rispose cercando di darsi un tono il terzo dei cinque; così mi avviai verso l’albergo per preparare, le mie poche cose, nel mio ormai logoro zaino da viaggio.

All’arrivo in albergo incrociai Pedro, un giovane stregone andaluso: «Allora, siamo quasi al momento dei saluti.» Mi disse in un buon inglese. «Per me è già il tempo, amico mio: il consiglio mi manda via subito con un compito da svolgere, per loro, nella mia terra.» La cosa non sorprese il mio ispanico collega: era piuttosto normale, alla fine di questi incontri, che diversi rientrassero a casa con in carichi di diverse natura richieste dal consiglio dei cinque. «Fa buon viaggio allora.» Mi rispose Pedro mentre raggiungeva altri stregoni in sala intenti a sorseggiare non so che bevanda locale. Come previsto dall’organizzazione del viaggio mandare un sms ad un numero convenuto prima di salire in camera. Quando scesi un ragazzo del posto era già all’ingresso ad attendermi per riportarmi ad Honningsvåg, dove avrei preso un aereo per Oslo e da li, finalmente, verso casa. Chiaramente arrivato ad Oslo non trovai un aereo diretto e visto gli orari folli che avrei dovuto fare decisi di dormire li. Presi la mattina successiva un volo Ryanair in partenza alle 10 e sarei arrivato verso le 12.30, sebbene molte recensioni parlavano di ritardo cronico di minimo 30 minuti per quel volo. Piuttosto dei voli pomeridiani, per esempio partenza alle 18 ed arrivo l’indomani alle 7 di mattino, un ritardo anche di 45minuti andava benissimo!!

Arrivai all’aeroporto di Orio al Serio  12:55, nemmeno male: meno della mezzora prevista dalle recensioni. Arrivai a casa intorno le 16,30. Entrai in casa, gettai lo zaino in ingresso e cercai subito il caldo abbraccio del mio amato divano gettandomici a pesce morto. Era strano: quel divano, sebbene era stato comprato usato, e dallo stile doveva essere moooolto usato, era di un comodo senza precedenti, in fatto di divani. Tanto fu che un po’ il viaggio, un po’ la tensione della discussione con il consiglio, piombai in un sonno ristoratore quasi immediatamente.

La pendola suonò le 23 ed un po’ i rintocchi di quelle campane tubolari, un po’ il peso di Temistocle comodamente accoccolato sulla mia pancia, mi svegliai del tutto. Mi mi si a lisciare il pelo al gatto che in risposta comincio a fare le fusa molto sonoramente. «Ti sei divertito mentre ero via? Hai fatto la guardia? Cacciato tutti i topolini?» Temistocle mi guardava con quei profondi occhi verdi, ma era come se mi dicesse che non gliene poteva fregare di meno di tutto quello che stessi dicendo: l’importante era che non smettessi di carezzarlo! Non durò a lungo: Temistocle drizzò le orecchie mentre arrivava il mio coinquilino, ma restò comunque  dove era, sperando che continuassi a coccolarlo, cosa che feci. «Presto presto, sta arrivando, ricomponiti!!» Aveva un tono decisamente nevrastenico: e visto che si era comportato in quel modo solo in altre specifiche situazioni capii subito di chi parlava. «D’accordo arriva, arriva e allora? Devo stendere il tappeto rosso? Accendere mazzi di salvia ed incenso e far arrivare un coro?» Lo dissi volutamente con un tono scherzoso, ma non c’era verso quando la Creatura delle Colline veniva a trovarmi a casa il mio ospite dava di matto: era chiaro che lo temeva, ma forse più che temerlo lo riveriva. Attesi che Temistocle scappasse via: a lui la Creatura delle Colline non piaceva di sicuro, e nemmeno 10 secondi dopo si alzò di scatto saltando sulla mia pancia dove atterrò sulle 4 zampe con la gobba ed il pelo irto. Lo ringraziai mentalmente visto il dolore degli artigli conficcati nella mia pelle. Temistocle non mi diede bado e schizzò su in soffitta. Chissà se era una sua credenza o davvero, per qualche motivo, la Creatura delle Colline non poteva entrare in soffitta, prima o poi magari glielo avrei chiesto.

«Salute Maestro del Mattino,» si palesò la Creatura delle Colline, «Salute a te Signore. Già concluso il tutto?» Rise e fragorosamente. La prima cosa che gli chiesi, a quel punto fu: «Øystein è arrivato vivo al Consiglio dei Nove, vero?» «Certo che si!» mi rispose con un tono, falsamente, indignato «cosa credevi che me lo sarei mangiato per strada?» Mi domandò con lo steso tono. Ma io ero ancora preoccupato. «Ed e ancora vivo, Øystein?» Chiesi ancora in pensiero all’idea della decisione del Consiglio dei Nove. «Si, si, sta tranquillo il tuo mortale è vivo.» Mortale? Che diamine gli avevano fatto. «Come mortale? Era il primo, ed unico, allievo del Maestro di Skarsvåg!?» «Hai detto bene, Maestro del Mattino, era!! Ms il suo comportamento è state giudicato fortemente offensivo rispetto alla vita di uno stregone, per cui gli hanno tolto ogni potere, e reso di nuovo mortale. D’altronde non credo preferisse l’alternativa…» Mi disse la Creatura delle Colline mentre io mi domandavo che diamone di peggio potevano essersi immaginati come alternativa, ma la Creatura delle Colline non aveva terminato: «e a tal proposito…» continuò, mentre mi prendeva un nodo allo stomaco, «questi, per adesso, sono tuoi» disse mentre sul grande tavolo rotondo iniziarono a comparire diversi volumi, oggetti, ed attrezzi vari.

«Immagino fossero del Maestro di Skarsvåg dissi laconicamente.» «Già: sono tuoi finché non sarà preparato un nuovo maestro per Skarsvåg. Quando sarò pronto, ed accolto nella comunità, glieli farai riavere: non volevi certo che tutto il suo materiale andasse perso vero??» Ovvio che non lo avrei mai voluto «Potevate lasciarli in custodia al Consiglio o riposti nell’eremo del maestro di Skarsvåg a questo punto, perché darli a me?» Ero seriamente preoccupato per quello che stava per arrivare come risposta. «Stai tranquillo Maestro del Mattino, non ci sono riusciti. Ci hanno provato a rifilare a te il controllo della zona polare europea, ma mi sono opposto. Visto come il consiglio si è dimostrato stolto, ho, quando è stato chiesto il mio parere, detto semplicemente che un po’ di azione sul campo forse avrebbe giovato al consiglio. Così il Consiglio dei Nove ha decretato che sino alla maturità del  nuovo maestro di Skarsvåg, il consiglio userà l’eremo del compianto maestro di Skarsvåg, come sede operativa e…» pausa volutamente teatrale,  «si preoccuperà di provvedere alle necessita della zona polare europea, di fatti sostituendo il maestro di Skarsvåg.» Il suo tono era raggiante, come di uno scienziato che avesse scoperto la cura definitiva dei tumori. Questi aspetti, a volte così umani, nella Creatura delle Colline mi spaventavano!

«Ma di Øystein, alla fine, che ne è stato?» Domandai visto che al momento della sua entrata nella comunità, magica, era stato cancellato il suo ricordo a tutto il parentado ed amici. «É un umano ormai, cosa vuoi che me ne interessi??» Non riuscivo ad immaginarmi, di colpo tornato mortale, in un mondo senza alcun collegamento affettivo o amicale. Quel poveretto se la sarebbe vista sicuramente male i primi tempi. «Tranquillo Maestro del Mattino, ho provveduto personalmente a ripristinare i ricordi della famiglia. Loro ricordano solo che a diciotto anni è partito a lavorare in nave ed è tornato ora per cambiare vita e restare a terra. Il mortale ha accettato la questione.» Ed avrei voluto ben vedere che non la accettasse: almeno aveva una famiglia da cui tornare e ricominciare, anche se il sapere di uno e più universi a fianco a lui e non poterli più toccare vedere, interagirci, sarebbe stato piuttosto traumatico.

Alla fin, fine se l’era cercata Øystein: io di certo non volevo la Lama nera degli Spiriti in eredità, e se il maestro di Skarsvåg decise in questo modo, doveva aver pensato che Øystein o non fosse pronto o, forse, non lo sarebbe mai stato.


Capitolo precedente: I Vampiri Non Esistono!!


 

Cap. 16 – I Vampiri Non Esistono!!!!

Ma altro si aggira dopo il tramonto nelle nostre città.

Un gargoyle, sopra La cattedrale di Notre-Dame di Parigi, che osserva un tramonto sulla città

by Pedro Lastra on Unsplash


Stavo cenando e, distrattamente, ascoltavo le notizie del telegiornale locale quando qualcosa attirò la mia attenzione: «Altro caso di giovane trovato in forte stato confusionale nella periferia della città.» Il servizio riportava che, come nei casi precedenti, il ragazzo non sapeva spiegare cosa gli fosse accaduto. Fatti gli esami del caso, le forze dell’ordine avevano escluso che il ragazzo fosse sotto l’effetto di qualsiasi tipo di droga o psicofarmaco. Infine i medici, come nei casi precedenti, non riuscivano a spiegare l’amnesia che coinvolgeva i ricordi degli ultimi 2/3 giorni.

Una notizia come tante, ma per qualche motivo aveva attirato la mia attenzione e non riuscivo a capire perché lì per lì: sembrava uno dei tanti casi di cronaca locale, più o meno strana d’accordo, ma nulla di più. Eppure la mente continuava a portarmi lì: un motivo doveva esserci, e lo sapevo, per esperienza, che quando il mio cervello si focalizzava da solo su qualcosa, un motivo, alla fine, c’era sempre. Aspettai la replica del servizio e presi nota del nome e cognome del ragazzo, presi il telefono e chiamai un mio contatto al comando dei Carabinieri della mia città: «Ciao Mauro, sono io» dall’altra parte non ci fu alcuna sorpresa nel tono, pur non sentendoci da molto tempo; «mi serve un’informazione: la lista, con relativi indirizzi e telefoni, di tutti i ragazzi inclusi in quella lista di gente trovata a vagare senza ricordi. Se riesci anche le loro cartelle cliniche, in particolare gli esami del sangue.» non ci fu curiosità nel tono della risposta: «Appena ho tutto, ti richiamo io. Ciao.»

La mancanza di curiosità non era poi tanto strana: Mauro mi aveva visto all’opera, salvando sua sorella da una maledizione lanciatale da una fattucchiera locale, che lo faceva per soldi. Non solo avevo liberato la sorella di Mauro, ma avevo anche fatto i modo che la fattucchiera non si azzardasse mai più a fare cose del genere. Alla visione della sorella liberata da quel maleficio, con gli effetti immediati fisici su di lei, Mauro mi disse solo: «Non so chi tu sia, ne voglio indagare in questo senso, ma se avrai bisogno, in futuro, per aiutare qualcuno, in qualunque modo possa esserti di aiuto, devi solo chiamarmi e farò tuto quello che sarà in mio potere per farlo.» E così da quel giorno, quando mi servivano informazioni, Mauro sapeva che gliele chiedevo perché stavo aiutando qualcuno, come avevo fatto per la sorella, e mi procurava quello che gli era umanamente possibile trovare senza pormi domande.

Il giorno dopo, durante la pausa pranzo mi arrivò un messaggio sul cellulare da Mauro con un breve, ma sufficientemente chiaro, messaggio: «Fatto.» Voleva dire che aveva spedito ad una caselle anonima, che gli avevo creato, il materiale che avevo chiesto: benedetta tecnologia!!! Chiamai il capo e gli dissi che mi prendevo il pomeriggio di permesso, capì che non glielo stavo chiedendo, ma acconsentì, così mi diressi velocemente verso casa ed appena arrivato, mi misi al computer. Avviai le procedure di sicurezza per leggere quella mail: vero era che l’avevo creata per proteggere Mauro dall’essere rintracciato, ma perché lasciare tracce mie, su quella casella, quando potevo evitare di farlo?

La mail non aveva, ovviamente alcun testo, solo una lunga serie di allegati, quasi tutti in formato pdf; ma i nomi dei file erano auto esplicativi, del tipo ‘01012015 – Nome Cognome’ così potevo leggerli nell’ordine temporale corretto.

I ragazzi coinvolti erano sette, e le date erano tutte a distanza di sette giorni esatti. Quindi questa cosa stava accadendo da quasi due mesi, con cadenza settimanale precisa. Il che già escludeva la casualità negli episodi. Qualunque fosse l’origine, era una situazione studiata con cadenza, studiata o necessaria, settimanalmente. Scorsi in nomi e le rispettive età dei ragazzi e venne fuori che 5 erano ragazzi e 2 ragazze e che l’età variava dai 17 ai 21 anni. Quindi riguardava giovani, per lo più studenti. Controllai gli indirizzi: nessuno della stessa zona, quindi non scelti a caso, altrimenti su sette, almeno due, avrebbero potuto essere, statisticamente, di zone vicine ed invece era come se qualcuno/qualcosa cercasse di non attirare l’attenzione, solo che con me non aveva funzionato: aveva attirato la mia attenzione, eccome. A dire il vero dal verbale, sull’ultimo ragazzo ritrovato, anche agli investigatori non erano sfuggite, né le date, né le età; quindi anche loro stavano iniziando a cercare qualcosa di più specifico, sebbene l’amnesia dei ragazzi rendeva molto complicato ottenere informazioni.

Cercai, nella lista, qualcuno che abitasse dall’altra parte della città: non volevo incrociare qualcuno che magari mi riconoscesse per strada perché del quartiere. C’era un ragazzo, diciottenne, che abitava nella zona ovest, proprio quella opposta alla mia, della città. Si chiamava Dario, studente al liceo, niente infrazioni o note dei carabinieri. Mi segnai l’indirizzo e uscii a prendere la macchina, dirigendomi verso quella zona della città. Adesso restava il problema di come avvicinarlo, valicando la barriera che, quasi sicuramente, la famiglia aveva innalzato intorno al giovanotto, per proteggerlo dal clamore mediatico del suo caso, ed anche in virtù del fatto che l’amnesia lo rendeva comunque debole psicologicamente.

Psicologicamente… ummm buona idea!!! Avevo un piano, tra l’altro richiedeva l’aiuto di Mauro, così lo chiami al cellulare spiegandogli la mia idea. Un qualsiasi altro carabiniere mi avrebbe dato del matto, ma visto che fu la stessa cosa che feci con sua sorella, capì che poteva  funzionare. «D’accordo: li chiamo subito;» fu il suo solo commento. D’altronde avvisare la famiglia che stava arrivando uno psicologo, del tribunale, era una buona idea, salvo che contrariamente al caso di Mauro non avrei dovuto fare il giochetto che avevo fatto, con lui, di mostrare una tessera di una biblioteca spacciandola per una tessera di altro tipo per poter parlare con la ragazza. Chiaro avevo fatto un incantesimo di distrazione prima sul documento, così che Mauro non stesse a guardarlo con troppa attenzione.

Il mio piano funzionò: mi accolsero in casa senza fare problemi, dando per scontato che visto la situazione di amnesia, uno psicologo era giustificato. Chiesi di lasciarmi parlare con Dario da solo «capite, per metterlo più a suo agio.» I genitori non trovarono nulla di strano in questa mia richiesta, per cui uscirono dalla stanza del ragazzo, lasciandomi solo con lui. «Allora Dario, te lo avranno già chiesto, ma sono costretto a chiedertelo nuovamente: non ricordi proprio nulla di quel pomeriggio dopo che sei uscito dal bari vicino alla scuola?» Apparentemente la domanda non gli fece nessun effetto, ma tenendo d’occhio la sua aura notai, immediatamente, un alone oscuro avvolgerlo, come ad impedirgli di dare il giusto peso alla mia domanda. Avevo ragione: c’era qualcosa che non andava e non era un caso ordinario, ma qualcosa di occulto che interagiva con Dario. «No, ricordo di aver terminato le lezioni, di essere andato al bar con gli amici, abbiamo bevuto una coca, scambiato alcuni appunti e poi sono uscito per tornare a casa, ma da quando sono uscito in strada, dal bar, non riesco a ricordare più nulla sino al momento in cui, ricordo, un carabiniere in divisa che mi chiedeva come mi chiamavo e se stavo bene.» 

Quindi qualunque cosa fosse successa era accaduta fuori di casa. Questo complicava la questione perché il ventaglio di possibilità, appena fuori dalle mura domestiche, aumentavano esponenzialmente. Al bar c’era una pletora di amici, di conoscenti e di compagno di classe. Fuori dal bar ci poteva essere chiunque. «Hai mai partecipato ad una sessione di ipnosi Dario?» Gli chiesi a bruciapelo. Di nuovo lui mi rispose con tranquillità che non l’aveva mai fatto. «Ti spiacerebbe se ti ipnotizzassi così da vedere se riusciamo a ripescare i ricordi in qualche maniera indiretta?» L’aura riprese un colore oscuro, forse ancora più scuro di prima. Forse ci stavo arrivando: sembrava che qualcuno, o qualcosa, non volesse che arrivassi a quei ricordi. Gli spiegai la procedura dell’ipnosi tradizionale, non avvisandolo che invece avrei usato la metodologia veloce: più aggressiva, ma più efficace nell’impedire di mascherare i ricordi inconsciamente. Eravamo in piedi a fianco al suo letto, senza preavviso gli presi la testa tra le mani appoggiando i pollici nella zona tra le sopracciglia, e cambiai tattica, invece dell’ipnosi gli feci un incantesimo di rivelazione. Lo feci sdraiare sul suo letto e domandai cosa si ricordava tra il momento in cui era uscito dal bar e il momento in cui i ricordi svanivano. L’aura si fece rosso intenso cercando di frenare l’incantesimo, ma chi stava operando non era li con noi, per cui avevo il vantaggio di poter imprimere maggiore potenza al mio, così da averla vinta. E così fu: Dario mi descrisse l’azione di aprire la porta del bar per uscire, e la sensazione che qualcuno lo stesse osservando. Era solo una sensazione, ma la ricordava solo ora, per quello non ne aveva parlato con i carabinieri. «Ma alla fine Dario, hai visto chi era che ti osservava?» Dario ebbe un brivido, e la voce era un sussurro: «era come… non so spiegarlo… non era li davvero, era qualcosa che mi girava attorno.» A quel punto iniziò ad agitarsi toccandosi la nuca, si agitava sempre di più iniziando a fare rumore: dovevo calmarlo o i genitori sarebbero piombati nella stanza per vedere che stesse succedendo. Lo presi per mano chiedendo di descrivermi cosa stesse vedendo: la risposta mi fece raggelare il sangue nelle vene. «Un’ombra scura attaccata alla mia nuca. Sento come se l’energia mi venisse prosciugata, sono sempre più debole, mi gira tutto intorno, non riesco più a stare in piedi.» Capii che era troppo agitato, a quel punto, ed io avevo sentito abbastanza per capire quello che c’era da capire. Ruppi l’incantesimo e Dario si rilassò immediatamente disteso sul letto piombando in un sonno ristoratore di cui aveva sicuramente bisogno.

Uscii dalla stanza spiegando ai genitori che avevamo fatto una sessione di ipnosi e che adesso il ragazzo si stava riposando un po’ e che era meglio lasciarlo dormire qualche ora. Mi chiesero ovviamente cosa avessi ottenuto e mi piangeva il cuore dover mentire loro, ma non potevano sapere la verità per cui spiegai loro che l’amnesia era più profonda di quanto non si pensasse inizialmente per cui, al momento non era possibile raggiungere i suoi ricordi. «Forse, un giorno, ricompariranno, forse mai; è difficile dirlo. Per quanto sappiamo del cervello umano, e ne sappiamo ancora così poco.» Mentii fingendo rammarico. «Però sono certo che non è un amnesia difensiva: vostro figlio non ha cancellato i ricordi perché troppo negativi, probabilmente ha subito un colpo o una scarica elettrica.» Anche questo sarà difficile da capire nel breve periodo. «Ma state tranquilli» mentii spudoratamente «il cervello è un organo prodigioso, quando si tratta di memoria, prima o poi quei ricordi salteranno fuori statene quasi tranquilli.» Fecero un sospiro di sollievo, specialmente la madre, e mi ringraziarono per l’aiuto dato al povero Dario. Me ne andai il più in fretta possibile: mi sentivo a disagio nel dover raccontare tutte quelle fandonie, ma dovevo proteggere, oltre a Dario, anche loro, dalla verità.

Avevo visto in casa oggetti che indicavano chiaramente una famiglia religiosa e praticante: non potevo mettermi a parlare di entità oscure che vivono dell’energia degli umani, sottraendola  per qualità e potenza, ai più giovani, ma cancellando loro, al contempo, la memoria di ciò che era successo. Dario era stato prosciugato. Nella mia città si stava aggirando un prosciugatore!! Erano anni che nella nostra zona non se ne sentiva parlare più. Si credeva si fossero trasferiti al nord, cibandosi di persone che vivono in zone isolate, così che fosse più difficile rendersi conto di cosa stavano facendo. Che diamine era venuto a fare nella mia città un prosciugatore???

Gli umani, avendo incrociato molte volte, nella storia, questi soggetti, avevano inventato la leggenda dei vampiri: soggetti sovrannaturali cattivi, per lo più, che popolavano romanzi e produzioni cinematografiche di più o meno buona qualità. L’essere umano ha sempre fatto così: quando incontra qualcosa che non capisce, ci crea qualcosa sopra, che possa dare una spiegazione, per quanto romanzata, del fatto. Era successo con i vampiri, i mannari e tante altre figure usate per vendere romanzi, che poco avevano a che fare con la realtà dei fatti.

I prosciugatori esistevano da quando esisteva la magia, almeno dai rapporti riportati dalle antiche cronache, sembrando quasi una conseguenza della magia stessa. Come dico sempre, non esiste la magia bianca o quella nera: è l’uso che se ne fa, a renderla di un tipo o dell’altro. Come i personaggi romanzati, creati dai mortali, un prosciugatore aveva come unico metodo di sostentamento l’energia degli altri. Fortunatamente non con la cadenza che regola la fame dell’essere umano: un prosciugatore poteva sopravvivere bene cibandosi circa una volta al mese, e questo mi rendeva più complicato capire perché gli attacchi adesso avessero una cadenza settimanale. Le due supposizioni principali che feci erano: la prima, che un prosciugatore, per qualche motivo, avesse bisogno di cibarsi più frequentemente degli altri componenti della sua specie; la seconda, e questa mi spaventava di più, era che non ci fosse solo un prosciugatore in circolazione, ma più di loro che, nel vano tentativo di non farsi notare, si cibavano alternandosi, senza però rendersi conto che la cadenza settimanale, per qualunque persona conoscesse la loro esistenza, era un indizio rilevatore della loro presenza.

Mentre pensavo a tutte queste cose, il mio cervello mi stava guidando in collina: avevo bisogno di confrontarmi con la Creatura delle Colline su questa faccenda: la sua età lo rendeva un’enciclopedia vivente, si fa per dire vivente, sulle arti occulte, per cui sicuramente, in qualche modo, poteva essermi di aiuto. Una volta raggiunto il solito parcheggio, feci giusto in tempo a spegnere il motore che mi raggiunse: «che fai qui in pieno giorno Maestro del Mattino? Non è nostra consuetudine incontrarci alla luce del sole!!» Dal tono di voce non era arrabbiato o offeso, ma sembrava sinceramente preoccupato per questa visita fuori dagli orari canonici dei nostri frequenti incontri.

«Questa città, al momento, ha un grosso problema;» iniziai senza i soliti saluti cerimoniali, «uno o più prosciugatori si stanno aggirando e nutrendo da circa due mesi, e solo ora ne vengo a conoscenza.»

«Ne sei certo, Maestro del Mattino? Sono stati dispersi all’estremo nord e sud molto tempo fa e da allora non si sono  più fatti vedere a queste parti.» Gli trasmisi i miei ricordi dell’incontro con Dario, e tutti i dati che Mauro mi aveva procurato così da sveltire la discussione. «Beh si, da quanto mi dici sembrerebbe proprio l’opera di uno o più prosciugatori, non c’è dubbio!» Mi rispose la Creatura delle Colline con un tono che potrei addirittura dire allarmato, cosa decisamente strana per lui. «Quindi come pensi di intervenire Maestro del Mattino?» Faceva presto lui a chiedere un piano, dopo appena trenta minuti che avevo scoperto la cosa, e solo dopo che lui stesso mi aveva dato conferma dei miei sospetti.

«Non lo so ancora Signore: devo capire se prima capire quanti siano, oppure prima cercare dove si nascondano, sempre che si nascondano: ricordo di aver letto che ai tempi in cui vivevano tra noi, spesso nemmeno si nascondevano, ma vivevano tra i mortali come se fossero umani loro stessi.»

«É vero, Maestro del Mattino» mi rispose la Creatura delle Colline, «ma ricorda quanta energia richiede loro tenere una apparenza umana: non possono farlo a tempo indeterminato o finiranno per consumare tutte le loro riserve di energia, e sai benissimo cosa succede, contrariamente ai mortali, quando essi non hanno più forze.» La Creatura delle Colline si riferiva al fatto che un prosciugatore poteva immagazzinare, molta energia, ma contrariamente agli umani, quando scendevano sotto una certa soglia di riserva, andavano in letargo in attesa di momenti migliori per cacciare. Se poi, per qualsiasi motivo, un prosciugatore ignorava il fatto di entrare in riserva di energia, poteva morire se consumava tutta quella che gli restava. Di solito entravano in letargo quando restava loro energia a sufficienza per un solo attacco, così da poter essere certi di sopravvivere al loro risveglio. Contrariamente allo stato di letargo animale il loro era cosciente: potevano sentire quello che accadeva intorno a loro, sebbene entro certi limiti, per cui se qualcuno li scopriva in quello stato, diventava automaticamente la preda ideale costringendoli al risveglio, immediato e non progressivo, come capita agli animali come gli orsi.

A differenza della loro controparte romanzata, non avevano necessità particolari per un posto dove ibernarsi: andava bene una grotta, come una cantina o un appartamento. Inoltre non avevano problemi con il sole, per cui erano liberi di aggirarsi in qualunque orario del giorno o della notte: altra complicazione per chiunque dava loro la caccia. Inoltre uccidere un prosciugatore non era cosa facile, che io sapessi non c’erano notizie che qualcuno ci fosse mai riuscito. Teoricamente l’unico modo era costringerli ad usare tutta la loro energia fino a consumarsi da soli. Chi li cacciava, in passato, di solito preferiva costringerli al letargo, usando poi un incantesimo affinché non potessero più svegliarsi. Questo rendeva il nostro mondo un serbatoio, quasi inesauribile, di corpi di prosciugatori, disposti per tutto il globo, in stato di ibernazione dalla quale, chi conoscesse la giusta magia, poteva risvegliarli.

Questa cosa rendeva possibile una situazione preoccupante: qualcuno poteva pensare di crearsi un proprio esercito, o quanto meno squadra della morte, di prosciugatori risvegliati: chi liberava un prosciugatore diventava loro padrone, sino al momento in cui morisse o li lasciasse volutamente liberi. Ultima cosa non corrispondente alle loro controparti romanzate, era che non potevano generare un loro discendente. I vampiri di Bram Stoker possono creare una progenie mordendo un umano e donando alla vittima il proprio sangue. Per i prosciugatori questo non era vero. Una persona nasceva con quel gene dormiente, che si svegliava appena terminata la pubertà. Chiaramente quale fosse quel gene mutato e perché si attivava solo in un momento specifico della propria crescita, non era mai stato soggetto di studio da parte di medici, visto che, di certo, i prosciugatori non andavano in giro a farsi pubblicità.

Quindi: o ero in presenza di uno prosciugatore giovane, nel senso di questa generazione, oppure, caso peggiore, qualcuno aveva destato un prosciugatore, sopravvivendogli e quindi avendolo in suo poter per fargli fare quello che gli pareva; e questa era una cosa che dovevo scoprire, quanto prima, perché le due possibilità davano vita a due scenari completamente diversi da affrontare.

Decisi di chiedere aiuto tramite la divinazione, di solito ottenevo buoni risultati attraverso diverse metodologie: I Ching, tarocchi, rune, fondi di caffè… dipendeva molto da cosa mi spingeva a chiedere aiuto ed a cosa, in quel momento, l’istinto mi portava a scegliere. Decisi di usare le rune perché il metodo delle sette rune cadeva a fagiolo: con sette rune si vedono gli avvenimenti accaduti nel passato e ciò che avverrà nel futuro. Il futuro non è altro, in fondo, che la reazione ad una azione fatta in precedenza. Ad azione corrisponde sempre una reazione. Vanno lette in questo modo: la prima e seconda indicano una questione, la terza e quarta quarta sono i  fattori del passato che ne sono la causa mentre, la quinta e sesta sesta, sono rune di avviso, che ci aiutano a modificare le cose sulle quali si deve intervenire. La settima runa ci da, poi, il risultato. In base a quanto si apprende sappiamo come ci dobbiamo muovere. 

Stesi un panno di tessuto nero sulla solita pietra che usavo come altare durante i riti, presi il sacchetto delle rune e lo agitai a lungo mentre pensavo alla situazione. Estrassi sette rune disponendole in modo di averne due per riga e la settima da sola: mi risultava più facile così leggerle per quello che erano, senza che la runa a fianco della seconda, quarta o sesta mi disturbassero la lettura delle stesse.

Le prime due mi confermarono che avevo a che fare con un prosciugatore, è questo era già qualcosa: se avessi sbagliato tutto sin dall’inizio sarebbe stato imbarazzante!! La terza e quarta runa, erano a faccia in giù: quindi non c’erano legami con il passato. Era un nuovo prosciugatore. Cosa buona anche questa: non aveva avuto ancora tempo per poter accumulare troppa conoscenza magica, ne esperienza nel nascondersi, essendo la sua prima caccia. La terza riga, o meglio la quinta e sesta runa, furono quelle che mi piacquero meno di tutto il lancio: Fehu con Ehiwaz. La prima confermava l’evoluzione, ossia che la cosa non si sarebbe fermata per scelta sua, mentre Ehiwaz confermava che non era stato ‘resuscitato’ ossia svegliato per sbaglio o volutamente: quindi era un nuovo nato.

A rendere la divinazione ancora meno consolante, l’ultima runa era neutra: non indicava ne vittoria ne sconfitta. Grazie mille!!!

Con queste nuove informazioni decisi di verificare di nuovo i dati avuti da Mauro, per capire se queste vittime avessero qualcosa, in comune, che li legasse: palestra, biblioteca, bar, discoteca o qualunque cosa che potesse darmi un’idea di dove trovare il prosciugatore all’opera. Sfortunatamente le informazioni erano tutte in documenti PDF, non un archivio in cui sarebbe stato molto più veloce fare ricerche incrociate, ma dovevo accontentarmi: già Mauro rischiava, molto, a farmi avere quelle informazioni, anche come semplici documenti digitali, di certo non potevo lamentarmi con lui perché non mi forniva i dati in modo più facile per me da usare.

Così decisi di fare io l’archivio. Mi ci vollero un paio di ore per creare un database e caricare tutti i dati che avevo dei ragazzi. A quel punto cominciai a fare ricerca, sia semplici che incrociate, ed alla fine saltò fuori quello che cercavo: un bar. Era un bar in centro, guardando la vetrina tramite Streets di Google non era un locale particolare, ma un bar come migliaia in città.

Il giorno successivo era sabato, così ne approfittai per andare al bar per vedere che aria tirava, con la scusa di fare colazione. Appena arrivato davanti l’ingresso non ebbi alcun sentore di stranezze: una comune vetrina con un’apertura per vendere gelati d’estate, un banco lungo quasi quanto la profondità del bar stesso. Niente odori di alcolici, quindi li dentro non se ne vendevano tanti, e non mi stupiva visto che sembrava il classico bar da studenti, come ce n’erano a decine intorno la zona universitaria.

Fu appena entrato che scattarono parte delle mie protezioni; stranamente erano quelle a protezione fisica. Quindi avevano individuato qualcosa/qualcuno che poteva attaccarmi fisicamente, il che visto chi stavo cercando, non era affatto strano. Purtroppo erano le 9 di mattina, di un sabato, per cui c’erano pochi avventori. Per non dare troppo nell’occhio feci un incantesimo di distrazione: la gente mi avrebbe visto si, ma non avrebbe fatto caso a me salvo non avessi interagito con loro direttamente, per il resto avrebbero avuto la sensazione di vedermi, ma se qualcuno avesse chiesto loro come ero, come apparivo, non sarebbero stati in grado di dirlo. Era un incantesimo molto comodo, quando si indagava in locali frequentati da molti avventori e non si volevano lasciare tracce della propria indagine.

Chiamai da parte il barista, che scoprii essere anche il titolare: un ragazzo sui 35 anni, alto, piuttosto in carne, carnagione giallognola, tipica dell’esposizione alle lampade solari, e capelli nero corvo, ad indicare una qualche goccia di sangue meridionale. Apersi la cartelletta che avevo con me e gli chiesi se conosceva uno, o più, dei ragazzi nelle foto che gli stavo mostrando.

Praticamente riconobbe tutti, aveva ricordi più vividi dei ragazzi, cosa normale, visto che tendono ad interagire di più con il barista, rispetto alle ragazze, ma di quest’ultime aveva ricordi più vividi perché chiaramente le aveva studiate bene, visto che tutto sommato erano ragazze carine. Mi disse anche che ultimamente alcuni non si vedevano più, ma non ci aveva fatto caso più di tanto, perché essendo zona universitaria un sacco di ragazzi lasciavano i corsi, per i più svariati motivi, e quindi sparivano dalla circolazione di punto in bianco. Di uno però ricordava che gli mancava poco ad arrivare alla laurea triennale, e che si in quel caso gli era parso strano che avesse mollato e fosse, conseguentemente, sparito dalla circolazione.

Per il resto no sapeva dirmi molto: non ricordava, ovviamente, che facoltà frequentassero, a che anno fossero, in compenso ricordava molto bene le loro ordinazioni abituali, il che ci stava, visto che era il suo mestiere. Stavo per chiedergli se avesse notato qualcuno che fosse in contatto con tuti loro e solo con loro, ma mi resi conto che la domanda era troppo azzardata. Me lo immaginavo alle 8 di mattina con 100/150 ragazzi stipati nel locale e di certo non badava alle interazioni sociali che i ragazzi avevano in corso; non valeva la pena nemmeno di provarci. 

Ma fu allora che al barista venne in mente una fatto che, secondo lui, meritava di essere riportato: «sai come sono i ragazzi di oggi, ormai pare siano tutti interessati solo al sesso e non importa se con ragazzi o ragazze» anticipò, come a dirmi di non sorprendermi per quello che stava per dirmi. «In effetti c’e’ stato un ragazzo che inizialmente faceva il filo ad una di quelle due ragazze» continuò indicando la cartelletta che gli avevo mostrato prima, «nulla di strano: qui dentro se non stai attento te li trovi a fare sesso nei bagni!! Ci ho fatto caso quando la settimana dopo, invece ha iniziato a provarci con uno dei ragazzi li sopra;» sempre indicando la cartelletta. «Non che io ci faccia caso se siano gay, etero o bsx, però guardandolo all’opera mi son detto che sti benedetti ragazzi proprio non si fanno mancare nulla!!» Era chiaro che non voleva essere tacciato per bigotto che ce l’avesse con i gay o i bsx o con i semplici dudes, ma la cosa personalmente proprio non mi interessava in quel momento. «E come è andata a finire col ragazzo della settimana dopo?» Lo incalzai, sperando che il suo improvviso ritorno di memoria fosse più parco di particolari. «Beh me lo ricordo bene: non è un bel ragazzo nel senso classico: alto molto magro, carnagione quasi bianca, biondo con occhi verdi molto intensi.» In effetti la descrizione calzava a pennello: a parte rari casi si prosciugatori erano tuti biondi o rossi di capelli e con una carnagione molto chiara dovuto un po’ al foto tipo, un po’ al fatto che tendevano a vivere più all’ombra o al buio: era piuttosto raro che si muovessero di giorno per ovvi motivi: cacciare di giorno era molto più complicato che non farlo all’imbrunire, o al buio della notte. «Comunque come ebbe fortuna con la ragazza, ne ha avuto anche con lui: mi ricordo che sono andati via insieme già dalla prima volta, e non erano di certo diretti verso le facoltà!!» Concluse sogghignando, come a dire «ci siamo capiti vero, su dove andavano e a fare cosa!!»

Il poveretto non immaginava invece, a che fato, sia la ragazza che il ragazzo, fossero andati incontro. Avendo a che fare con un nuovo nato era di per se già una cosa molto poco probabile che sarebbero sopravvissuti al primo attacco, e le cronache non facevano che darmi ragione. I prosciugatori appena nati non sanno controllare la loro fame di energia per cui sono avidi, aggressivi e convinti che nessuno possa fermarli… poveri illusi. Chi sopravviveva al primo anno nella nuova condizione di prosciugatore, in quell’anno aveva imparato chi fossero i suoi nemici naturali e che fuggire era una costante per il loro modo di vivere. Dovevano passare la maggior parte del loro tempo a cacciare ed a preparare diversi posti in cui ibernarsi quando serviva: era un impegno a tempo pieno. Era raro che un prosciugatore avesse una vita sociale o facesse grandi quantità di denaro in alcun modo. C’erano pochi casi di prosciugatori noti, non per quello che erano, ma perché erano risusciti ad avere successo in qualche attività lavorativa, spacciandosi per innocui, verso chi li cacciava. La loro fonte di cibo diventava allora, ufficialmente, un qualche animale che comunque non si prosciugava a morte per non arrecare danno al contadino che lo possedeva, e perché, anche, poteva tornare utile in una seconda occasione.

Ma in realtà erano pochi i prosciugatori che davvero facevano una vita ordinaria, con lavoro, spese da pagare e tutto quello che di solito comporta, ad un adulto, il vivere quotidiano. Erano pochi, ma ce n’erano di noti; se non altro perché avendo accettato di fare quel tipo di vita si erano fatti trovare da chi doveva e si facevano tenere costantemente d’occhio così da dimostrare che non erano un pericolo per i mortali.

Sapevo di uno che viveva in una città ad un centinaio di chilometri da me, e chissà come stava vivendo il fatto che, qualcuno appena nato, gli stava rovinando la zona, cacciando senza farsi problemi. Ringraziai il barista, lasciandogli il mio biglietto di vista: «Se dovessi rivederlo, chiamami subito, a qualunque ora succeda» gli dissi infilando il biglietto da visita in una banconota: «se me lo farai trovare ce ne saranno altre.» Il barista fece cenno di aver capito ed intascò banconota e biglietto cercando di non farsi vedere dai pochi clienti che erano presenti nel locale.

Me ne tornai a casa, pensando al modo in cui stava cacciando il nuovo nato: sicuramente era tipico di prosciugatori giovani, cacciare senza farsi problemi, di giorno, in mezzo alla gente. La sensazione di onnipotenza che avevano quando si cibavano gli faceva percepire un falso senso di impunità, e questo era spesso ciò che li condannava ad una ibernazione infinita. «Se vengo su adesso ti trovo?» Lanciai la richiesta verso la Creatura delle Colline in attesa di una improbabile risposta: raramente accettava contatti di giorno. «Si, Maestro del Mattino per oggi mi troverai, se vieni adesso.»

Diressi la macchina verso le colline, a est della città, e raggiunsi il solito punto di incontro; parcheggiai l’auto e mi diressi nel boschetto ignorando completamente tutti gli sportivi del pomeriggio che correvano, chi ansimando come un mantice perché fuori forma, chi  a testa alta e petto in fuori per dimostrare quanto in forma fosse, sebbene a venderli tanto in forma non sembravano!! Altri più umanamente in compagnia, chiacchierando con chi li accompagnava, in quel percorso pomeridiano che procurava stanchezza e fatica. Appena nel profondo del boschetto la Creatura delle Colline si fece viva: «di nuovo così fuori dai nostri abituali orari?». «Sapevi del prosciugatore vero?» Gli disse senza tanti preamboli. «Beh è ormai più di un mese che circola: se ne avevi sentore potevi avvisarmi, avremmo evitato qualche vittima, visto che ormai siamo arrivati a sette umani prosciugati, tre dei quali  oltre il limite del ritorno.» Di norma un prosciugatore non assimilava del tutto le sue prede, sempre nell’ottica di poterne riutilizzare come fonte di cibo in un eventuale futuro. Ma i nuovi nati non sapevano controllarsi e spesso andavano oltre quello che viene definito punto di non ritorno. Questo comportava che la vittima non si sarebbe svegliata con un’amnesia di qualche giorno, ma in condizioni quasi vegetative. Dipendeva da quanto a fondo era andato il prosciugatore nel cibarsi. Diciamo che da un limite della scala c’era un giovane apparentemente affetto da Alzheimer a stadio avanzato, dall’altra c’era un giovane ormai in stato vegetativo, per per altro non era più nemmeno buono come cibo per un prosciugatore!!

«Vuoi forse dire che è un nuovo nato, oppure è un succube?» Si riferiva al fatto che spingersi sino a rovinare la preda poteva essere o un nuovo nato o qualcuno svegliato e divenuto succube di chi l’aveva destato e costretto ad attaccare umani a discrezione del suo nuovo padrone. Era già successo in passato che malavitosi di grosso calibro avendo saputo della loro esistenza ne avevano approfittato per eliminare propri concorrenti in modo pulito, ossia non incriminabile, visto che non restavano mai segni di violenza fisica sulla preda. Solo chi era addentro la magia sapeva cosa fosse un prosciugatore, come operava e quale era la sua firma su una preda.

Dai dati che sono riuscito ad ottenere direi, quasi sicuramente, un nuovo nato: non si controlla, caccia di giorno, in mezzo alla gente, e si ciba, sempre di giorno. Nemmeno un succube maturo agirebbe con tanta stupidità!»

«Concordo Maestro del Mattino, quindi abbiamo un nuovo nato fuori controllo che gira per la nostra città.» Questo parlare al plurale mi lasciava spiazzato. Di norma la Creatura delle Colline parlava della sua città, di avere — non abbiamo — un problema. Insomma, nel bene e nel male, non condivideva le situazioni, mentre ora lo stava facendo. Cos’era questa novità dalla Creatura delle Colline??? Mi interruppe nelle mie considerazioni sul suo strano modo di fare: «Allora. Come pensi di risolvere la questione Maestro del Mattino? Sai che va risolta, ed in fretta o qualche altro umano ci andrà di mezzo!» Avevo sentito un tono di urgenza nel suo parlare? Oggi la Creatura delle Colline stava diventando una fonte di sorprese continue: mai negli anni, da quando lo avevo conosciuto, si era mostrato con esigenze urgenti da soddisfare, mentre questa caccia sembrava preoccuparlo. «Posso chiederle, signore, come mai questa urgenza, a parte l’ovvia necessità di evitare altre vittime umane?» Silenzio… al solito… ancora non riuscivo a capire quando lo facesse per darsi un tono o quando, invece, realmente stava pensando a cose sue, che non intendeva condividere con me, quanto meno al momento. «Sette mortali assaliti nella mia città, senza che io me ne accorgessi è già grave, che poi debba intervenire tu, Maestro del Mattino, quando potrei aver risolto questa cosa sul nascere, mi turba.» Non riuscivo a capire: molte altre volte lui mi aveva dato le imbeccate per fare il mio lavoro, e non se ne era mai lamentato, perché all’improvviso si rimproverava di aver perso tempo nell’intervenire? Davvero qualcosa lo stava turbando, ma vista la situazione non feci domande: sapevo, per esperienza, che se avesse voluto condividere suoi pensieri con me lo avrebbe fatto quando, secondo lui, sarebbe stato il momento giusto; per cui mi riconcentrai sul problema del prosciugatore.

«Ho una descrizione approssimativa, ma è troppo generica: si potrebbe applicare a 95% dei nuovi nati.» Gli dissi come rinfrescandomi a voce alta i dati che avevo. «Solo due ragazze colpite mentre 5 sono i ragazzi. Ah per di più pare che cacci sempre nella stessa zona: un bar della zona universitaria ed in pieno giorno, come ti dicevo prima.»

«Decisamente è un nuovo nato per essere così sfrontato: quando lo avrai localizzato quale delle due opzioni sceglierai?» Si riferiva al fatto che ai nuovi nati, spesso si dava una seconda possibilità. Il fatto di essere nuovi nati, se lo diventavano senza un mentore, era come accusare un cucciolo di felino di aver giocato con la propria preda. Senza mentore, un nuovo nato, non sapeva come comportarsi e, sopratutto, non sapeva che non viveva più in un tempo in cui certi atteggiamenti, come quello da predatore, erano accettabili. Nel nostro secolo erano facilmente rintracciabili e fortemente punibili, da noi maghi. «Non credo gli darò una seconda possibilità Signore, ha già colpito troppe volte, e due di troppo: a fondo rendendo quei due poveretti dei gusci vuoti.» Mi riferivo ai due poveretti che non si sarebbero mai più ripresi perché il prosciugatore non si era fermato in tempo durante il suo pasto. «Concordo: nemmeno se fosse un succube avrebbe scusanti in effetti.» Si riferiva al fatto che nonostante il forte legame che l’essere succube ha di chi lo avesse svegliato, un prosciugatore poteva fare uno sforzo estremo a liberarsi del proprio carceriere, cibandosene: era vero che serviva una forza di volontà sovrumana per riuscirci, ma se davvero lo avesse voluto avrebbe potuto farlo.

«Quindi questa parte è già decisa: quando lo troverò andrà ibernato per sempre.» La Creatura delle Colline sbottò: «ahh voi mortali, con il vostro desiderio di non uccidere.» Si lamentava spesso di questa cosa: in certi casi, secondo lui, la troppa clemenza, e quindi usare punizioni che non fossero la morte, era una forma di debolezza, che prima o poi avremmo pagata cara. «Sa come la penso Signore: se un prosciugatore eccede, allora lo iberno a tempo indeterminato. Non ha senso ucciderlo.» La Creatura delle Colline era chiaramente infastidita da questo mio atteggiamento. «Non capisco perché lasciarlo in sospensione temporanea, sebbene a tempo indeterminato: devi aggiungerci la fatica di trovare un posto dove non venga scovato per errore o per volontà. Inoltre devi vegliare che qualche maghetto, da quattro soldi, non cerchi di risvegliarlo, perché sappiamo bene se lo fa, perché lo fa!!» Aveva ragione da certi punti di vista: nemmeno a me piaceva l’idea di un deposito di prosciugatori praticamente infinito, sempre disponibile per chi sapesse dove cercarli, oltre alla fatica a trovare sempre posti nuovi per metterli a risposo: nessun mago si sarebbe sognato di metterne più di uno nello stesso posto. Se qualcuno sapesse come svegliarli, e ne trovasse diversi in un solo posto, avrebbe un esercito personale a disposizione; già ai tempi dell’inquisizione era successo ed era certo che non si voleva che la cosa si ripetesse!! In ogni caso mi era stato insegnato ad uccidere solo in casi in cui non era possibile fare altrimenti ed io così mi comportavo, fintantoché era possibile.

«Non voglio stare qui a discuterne, Signore, conosciamo entrambi le posizioni dell’altro, in questa faccenda, e sappiamo, inoltre, che nessuno dei due è disposto a rivedere la propria strategia in merito, per cui la trovo una discussione inutile.» Cercai di tagliare corto: non ero pronto per un confronto filosofico sulla differenza tra mettere in ibernazione per sempre ed uccidere, con la Creatura delle Colline: non ne sarebbe venuto fuori nulla di buono, compreso il fatto che avremmo fatto mattino, al solito, ed io avevo bisogno di esser fresco e riposato per affrontare il mio avversario che, per quanto riprovevole in quanto essere, non era certo una creatura da sottovalutare!!

Passarono diversi giorno prima che il barista mi chiamasse, ed io già con un permesso in bianco pronto, schizzai al parcheggio, lasciando il lavoro sui due piedi, per arrivare al bar il prima possibile. Ci misi non più di 15 minuti, che però mi sembrarono un’eternità. Sapevo che le probabilità che sparisse in così poco tempo, visto l’ora, era scarsa: era l’orario di termine lezioni in facoltà, e gli studenti erano soliti fermarsi un po’ al bar per commentare la giornata, scambiarsi gli appunti ed altre amenità simili. Parcheggiai alla meno peggio facendomi una ragione del fatto che avrei preso quasi sicuramente una multa, ma non potevo farmi scappare l’occasione di incrociare il mio avversario. Mentre mi incamminavo verso la porta del bar invocai un incantesimo di distrazione, almeno la maggior parte dei presenti non avrebbe fatto caso a me, più difficile che avesse effetto sul prosciugatore: erano piuttosto resistenti a magie ed incantesimi, specialmente se si usavano sui loro sensi di molto, ma molto, più sopraffini di quelli di un comune mortale: non per niente erano dei predatori orami.

Varcai la soglia del bar, dirigendomi verso il bancone, ma sentivo già la presenza del prosciugatore: la sua aura, in quanto una commistione di auree diverse, assorbite delle sue prede, era un caleidoscopio di colori invece di averne uno dominante con qualche sfumatura, come accade di solito alle persone normali. «É quello alto, in fondo, vicino alla vetrina?» Chiesi al barista senza nemmeno salutare. «Si, ma allora sapevi chi era!!» Disse con quasi tono di «lo sapevo io che non me la raccontavi giusta!!» «No» gli risposi seccamente, «ma è l’unico che corrisponde alla descrizione che mi hai fatto l’altra volta. Tieni questi sono per te: una promessa va mantenuta.» E gli allungai, sotto banco, un paio di banconote come ringraziamento per una semplice telefonata. Nel frammentare il barista, forse calatosi troppo nel personaggio, mi porse un caffè: «il suo caffè, signore.» Sarebbe anche stata una buona cosa, se il suo tono di voce non fosse stato troppo alto e troppo tremulo, per cui anche un asino avrebbe capito che stava recitando. Evitai di voltarmi, per non mettere in allarme la mia preda, già: le parti si erano invertite, ed un prosciugatore non è a suo agio nella posizione della preda. 

Il locale era troppo pieno per poter agire: troppi incantesimi di amnesia da fare dopo, per cui presi il mio caffè e mi sedetti ad un tavolino, fuori dal locale, con un quotidiano in mano, recuperato da un altro tavolo libero: «questi universitari un quotidiano non lo leggono nemmeno se li paghi, soldi sprecati caro mio.» Pensai riferendomi al barista, ma a me veniva comodo, così sembrava che stessi leggendo. Ogni tanto giravo un paio di pagine, così da farmi vedere concentrato sulla lettura, ma non perdevo di vista il prosciugatore, che dopo la sceneggiata del caffè sembrava essersi rilassato, evidentemente facendo il, grave, errore di non considerarmi una minaccia. 

Lo vidi avvicinarsi ad una ragazza: non molto alta, con dei bei capelli biondi lunghi, raccolti in una treccia, che doveva aver richiesto almeno un’ora ad essere acconciata, visto che nemmeno la punta di un capello sembrava fuori posto. Lei aveva un Loden classicamente verde, delle calze nere e delle ballerina in tinta con le calze. Pessima scelta per le scarpe, visto la sua altezza. Lui ci mise ovviamente poco o nulla a metterla a suo agio: come i protagonisti della loro versione romanzata, ma per motivi diversi, riuscivano a far mettere a proprio agio chiunque volessero, diventandone in fretta molto amici; ma non era un potere magico, era solo un’altra arma del loro letale arsenale che potevano usare per cacciare: ormoni! Producendone a proprio piacimento sia adatti a farsi accettare come persona di fiducia, che per imprimere terrore nelle per persone farle allontanare. D’altronde era pur sempre un predatore, e come tale, madre natura, gli aveva dato i mezzi per cacciare. Dopo una mezzora in cui le risate di lei erano sempre più frequenti, come anche i suoi sorrisi, successe quello che temevo: lei scrisse un numero, che dalle cifre da cui era composto era chiaramente un numero di un cellulare. Lui prontamente, ma con calma, estrasse il propio cellulare e registrò subito il numero appena ricevuto. Prevedevo, che a questo punto, visto che aveva ottenuto quello che voleva, al massimo lui l’avrebbe lasciata entro una decina di minuti: non aveva senso per lui restare in un posto così affollato una volta ottenuto quello che voleva, ne poteva ripetere l’operazione con un’altra preda, fintantoché quella, già abbordata, non lasciasse il locale, ma la ragazza bassa, dai biondi capelli, non sembrava averne minimamente l’intenzione, al momento. Si mise un giubbetto di pelle addosso ed uscì dal locale. A questo punto ogni bravo investigatore avrebbe lasciato il tavolino e lo avrebbe pedinato: e sarebbe stata una pessima mossa! In quanto predatore, era capace di percepire chi lo inseguisse anche a distanze piuttosto alte. Per cui chiesi al barista dove era il bagno, mi ci chiusi dentro e lanciai il corpo astrale alla caccia del prosciugatore. 

Pur usando il corpo astrale dovevo stare attento: il prosciugatore era in grado di sentirsi seguito più dall’intenzione che dal fisico che lo seguiva, per cui restai ad una quota tale da pensare, quanto meno, di essere fuori dal suo radar, ed in effetti pareva che ci stessi riuscendo: girovagò un po’ a casaccio, per le strade strette del centro, ma sapevo che non era li che abitava in quanto fare un lungo giro, con improvvise deviazioni, e lunghe soste davanti a vetrine da usare come specchi, era solo un’abitudine, per controllare di non essere pedinato anche se il loro sesto senso non li avvisava di un tale pericolo; era quella la vita di un prosciugatore di giorno: sempre all’erta, sempre teso, mai un attimo di rilassamento. Dopo una mezzora di girare a vuoto, puntò deciso verso l’uscita del centro e raggiunse una zona periferica dove salì su una Renault 5 grigia e si diresse, questa volta ne ero certo, verso la sua destinazione reale. Mentre lo seguivo dall’alto mi stava venendo da ridere: puntava diretto verso le colline, appena fuori dalla città, ed in effetti raggiunto un punto isolato, con uno spazio per lasciare la macchina, non vista dalla strada principale, proseguì a piedi per circa un chilometro e si infilò in una grotta naturale sparendo alla mia vista. Avrei potuto fare un giro dentro la grotta, ma c’era pur sempre il rischio che mi percepisse, per cui evitai di farlo e rientrai fulmineamente nel mio corpo, ancora nel bagno del bar. Fortunatamente il barista aveva capito che stavo facendo qualcosa collegato all’indagine, visto che non uscivo da li da un bel po’, ed aveva messo un cartello ‘Fuori Servizio’ fuori dalla porta. Raggiunsi il banco, gli allungai un’altra banconota per la gentilezza del cartello e lo salutai. «Non serve che mi richiami se ricompare: ormai so dove sta, e probabilmente non lo vedrai più da queste parti;» dissi mentre varcavo la porta uscendo, così da non lasciargli il tempo di fare domande.

Montai in macchina, ma ero troppo divertito alla sola idea della reazione della Creatura delle Colline, alla notizia che aveva preso alloggio sul una delle ‘sue’ colline, mi faceva piegare dal ridere. Dall’altra non ridevo per il prosciugatore: se avesse saputo che cosa stava rischiando, sarebbe partito di gran carriera, senza più fare ritorno in questa zona. Fu così che mi venne l’idea di come liberarmi del prosciugatore!! O avvisavo la Creatura delle Colline, che lo avrebbe dissolto una volta per tutte, o dicevo al prosciugatore dove aveva preso dimora e che la Creatura delle Colline lo stava cerando. Sarebbe partito di corsa, ma in realtà cosi non avrei risolto il problema: lo avrei solo rifilato a qualcun altro, in un altra regione. No: dovevo provvedere come si doveva, ma il fatto che il prosciugatore dimorava sul territorio della Creatura delle Colline comunque mi dava un vantaggio, che avrei usato sicuramente per evitare uno scontro diretto.

Arrivato a casa mi feci una doccia mi rilassai un po’ sulla poltrona pensando al da farsi. Cominciò ad imbrunire, quindi era tempo di muoversi. Presi la macchina e andai su in collina, lasciai la macchina accanto a quella del prosciugatore, che non aveva avuto una gran bella idea a parcheggiarla li: troppo lontano per sentire se qualcuno ci avesse ronzato intorno. Ripercorsi il sentiero, appena visibile sull’erba, visto durante il giorno ed arrivai davanti alla grotta. All’apparenza una grotta come altre che si possono trovare in questa zona, salvo che dava rifugio ad una creatura pericolosa, sfuggente, potente e senza empatia. 

Presi fiato per calmarmi totalmente mentre mi mettevo comodo seduto per terra dentro un cerchio di protezione che avevo appena iscritto. «Prosciugatore presentati al Maestro del Mattino che ti convoca!» Non volevo avesse dubbi sul fatto che fossi certo di batterlo anche qui, nel suo territorio.

Nessuno uscì dall’anfratto, ma sapevo che era dentro e lo sentivo diventare teso e aggressivo. «Non te lo ripeterò una terza volta prosciugatore: esci o vengo a prenderti!» Stavo bluffando: non sapevo che tipo di trappole mistiche o fisiche avesse attrezzato all’ingresso, o all’interno della grotta, e non ci tenevo nemmeno a scoprirlo. Evidentemente ero stato sufficientemente intimidatorio, perché il ragazzo si presentò di fronte a me, sebbene con fare sprezzate e pronto a saltarmi al cervelletto. «Facile presentarti come Maestro del Mattino, ma chi mi dice che lo sei davvero? Potesti essere un mortale, in quel caso saresti la mia cena senza scampo!» Immaginavo ci avrebbe provato. «Prova a toccarmi, se sei convito che questo non ti arrechi danno prosciugatore, ma fossi in te starei piuttosto attento nel farlo;» gli risposi senza tono di sfida: non stavo cercando un confronto fisico.  Fece uno scatto in avanti, che un occhio umano non avrebbe nemmeno percepito, per poi volare indietro mentre la sfera generato dal cerchio di protezione ululava nel colpirlo al contatto. «Ti avevo avvisato prosciugatore… adesso sei certo che sono chi dico di essere». 

Il ragazzo per nulla stranito si guardava i palmi delle mani ustionate guarire mentre attingeva all’energia vitale della sua ultima preda. «E non pensare nemmeno di squagliartela, c’e’ un cerchio più esteso che circonda il tuo nascondiglio, certo se vuoi verificare anche quello fai pure» gli dissi con un ghigno sulle labbra. Sapeva che se l’avesse fatto ed io avessi detto il vero avrebbe dovuto attingere ad altra energia, restandone in debito, se doveva confrontarsi con me fisicamente. «Allora che vuoi Maestro del Mattino? Mi hai catturato, ed ora? Mi ucciderai?» Stava cercando di prendere tempo, sapeva benissimo come sarebbe finita, se non fosse uscito da quell’impasse. Solo non sapeva cosa prevedeva il mio piano su di lui. 

«Non ho nessuna intenzione, ne guadagno nell’ucciderti, e poi dovresti saperlo che non sono io da chi devi guardarti per la morte, noi stregoni non uccidiamo se non siamo costretti e tu, ragazzo mio, non sei nella condizione di costringermi a farlo.» Vedevo le sue spalle che aumentavano il ritmo che seguiva la sua respirazione: stava aumentando. Davvero era così stupido da tentare un altro attacco? Sembrava di si: il linguaggio, da predatore, del corpo indicava che stava per scattare. «Il tuo errore è stato scegliere il posto sbagliato per dimorare: queste terre sono in uso alla Creatura delle Colline, sai bene a chi mi riferisco.» Tutta la boria e la rabbia si spensero come se qualcuno avesse azionato un interruttore. Si immobilizzò e comincio a scrutare intorno a noi come se cercasse qualcosa o qualcuno. «Tranquillo: ancora non sa che hai messo casa sulle sue colline, ma se vuoi lo chiamo per metterlo a conoscenza della cosa.» Il prosciugatore sbiancò sapeva che per quanto veloce non poteva esserlo più della Creatura delle Colline, e che quest’ultimo non avrebbe sprecato magia né tempo per lanciare un incantesimo che gli impedisse di svegliarsi dal suo sonno ristoratore. Fra me e la Creatura delle Colline la seconda era decisamente la peggiore delle due situazioni, visto poi che non aveva una via di scampo in quel momento, essendo bloccato da due barriere mistiche.

«Non puoi darmi in pasto a quella belva: mi strapperà le carni di dosso e poi si disseterà con il mio sangue prima di concludere il pasto mangiandomi l’anima!! Tu sei il Maestro del Mattino: non puoi permettere che mi faccia una cosa del genere.» Lo guardai, dritto negli occhi, mentre mi alzavo stando bene attendo a non oltrepassare il cerchio di protezione. «Chi sono io, per dire alla Creatura delle Colline cosa può o non può fare. Io se non fai il bravo, al limite lo informerò che hai preso residenza a casa sua, e poi deciderà lui che fare; e stai pur sicuro che io non sarò presente perché, come hai ben detto io non permetterei mai una cosa del genere, ma cercare di fermare la Creatura delle Colline vorrebbe dire morire… e se permetti tra te e me.. meglio che muoia tu.»

Gli lasciai il tempo di metabolizzare quanto detto: doveva capire che l’unica soluzione, per non morire, era accettare l’ibernazione a tempo indeterminato. Il ragazzo, ormai un pallido ricordo di quell’animale cacciatore che era, si guardava intorno nervoso, sapeva che unica soluzione aveva, ma non gli piaceva: era appena sorto, ed era già ora per lui di calare nel buio, probabilmente eterno, del sonno riparatore; solo che, questa volta, sapeva che le possibilità che si svegliasse erano meno che minime. «Decidi tu il tuo destino, prosciugatore.» Dissi con calma, ma con l’intenzione di aumentare la pressione psicologica al massimo possibile; «io posso anche andarmene senza quello che voglio, ma da quel momento sai che non sarà ‘ma’ sarà solo ‘quando’ che la Creatura delle Colline ti troverà e giocherà con te prima di ucciderti.»

Ormai il prosciugatore aveva capito che non aveva scampo se voleva restare vivo, sebbene come un animale ibernato a tempo indeterminato. «E sia Maestro del Mattino, hai vinto: mi ibernerò e poi potrai fare il tuo maledetto incantesimo che mi inchioderà qui per l’eternità.» Sospirai, come a fargli capire che non avrei voluto dire, quello che stavo per dire «non così in fretta prosciugatore: prima devi fare una cosa per me, sempre che tu voglia evitare di confrontarti con la Creatura delle Colline…» il mio piano prevedeva, prima di ibernarlo, che restituisse, almeno quel tanto che bastasse dell’energia alle due vittime che erano li in ospedale per colpa sua, per permettere loro di riprendersi; ci sarebbe voluto un po’ di tempo, ma alla fine i ragazzi si sarebbero ripresi del tutto. Immaginavo che si sarebbe opposto, farlo voleva dire entrare in ibernazione con il minimo di energie in corpo, e quindi facilmente attaccabile al suo, se mai fosse accaduto, risveglio. Per un attimo rividi nei suoi occhi l’immagine del predatore bloccato in un angolo, pronto a balzarmi al cervelletto per rendermi un corpo vuoto, ma durò solo un attimo. Il prosciugatore si rese conto che la mia era pur sempre un’offerta che prevedeva di poter rivivere un giorno, forse. L’alternativa non prevedeva in alcun modo, il ritorno dal suo sonno ristoratore. Sapendo che il suo corpo astrale non aveva alcuna possibilità contro il mio, allenato da anni di battaglie simulate e reali, gli dissi: «fai uscire il tuo corpo astrale e seguimi, andiamo a sistemare questa pietosa faccenda.» Non fece obiezioni, ne tentò di attaccarmi o sfuggirmi una volta in forma astrale entrambi: sapeva che non c’era storia in quelle condizioni e che comunque potevo rientrare nel mio e distruggere il suo corpo, e se pure fosse riuscito a sfuggirmi, la Creatura delle Colline non si sarebbe fermata finché non lo avesse trovato!!

Raggiungemmo in primo dei due ragazzi, ed il suo elettroencefalogramma riprese a dare segnali di attività del cervello. Gli infermieri quasi gridavano al miracolo, mentre ci allontanavamo per raggiunger la sua seconda vittima. Stessa scena: energia restituita, cervello rimesso in attività. Tornammo sulla collina. «Altro?» Mi chiese il prosciugatore con tono quasi di sfottò, «vuoi che mi decapiti da solo? Perché a questo punto sono circa nella stessa situazione.» Sapevo che voleva dire: con il mimino di energie in corpo, una volta addormentato, al risveglio, se mai ci sarebbe stato, non avrebbe avuto la forza di prevalere sul suo inconsapevole ‘benefattore’, che nel peggiore dei casi lo avrebbe reso succube per una intera vita umana. «Non frignare,» gli risposi «sarai pur sempre vivo e con una piccolissima possibilità di svegliarti ancora, e dovresti ringraziarmi: la Creatura delle Colline non sarebbe così benevola con te, e lo sai!!» Il prosciugatore sapeva che avevo ragione per cui entrò nella sua grotta di distese e iniziò il processo di ibernazione. Attesi con calma finché non sentii più il suo cuore battere. Sapevo che in realtà avrebbe continuato a battere, una volta ogni ventiquattro ore, ma lo sapevo io, e lo sapeva lui. Chi l’avesse trovato, se l’avesse mai trovato, non lo avrebbe saputo, ed avrebbe pensato di aver trovato un cadavere. La fortuna di chi lo avrebbe trovato, sarebbe stata che il cadavere che era stato lasciato li da me senza energie sufficienti per assalirlo appena sveglio e renderlo un bozzolo vuoto.

Mi avvicinai con attenzione al corpo del prosciugatore, era spaventosamente grigiastro, ma stavo attento al suo cuore, che non iniziasse ad aumentare nuovamente il ritmo, per cercare di attaccarmi all’improvviso. Sarebbe stato anomalo che con le poche forze rimaste, potesse scattare da ibernato a operativo in un secondo come potevano fare normalmente, ma era meglio evitare insalubri sorprese: lo stavo comunque condannando ad un sonno eterno senza morte come fuga, per cui un tentativo disperato poteva sempre tentarlo.

Feci diversi incantesimi su di lui: primo quello per impedirgli di svegliarsi spontaneamente, secondo uno di distrazione, nel caso lo avesse visto qualcuno non si sarebbe reso conto di averlo visto, salvo non ci inciampasse sopra. Ne feci anche uno di distrazione all’ingresso della grotta, per essere certi che nessuno lo trovasse per caso.

«Potevi anche darlo a me: visto come lo hai conciato è praticamente spacciato.» Mi tuonò nella testa. Ovviamente la Creatura delle Colline aveva seguito tutta la faccenda. «Sappi che ti ho permesso di gestire la cosa, a modo tuo, solo perché lo hai trovato per primo. Se l’avessi trovato io, quello schifoso, sarebbe già in pezzi a fare da concime per la valle!!»

«Ed io ti ringrazio, Signore, di avermi permesso di preservare una vita, sebbene in questo modo così definitivo.» Non ero contento di averla avuta vinta: era vivo, questo lo sapevo, ma era peggio che essere morto tutto sommato. Sapevo che durante l’ibernazione i prosciugatori erano vagamente coscienti di quello che accadeva loro attorno. Non riuscivo a pensare ad una eternità in quello stato, ma in grado di percepire cosa accade intorno a te. «Da quanto sapevi che eravamo qui?» Chiesi alla Creatura delle Colline. «Da quando hai creato il primo cerchio di protezione: davvero credevi di nasconderti a me?» Il tono era davvero incredulo, non di presa in giro come al suo solito. «No, assolutamente: sapevo che mi avresti sentito appena mi fossi messo all’opera, ma ho sperato che avendo iniziato io a gestire la cosa mi avresti lasciato finire, nonostante lui avesse preso dimora a casa tua.»

Non mi stavo scusando: gli stavo spiegando davvero come la pensavo, quando avevo deciso di seguire quel piano. E la Creatura delle Colline lo capì, tanto che cambiò argomento: «fossi in te, Maestro del Mattino, andrei a vedere come stanno quei due ragazzi, dovrai supportarli con la magia i primi giorni, lo sai vero?» Si riferiva al fatto che sebbene avessero recuperato la loro energia, la magia poteva rendere la loro ripresa fisica, e mentale, molto più rapida, e tutto sommato mi pareva giusto: era stata la magia a conciarli in quello stato, che fosse la magia ad aiutarli ad uscirne!

«Bene» aggiunsi, raggiunta la macchina, «vado a vedere come stanno i ragazzi, magari torno più tardi e facciamo quattro chiacchiere.» Nessuna risposta: al solito se n’era già andato. Che elemento la Creatura delle Colline!!


Capitolo Precedente: L’Attacco di Aamon


 

Cap. 15 – L’attacco di Aamon

 

Una immagine medioevale del demone Aamon

 

 

Era un pomeriggio uggioso di novembre, seduto sul divano con una coperta sulle gambe, stavo leggendo un romanzo di fantasia. Ero in uno di quei periodi, che io classifico di lettura piena. Sono sempre stato così per la lettura, quella generica, chiaramente volumi o tomi per il lavoro li leggevo sempre tutti e subito studiandoli a fondo. Mentre per la lettura tradizionale andavo a periodi: in alcuni non riuscivo a prendere un libro in mano ed a finire la prima pagina, in altri periodi, invece, divoravo romanzi da 4/600 pagine in una sola sessione, anche se comportava iniziare al mattino e terminare alle 4 del mattino. 

Essendo in un periodo divora libro, ero totalmente immerso in un libro di fantascienza titolato il Signore della Svastica. Periodo post apocalittico, con presenza di umani mutati dalle radiazioni, ed una sparuta minoranza di umani ancora puri; insomma un bel fantasy, che nulla aveva a che fare con la Germania o il tanto odiato Adolf, nonostante il titolo.

Ero totalmente immerso nella lettura, immaginandomi le forme di questi umani mutati, descritti piuttosto bene, devo dire, quando ebbi un sobbalzo involontario: gli amanti di Guerre Stellari avrebbero citato la famosa frase: «Ho sentito un tremito nella forza!» In effetti avevo sentito qualcosa di davvero grosso muoversi nel area intorno a me, non che fosse tanto strano di per se, ma la violenza con cui era successo, era quello che mi aveva fatto saltare. A confermare che qualcosa era successo Temistocle arrivò al galoppo, cosa di per se già strana per un gatto, salì sul divano, pretendendo di infilarsi sotto la coperta che mi avvolgeva le gambe. Lo feci accomodare accarezzandolo per cercare di calmarlo, ma non iniziò, come faceva di solito, a fare le fusa: era chiaramente teso e spaventato. Aspettavo solo lui a questo punto, e dopo qualche minuto arrivò il mio coinquilino: «Che diamine è stato?» mi tuonò nella testa. Gli risposi che non ne avevo idea, ma che si lo avevo sentito anch’io, visto che era quella la domanda sottaciuta che gli premeva. «Quindi che fai? Non controlli? Non indaghi? Non cerchi di capire chi sia stato?» Avevo già sentito il mio coinquilino incorporeo agitato in passato, ma questa volta sembrava davvero spaventato!! «Eh con calma: vediamo intanto se la cosa si ripete, e poi comunque darò un occhiata in giro per capire cosa sia successo. Per cui tranquillizzati, lo sai che finché sei tra queste mura sei al sicuro.» Dopo un attimo in cui immagino cercassi di pensare alla cosa: «quasi tranquillo… le protezioni di questa casa non sono assolute come abbiamo visto qualche tempo fa!!» 

Si stava riferendo all’incursione dell’entità, in cerca della sua reliquia, di qualche tempo prima, ma per me non faceva casistica: visto che era, a quanto avevo capito, ad un livello pari, se non superiore, alla Creatura delle Colline poco probabile che le mie protezioni potessero tenerla fuori dalla casa.

Capito che il coinquilino non avrebbe mollato la presa, gli dissi che avrei controllato subito, altrimenti non mi avrebbe più dato pace ed io volevo riprendere a leggere il romanzo. Scesi in cantina, nel mio studio di lavoro, Temistocle mi seguì sino alle scale, ma poi cambiò idea ed invece di scendere con me prese la direzione opposta salendo le scale, immagino verso la soffitta, posto dove si sentiva di solito più tranquillo.

Mentre scendevo in studio, pensavo a che genere di ricerca fare: al di la del fremito non avevo molte altre indicazioni su cui concentrarmi, quindi le possibilità su cui fare analisi erano parecchie. Mi sedetti alla scrivania pensando su come iniziare l’analisi: inizio con le carte, con i le rune, con gli I-Ching o vado a rompere le scatole alla Creatura delle Colline? L’ultime delle possibilità elencate era la più comoda, ma non si addiceva ad un Maestro del Mattino correre a cercare aiuto altrove per pigrizia.

Decisi di iniziare dagli I-Ching: sono sempre stati i miei preferiti per i consigli e le analisi. Presi i miei bastoncini di Achillea e iniziai il procedimento, più macchinoso delle tre monete, ma più efficiente per quanto riguardava il concentrarsi sulla domanda:

primo esagramma, il 27  , secondo esagramma il 24  … brutta faccenda.

Quando faccio questo genere di analisi, spesso uso un metodo molto personale: invece seguire la ormai collaudata meccanica di leggere il primo esagramma e poi commutare le linee mobili così da ottenere un secondo esagramma, e leggere il commentario del nuovo inteso come sviluppo, mi affido all’immagine dei due esagrammi. Le sensazioni che mi danno spesso sono corrette e corrispondono a quello che volevo sapere.

Per il mio senso di interpretazione, legato alle immagini pure, e fini a se stesse, qualcosa di chiuso, e sigillato, era stato scoperchiato, e di norma se qualcuno/qualcosa, ha chiuso, e sigillato, qualcosa/qualcuno, un buon motivo ci sarà stato. Per esperienza solo gli stolti, che si mettono a giocare con cose più grandi di loro, finiscono per riaprire certi contenitori non rendendosi conto di cosa rischiano nel farlo. Ora restava da capire cosa fosse stato aperto e da chi. Soprattutto chi aveva aperto il contenitore, si era messo nei guai? Sapeva che stesse facendo? Oppure era totalmente ignorato ed aveva combinato il danno senza rendersene conto.

Normalmente avrei atteso qualche giorno, per capire se la situazione riguardava me direttamente, quindi qualcosa/qualcuno si sarebbe palesato, oppure se la cosa riguardava qualcuno che non conoscevo assolutamente, e dovevo mettermi a caccia, per trovarla, e capire se avesse bisogno di aiuto o meno.

Passarono diversi giorni, e non sentii nulla di strano, la Creatura delle Colline non si era fatta viva, ed il mio coinquilino, tutto sommato, sembrava tranquillo, quindi scartai la prima ipotesi, ossia che riguardasse qualcuno a me collegato direttamente. Come Maestro del Mattino avrei dovuto indagare comunque quindi decisi che l’indomani avrei iniziato a cercare partendo dalla città, o meglio dal mio quartiere e poi allargando l’area di scansione così da capire dove diavolo si trovasse questo contenitore aperto.

La sera successiva, una volta ritiratomi nel mio studio, inizia a sondare il vicinato, e poi allargando sempre di più il raggio di azione continuai a cercare per tutta la città. Fu dopo un’oretta abbondante di ricerche che trovati quello che cercavo: un buco. Un semplice buco nella rete energetica che abitualmente ricopre un centro abitato. Questo tipo di rete in realtà altro non è che uno schema energetico generato dalle persone stesse, e per chi la osserva è composta di quadrati irregolari. Ogni nodo, alla congiunzione di due dei lati del quadrilatero, era una persona. La rete cessava oltre le periferie perché il raggio di azione di un singolo nodo, quindi di una singola persona, era di circa una decina di metri. Superata quella distanza non avveniva più il collegamento con il vicino più prossimo e la rete si interrompeva. Quello che non era tipico era che ci fosse un buco nel bel mezzo della città. 

Ammesso, e non concesso, che qualcuno morisse, per cui il proprio nodo si spostava su un altro livello dell’esistenza, e quindi su di un’altra rete, comunque la rete si adattava collegandosi ad un altro nodo vicino, e questo non stava succedendo. Qualcosa impediva alla rete di adattarsi allo spegnimento di un nodo della rete: e questo non era affatto normale!!

Questo buco era nella zona sud della città, per cui mi ci tuffai con il corpo astrale per andare a vedere di che si trattasse. Era la zona degli appartamenti universitari, per cui la rete in effetti era piuttosto fitta, e questo tra l’altro rendeva ancora più inverosimile che la rete non riuscisse a riequilibrarsi, dopo la sparizione di un nodo. Erano palazzotti di edilizia popolare moderna, per cui palazzi di circa dieci piani con più appartamentini per piano, e generalmente erano tutti sempre occupati. Mi avvicinai con circospezione al palazzo imputato ed il buco si irradiava dal 5 piano e, cosa ancora più strana, inglobava anche tutti gli appartamenti dello stesso piano e di un livello sia superiore che inferiore: decisamente anomalo.

Salvo non fossero morte una trentina di giovani nello stesso momento, un simile buco non aveva giustificazione. E davo per scontato che non fosse successa una cosa del genere, altrimenti i vari organi di informazione avrebbero dato risalto alla notizia.

Una volta a fianco alla finestra dell’appartamento al centro del buco, tutti i talismani scattarono all’unisono: non ero stato attaccato, ma in quella casa c’era qualcosa di decisamente oscuro acquattato e le mie protezioni avevano fatto egregiamente il loro lavoro. Provai ad entrare: dapprima da una porta finestra aperta, ma mi fu chiaro che li il passaggio era sbarrato. Provai da un altra finestra: stesso risultato; mi venne in mente una vecchia situazione simile e provai a passare direttamente attraverso il muro perimetrale — chi protegge le case con sigilli, di norma lo fa apponendoli su porte e finestre, ma pochi pensano anche a proteggere i muri !!— Niente da fare: anche i muri erano sigillati, e quello che percepivo, al di la della barriera, non mi piaceva affatto. Avrei dovuto trovare un altro modo per entrare e per assurdo, forse, il metodo più semplice poteva essere quello più efficace. Decisi quindi di tornare l’indomani mattino fisicamente sul posto ed a provare a suonare al campanello direttamente. Scesi a livello della strada ed entrai nell’androne. Salii cinque piani e presi nota dei nomi sui pulsanti delle suonerie dei campanelli degli appartamenti del piano, in particolar modo quello che mi era risultato inaccessibile.

Tentai di entrare negli appartamenti a fianco, sopra e sotto, ma non ci fu verso: erano tutti sigillati sebbene con sigilli meno forti man mano ci si allontanava da quello interessato. Osservai la gente che saliva e scendeva dall’ascensore del condominio, ma nessuno di loro mi dette qualche segnale di cosa stesse succedendo. Non avendo altro da fare a quel punto, rientrai nel mio corpo fisico e, riportato sul un pezzo di carta i cognomi che avevo letto, me ne andai a dormire.

L’indomani pomeriggio, appena uscito dal lavoro, mi diressi immediatamente verso la zona dei palazzi degli studenti universitari, in direzione sud della città. Parcheggiai in qualche modo — il parcheggio in quella zona era rinomato che fosse un terno al lotto trovarlo — e raggiunsi il civico che mi interessava. 

Iniziai cercando il cognome attestato propio all’appartamento che mi interessava: suonai più e più volte, a volte brevemente a volte a lungo, ma nessuna risposta. Passai agli appartamenti vicini, ma senza maggior fortuna. In quel mentre un giovanotto, in tenuta sportiva, stava rientrando nel condominio, così approfittai dell’apertura del portoncino e mi infilai dietro al ragazzo dirigendomi, anch’io verso l’ascensore. Per, apparente, gentilezza gli chiesi a che piano andava e mi rispose il nono così oltre al quinto pulsante premetti anche il nono.

Il ragazzo totalmente fradicio di sudore, per una apparente attività sportiva di qualche genere, mi guardò come per dire qualcosa, ma era chiaro che era in dubbio se parlarmi o meno, così avviai io il discorso: «Sto andando a trovare un mio amico, e da due giorni che non mi risponde e non vorrei stesse male, magari lo conosci» dissi aggiungendo il cognome interessato. Il ragazzetto mi guardò e poi, prendendo fiato come per farsi coraggio: «guarda non so di preciso che sia successo, ma è da giovedì che dal 3° al 6° piano se ne sono scappati tutti: la sera c’erano, la mattina dopo non c’erano più, non so che sia potuto succedere.» Il campanello di raggiunto suonò mentre il pulsante riportante il numero cinque lampeggiò; si apersero le porte dell’ascensore e mentre ne uscivo risposi allo sportivo: «Ti ringrazio, adesso vado a vedere se riesco a scoprire qualcosa. Ciao» e non aggiunsi il resto che stavo pensando, ossia che dopo una corsa e fradicio di sudore, forse sarebbe più saggio salire a piedi oppure, quanto meno attendere che l’ascensore sia vuoto prima di occuparlo ed appestare quel metro quadro di ambiente con gli effluvi del proprio sudore!!

Di nuovo scattarono i talismani e gli incantesimi di protezione, nulla di strano tutto sommato me lo aspettavo. C’era un freddo strano, innaturale sul pianerottolo, riuscivo a vedere la condensa del mio fiatare mentre rallentavo il battito pronto a spostarmi nell’astrale se necessario. Quello che trovo stano era che le protezioni scattavano a difesa, ma non percepivo alcun pericolo diretto, niente che tentasse di attaccarmi. Avevo più l’impressione che chi fosse in casa non era interessato a me, ma era comunque pronto a combattere se necessario.

Il problema adesso era capire chi era in casa, e perché tutti gli inquilini erano fuggiti. Decisi di fare un incantesimo di rivelazione, così che se ci fossero stati sigilli o incantesimi occultati li avrei potuti vedere… et le voilà!! La porta interessata era coperta da incantesimi di allontanamento e questo spiegava come mai fossero scappati tutti dal pianerottolo: con un simile incantesimo la frenesia di allontanarsi da un posto di fa sempre più pressante finché, fisicamente, non ci si allontana da dove quel maleficio era stato lanciato.

Bene adesso almeno sapevo che chi stava in quell’appartamento, o chiunque ne fosse entrato in possesso le notte precedenti, non voleva essere disturbato. Chissà come avrebbe preso qualcuno che continuava a suonare il campanello. Tanto gli altri inquilini del piano non c’erano per cui non avrei disturbato nessuno salvo chi mi interessava. Cominciai a tempestare di squilli di campanello alternati a bussate con le nocche sulla porta in legno. Ormai erano 10 minuti che insistevo per cui o chi era dentro non era infastidito, o chi era dentro non era interessato comunque ad aprirmi la porta.

Ormai avevo deciso che o non c’era nessuno in casa o chi c’era, ed ero convinto che qualcuno ci fosse, non voleva aprire. Dovevo trovare il modo di entrare in quella casa!! Mentre mi avviavo verso l’ascensore, sento la porta che si muove e si apre quel tanto che basta per farci stare una persona di traverso. Compare un ragazzo sui 25 anni con aria stralunata che mi guarda e mi dice: «ma se lei continua a suonare e nessuno le apre, non le pare che chi è in casa non voglia incontrarla?»

Il ragazzo era già stralunato di suo, ma il tono di voce era totalmente innaturale, molto probabilmente era posseduto, mi riavvicinai alla porta cercando di sbirciare dentro, ma era tutto avvolto dal buio più totale. «Scusa, ma mi hanno detto che qui affittate una stanza ed io ne sto cercando una» il ragazzo mi guarda senza espressione come se stesse ascoltando qualcuno e poi: «Maestro del Mattino che onore, entri la prego» sempre con quella voce monotona.

Mi ha chiamato Maestro del Mattino?? Nessuno umano conosce questo mio nome, il che non faceva che confermare la mia prima impressione: il giovanotto era posseduto. Ero indeciso sul da farsi: chiunque possedesse il ragazzo mi aveva esplicitamente inviato ad entrare, cose che al momento almeno gli impediva di fermarmi al momento; ma cosa avrei trovato dentro? Chi? Quante entità? Di che livello?

«Grazie accetterò il caffè in un altra occasione, e fidati: ci sarà una prossima occasione prima che tu te ne renda conto.» Come mi aspettavo l’unica risposta fu il ragazzo che rientrò in casa, sbattendomi sonoramente la porta in faccia. «D’accordo» pensai «almeno adesso ho un idea di cosa diavolo sta succedendo qui!!»

Tornai vero la macchina, con certezza di avere un paio di bruttissimi occhi piantati sulla schiena, per cui non tornai verso casa direttamente, ma mi diressi in collina in cerca della Creatura delle Colline per discutere della cosa, ma sopratutto per non portarmi a casa uno sconosciuto dalle intenzioni non ben chiare, ma sicuramente bellicose!!

Raggiunto, il solito posto in cui andavo per conferire con la Creature Delle Colline, aspettai certo che si sarebbe fatto vivo quanto prima. «Mi aspettavo arrivassi da me, ma credevo decisamente prima!!» questo fu il suo benvenuto, sempre piuttosto sarcastico.  «Che dire signore, a mia giustificazione posso dire che ho dovuto perdere del tempo per capire che diamine stesse succedendo, visto che, chi probabilmente sa, si è guardato bene dal farmelo sapere!!» Il mio tono era chiaramente sarcastico, ero un po’ annoiato da questi giochetti, ogni volta che c’era un qualche problema, mi faceva sentire perennemente sotto esame, e la cosa non mi piaceva per nulla.

«Ebbene cosa hai scoperto Maestro del Mattino?» Come se non lo sapesse già, ok stiamo al suo gioco: «un umano posseduto, che vive al centro dell’area in cui l’energia viene continuamente prosciugata. Avevo ricevuto anche un invito ad entrare, ma considerando che mi ha chiamato con il mio nome mistico, ho pensato bene d non cadere, in una evidente trappola, preparata appositamente per me.»

«Direi una saggia decisione, Maestro del Mattino, è chiaro che chiunque fosse ti stava aspettando. È da capire se tutto questo era per attirare proprio te, in quella casa, o semplicemente immaginava che saresti arrivato tu, visto che vivi in questa città;» rispose la Creatura delle Colline. Ci pensai su, in effetti chiunque avesse attaccato quel mortale o, si era informato prima su chi ci fosse nelle vicinanze che poteva intervenire, oppure semplicemente era rimasto in ascolto aspettando che qualcuno arrivasse. Se fosse stato vero il primo dei due casi, allora dovevo cominciare a preoccuparmi sul serio: non era certo una cosa piacevole che qualcuno mi aspettasse, voleva dire che l’attacco al mortale era un’azione indiretta per cercare di colpire me, cosa che mi faceva girare alquanto le scatole: non sopporto i vigliacchi, umani o meno che siano, ne tantomeno che si coinvolga un mortale per arrivare a me!! Adesso dovevo capire come fare per liberare quel poveretto dalla possessione, e poi liberarmi di chi li aveva assoggettato, forse sarebbe stato utile anche capire se il mortale avesse permesso o meno la possessione: non si ha idea di quanti stupidi giochino con cose più grandi di loro senza rendersi conto di in che razza di guai potevano infilarsi!!

«Che tu sappia, signore, il mortale ha permesso la possessione?» Chiesi a muso duro, senza girare intorno come piaceva tanto alla creatura delle colline fare di solito. «Non è tua consuetudine essere così diretto Maestro del Mattino, ma visto la situazione passerò su questa tua impazienza. Si l’umano amava giocare con cose che avrebbe dovuto lasciare dove erano. Stava cercando di contattare spiriti vari da diverso tempo, e quando finalmente qualcuno ha risposto, ha trovato più che giustificato accettare la possessione pur di non perdere quel contatto finalmente ottenuto. Chiaramente non gli è stato presentato come possessione, ma come un modo per comunicare più intimamente con lo spirito e l’allocco ha abboccato.»

Questo mi complicava le cose: era diverso liberare un posseduto forzato, da un posseduto volontario, ma mi metteva anche fretta, perché un posseduto volontario tendeva a diventare diventare un soggetto simbiotico con chi lo possedeva. La differenza tra possessione e simbiosi stava nel fatto che nel primo caso il posseduto può essere recuperato perché la possessione è temporanea; nel secondo caso invece, se lo spirito entra in simbiosi con il soggetto, non c’è più nulla da fare per posseduto: la connessione diventa permanente  non reversibile, nemmeno con la morte. Quindi era fondamentale capire se l’umano in questione fosse ‘solo’ posseduto o già in simbiosi con il demone.

«Hai la fortuna, Maestro del Mattino, che l’umano sia solo posseduto al momento: non ha ancora acconsentito, e non sembra che il demone lo voglia al momento, arrivare alla simbiosi.» Disse la Creatura delle Colline come a rispondere al mio dubbio, ma la cosa non mi stupì: capitava spesso che fossimo sincronizzati con il pensieri, anche se non ero certo che in realtà mi leggesse la mente, per sapere cosa stessi pensato altro che sincronizzazione!!!

«Bene, allora dovrò prepararmi ad un esorcismo ed una battaglia con non so quale spirito, ma quello che mi lascia più perplesso e non saprei cosa lo spirito voglia: sapessi qual’è il suo scopo mi aiuterebbe e lo sai.»

Era un esca, a volte funzionava, perché la Creatura delle Colline aveva l’informazione che mi serviva, a volte no, perché aveva si quella informazione, ma non abboccava all’amo, altre volte semplicemente non sapeva quanto mi serviva. «Posso presupporre che il stia cerando quello che tutti i demoni cercano: il potere ed il controllo su questo piano dell’esistenza: è il loro scopo primario da quando l’uomo esiste e gli resiste, ma la mia è solo una supposizione.» 

Niente da fare la Creatura delle Colline non aveva altri dati che mi potessero essere di aiuto, per cui ispirai profondamente e mi arresi alla situazione. Mi aspettava un esorcismo ed una battaglia, su chissà quale piano della realtà, con uno spirito in cerca di potere, gloria, controllo e tutte quelle cose che i demoni cercano da sempre. «D’accordo signore, vado a prepararmi e domani mattina andrò direttamente dal posseduto per vedere che riesco a fare.» Non ci provai nemmeno a chiedere aiuto alla Creatura delle Colline: primo per orgoglio, brutta bestia lo so, ma secondo perché ormai lo conoscevo: se voleva aiutarmi lo avrebbe fatto nel modo e nei tempi in cui avrebbe ritenuto necessario farlo. Punto.

Mentre rientravo a casa cercavo di fare chiarezza nella mia mente sul da farsi, ma un pensiero continuava a distrarmi: perché quando ero alla portata del demone e del suo posseduto, non ha tentato nulla contro di me: in fin dei conti era una ottima occasione. Io non ero preparato a trovarmi davanti un posseduto e il fatto che conoscesse il mio nome mistico mi aveva ancora di più messo in crisi in quel momento, allora perché il demone non ne aveva approfittato. Avere una tacca sul calcio con il nome del Maestro del Mattino avrebbe dato lustro a qualunque demone in cerca di fama. Qualcosa continuava a non tornarmi.

Arrivato a casa, scesi diretto in studio e cominciai a ripassare incantesimi e formule per l’esorcismo: non era un rito che si praticava tutti i giorni per cui un ripasso sicuramente sarebbe stato saggio. Ma continuavo a non concentrarmi al 100% perché avevo sempre quell’idea che mi girava per la testa: perché non ha approfittato di quel mio momento di smarrimento? Perché?

Dovevo trovare una risposta a questa domanda altrimenti non sarei stato al massimo della lucidità nell’affrontare il mio compito l’indomani. Mi guardai in giro cercando un’ispirazione su cosa fare lo sguardo cadde più volte sul contenitore di ottone che usavo normalmente per le sessioni di idromanzia. Decisi che visto che l’occhio continuava a cadermi su quello il mio spirito guida lo stesse indicando come metodo adatto alla mia momentanea necessità. Ringraziai il mio spirito guida per l’aiuto e andai a prendere il contenitore. Cominciai a preparare il necessario tracciando un cerchio di protezione sul pavimento polveroso in cemento non lucidato, che per queste cose era molto comodo. Lungo il bordo del cerchio scrissi i simboli cardinali corrispondenti a quelli reali, tra i simboli cardinali con la punta di un bastone appuntito appositamente, scrissi i miei incantesimi di protezione e posi 4 candele in corrispondenza dei quattro punti cardali. Cominciando a concentrarmi bruciai foglie di allora secche che avevo preparato prendendole direttamente dalla pianta nel mio giardino, e una piccola quantità di incenso per ogni cancella accesa.

A quel punto ero pronto: riempii la ciotola di ottone con acqua correte dal rubinetto e la posi al centro del cerchio., mi sedetti il più comodamente possibile di fronte alla ciotola e invocando il mio spirito guida comincia a rallentare la respirazione ed il battito cardiaco di conseguenza, recitando un mandare di rivelazione in modo continuo e sempre alla stessa velocità. Continuai nella preparazione per un bel po’: quell’idea continuava a disturbarmi, e di conseguenza anche la concentrazione necessaria per la divinazione ne risentiva, ma stava diventando un cane che di mordeva la cosa: l’idea mi disturbava impedendomi la concentrazione necessaria per capire perché quell’idea mi disturbava ed il ciclo rischia di diventare un ciclo senza fine. 

A quel punto mi chiusi nella sfera protettiva e scesi nel profondo del mio essere selezionando i pensieri che mi servivano e bloccando, momentaneamente, quelli inutili, compreso quel fastidio che continuava a tormentarmi. Riuscii finalmente a raggiungere uno stato di pace necessario per la divinazione e, dopo aver dissolto la sfera protettiva che mi impediva anche di raggiungere la ciotola, cominciai a fissare con calma l’acqua al suo interno. Ci volle quasi un’ora prima che le immagini cominciassero ad apparire, e quello che vedevo non era affatto allettante: sembrava una rappresentazione di un qualche inferno, il che non mi aiutava a capire quel fosse il mio obbiettivo, ma sapevo per esperienza che l’idromanzia non è una tecnica di divinazione rapida, si deve avere calma e pazienza affinché le visioni abbiano un senso realistico, interrompere troppo in anticipo l’osservazione può portare ad risultati inconcludenti o, peggio ancora, ad errate interpretazioni, e non era certo quello che volevo, per cui continuai a concentrarmi sulle immagini che vedevo apparire e scomparire sul pelo dell’acqua nel contenitore. 

Tra le immagini che si alternavano nello specchio d’acqua, un po’ come su un video o al cinema, una continuava a ricomparire, ma era veloce, sfuggente, quasi volesse passare inosservata, per cui cercai di concentrarmi su quella. Ed alla fine la risposta alla mia domanda arrivò. Assemblando varie immagine e sensazioni con quell’immagine sfuggente, riuscii ad identificare il mio avversario: era un demone della famiglia dei Gamchicolh, spiriti impuri che rispondevano ad Astaroth in persona. 

Adesso la cosa cominciava ad avere un senso: anni prima con Aamon, demone che vive della confusione, che sa anche ingenerare, e del dolore e della sofferenza di chi tenta il suicidio, c’era stato un confronto per sottrargli dalle grinfie una ragazza che aveva già tentato il suicidio più volte, probabilmente indotto proprio da Aamon stesso. 

Alla fine l’avevo avuto vinta e la ragazza allontanò definitivamente da lei l’idea di togliersi la vita. Aamon allora giurò che me l’avrebbe fatta pagare, e probabilmente tutto questo macello era opera sua per tentare di inocularmi confusione, e su questo era quasi stato vittorioso, e magari sperando di portarmi al suicidio perché incapace di batterlo.

Povero sciocco. Inoltre Aamon non sa che mi ero già confrontato anche con Astaroth in passato, non battendolo, ma riuscendo  a costringerlo ad uno stallo, cosa che per fortuna mia, Astaroth prese come una vittoria nei miei confronti. Avevo, a suo parere, guadagnato quanto meno il suo rispetto, per cui avevo avuto il permesso di invocarlo se ne avessi avuto bisogno. Quello che era più divertente, se così si poteva definire, era che Aamon era alle dipendenze dirette di Astaroth, per cui sarebbe bastato un suo intervento diretto per fermarlo. L’occasione di invocare Astaroth era ghiotta, ma non volevo sprecare un favore per una cosa che potevo, e dovevo, fare da solo, per cui decisi, almeno al momento, di affrontare Aamon, da solo.

Svuotai la ciotola, spensi le candele e le misi via, rimossi con una ramazza le protezioni, i punti cardinali e per ultimo il cerchio che avevo disegnato per terra; il tutto ringraziando l’acqua ed il mio spirito guida, per l’aiuto. 

«Hai avuto successo dalla tua divinazione Maestro del Mattino?» Mi rimbombò nella testa: al solito la Creatura delle Colline era stato li intorno tutto il tempo: diceva che lo affascinava vedere i mortali all’opera. «Si mio signore: è Aamon che sta procurando tutto questo trambusto.» «Ahh Aamon, non è quel Gamchicolh al servizio di Astaroth? Quello a cui sottraesti la sua giovane vittima qualche tempo fa?» Faceva il vago, ma sapeva benissimo di che episodio si trattava. «Si proprio lui, ricordo che l’ultima cosa che mi disse fu qualcosa tipo non finisce qui… evidentemente è uno Gamchicolh che porta rancore.»

«Non prenderlo sottogamba: può essere pericoloso come atteggiamento, mio giovane Maestro del Mattino, può portarti alla sconfitta credere che l’averlo battuto una volta, significhi che tu possa batterlo sempre!!»  Era davvero preoccupato per me??? La Creatura delle Colline preoccupata per un mortale? Uhm, doveva esserci dell’altro sotto: la Creatura delle Colline si preoccupa solo della Creatura delle Colline e di nessun altro, almeno di solito!!! 

«Quindi come pensi di agire con Aamon?» «Credo salterò a piedi pari il posseduto: se sconfiggo o faccio ritirare Aamon, anche la possessione cesserà, e vorrei che accadesse prima che il posseduto diventi un simbionte, perché in questo caso avrei battuto Aamon, ma perso l’umano, e questa cosa proprio non la digerirei.» Gli risposi. 

«E sia: se ti trovi in difficoltà sai che potrei aiutarti, solo se invocato, quindi tienilo a mente, anche se sono convito ormai che tu sia in grado di affrontarlo nuovamente senza alcun aiuto.» Meno male che mi riteneva all’altezza, intanto però si era premunito di dirmi che era disponibile in caso di bisogno… che caro!

Salii in macchina e mi diressi verso la zona sud, dove stava l’appartamento in questione. Raggiunta la zona, parcheggia, trovando strano che di sera si trovasse posto così vicino a dove si voleva andare: di solito gli studenti ad ora tarda erano a casa durante la settimana e trovare parcheggio era un vero disastro in quella zona. Trovato il condominio giusto aspettai che qualcuno passasse dall’ingresso principale per dare l’impressione di essere del posto, non ci volle molto, una coppia di studenti abbracciati sicuramente in modo più che amichevoli, rientrarono al loro appartamento dandomi così la possibilità di infilarmi senza dare nell’occhio. Facendo finta di controllare se avessi ricevuto posta feci prendere l’ascensore ai ragazzi ed aspettai che risultasse di nuovo libero. Non ci volle molto, premetti il pulsante che indicava che mi serviva una corsa verso l’alto ed aspettai arrivasse. Pochi secondi dopo, con pochissimo rumore le porte si aprirono ad indicarmi che l’ascensore era a mia disposizione. Mi diedi un occhiata alle spalle per essere certo che non ci fossero nuovi arrivi così da poter fare la salita da solo nel cubicolo in acciaio, devo dire piuttosto ben tenuto pur essendo un condominio di studenti. Premetti il pulsante del quinto piano e le porte, silenziosamente si chiusero e l’ascensore iniziò la sua corsa verso l’alto. Pur essendo molto usato, era silenzioso il giusto, niente musica fastidiosa di sottofondo e niente scossoni strani all’arrivo al piano richiesto. All’apertura delle porte una corrente gelida mi colpì senza preavviso: brutto segno: Aamon si era rafforzato dalla mia prima, e sino a quel momento, ultima visita fiscale al posto. Uscii dall’ascensore e voltai a destra, ricordandomi bene la disposizione del piano; prima di suonare al campanello eseguii un incantesimo di occultamento: sui mortali aveva l’effetto di non farsi notare, anche se la persona era davanti a loro. Bussai alla porta con le nocche, alla vecchia maniera ed attesi. Sentivo dall’altra parte uno strascicare di piedi senza una energia eccessiva. La porta si apri e ricomparse il ragazzo posseduto che si guardò intorno come per cercare chi avesse bussato. Nel frammentare io sgattaiolai dentro l’appartamento mentre, sempre con espressione assente, il ragazzo richiuse con calma la porta e tornò a quello che Aamon doveva aver decretato il suo posto durante i momenti in cui non gli era utile: in piedi faccia al muro a fianco della porta che dirigeva nella zona notte.

In passato ero già stato in appartamenti di quei condomini, avendo frequentato per un breve periodo un universitario, quindi conoscevo la disposizione della casa, visto che l’intera via era fatta di condomini costruiti tutti nella stessa maniera: probabilmente chi aveva disposto la costruzione, sapendo che sarebbero stati abitati da studenti, li fece fare tutti nello stesso modo, così da evitare che vi fossero discussioni per l’assegnazione di un appartamento rispetto ad un altro: essendo tutti uguali nessuno avrebbe avuto da recriminare sull’appartamento assegnato dalla facoltà frequentata.

Arrivo come un fulmine: la calma dell’appartamento ormai in penombra da diversi giorni venne interrotta da una risata fragorosa nella mia testa: «ben fatto Maestro del Mattino: occultarti al succube ti ha risparmiato un confronto fisico con lui!!» Sembrava quasi soddisfatto del mio operato come a dire che ero all’altezza della situazione. «Aamon ti ho già sconfitto una volta, cosa ti fa pensare che questa volta andrà diversamente? Perché non fai un favore ad entrambi e lasci questa casa ed il ragazzo posseduto, non ormai simbionte, perché ancora non lo è!!» Rimarcai sul fatto che il ragazzo restava ancora solo posseduto, per fargli capire che era inutile si vantasse di essere già al livello di simbiosi, perché ero in grado di riconoscere i due stati nel mortale, quindi le balle non servivano a nulla.

«Beh manca poco ormai, e tu non potrai fare nulla per impedirlo: ormai ho raccolto così tanta energia da questo posto che potrei trasformarlo in uno zombie schioccando solo le dita.» Insisteva a volersi pavoneggiare in modo da farmi sentire un gradino più in basso di lui, ma sapevo esattamente come stavano le cose ed il fatto che perdesse tempo a cianciare invece di agire mi faceva capire che non era affatto certo di potermi sconfiggere.

«Allora, a parte questo povero disgraziato, che stai cercando di ottenere?» Volutamente evitati di fare il suo nome per fargli capire che non mi preoccupava averlo come oppositore. «Cosa può volere un demone da questa dimensione Maestro del Mattino? Potere!!! Che altro? E quest’area così densamente popolata di giovani stolti è un posto più che adatto per averne quanto ne voglio.

Decisi di provare la carta dell’intimidazione: «Ed Astaroth cosa ne pensa di questo tuo brillante piano? Non credo sarebbe contento se sapesse che hai messo radici nel mio territorio.» Calcai il tono sulle parole mio territorio per cercare di dare l’impressione che non mi spaventasse affatto che si fosse palesato vicino casa mia. «Il mio signore — Astaroth — non si interessa di come ci procuriamo le anime. L’importante che gliene portiamo quante più possibili, il più spesso possibile, quindi quando avrò preso le anime di tutto questo alveare, si riferiva al condominio, sarà più che contento del mio operato. «Quindi» ripresi io «se invocassi Astaroth ora, qui, subito non avrebbe nulla da ridire secondo te.» Ci fu un fremito nel tono di voce che mi rispose: era quello che speravo. «Che motivo hai di disturbare il mio Signore per una faccenda tra me e te? Vuoi davvero essere battuto da entrambi noi? Non ti basta l’umiliazione di essere battuto dal grande Aamon?» Era spaventato, bene! Immaginavo che la minaccia di invocare Astaroth seduta stante lo spaventava: il suo signore era noto per la poca pazienza e di quanto lo infastidisse essere invocato da un stregone che poteva farlo con un  metodo che gli impedisse di ignorare la propria convocazione.

Aaron, ormai sulla difensiva: «Allora ti batterai con me o chiamerai il mio Signore per fargli apprezzare mia vittoria sul Maestro del Mattino?» Comincia a salmodiare una invocazione, non di quelle impositive: d’altronde Astaroth mi doveva un favore, per cui non aveva senso sfidarlo imponendogli l’obbligo di venire alla mia chiamata. Aaron cominciò evidentemente a spaventarsi: sapeva benissimo cosa stavo facendo. «Maestro del Mattino devi avere proprio paura per invocare il mio Signore.» Tentò, ma il suo tono di voce ormai era chiaramente impaurito: come avrebbe giustificato l’ordine imparato, da Astaroth stesso, di girare al largo dalla mia zona di competenza? Nemmeno il fatto che li avrebbe potuto impossessarsi di un alto numero di anime giustificava la disobbedienza, che ovviamente Astaroth avrebbe punito con cattiveria ed in modo sadico come piaceva a fa lui fare con i suoi sottoposti disobbedienti. 

Allora «Aaron: primo voglio che liberi il posseduto cancellando ogni ricordo di questa avventura, secondo voglio che rilasci l’energia che hai prelevato da questo posto, terzo voglio che sparisci con la promessa, per quanto valga da un demone di basso livello come te, che non ti farai mai più vedere da queste parti.» Avevo volutamente colpito il suo orgoglio: per quanto di livello inferiore ad Astaroth era pur sempre un comandante di legioni invernali di proprietà di Astaroth, dargli del demone di bassa lega era stato davvero un’offesa pesante. Inoltre avevo specificato il divieto di ripresentarsi da queste parti perché non avrebbe accettato un bando dal mondo intero: se avessi tentato di bandirlo definitamente sarebbe stato uno scontro all’ultimo sangue per entrambi, ed era meglio evitarlo in ogni caso. L’aria nella stanza cominciò a diventare calda, umida, con un sentore di putrido: Astaroth aveva decido si presentarsi anche se non avevo terminato l’invocazione? Si e no: non mi calcolò minimamente, la sola cosa che disse fu: «Trova una soluzione con il Maestro del Mattino, Aamon e non costringermi a venire li a dirimere la questione di persona! E non scordare che sebbene il Maestro del Mattino non li abbia cercati la Creatura delle Colline e la Signora sono qui dietro l’angolo quindi puoi solo che perdere, e sai cosa faccio con chi mi fa fare la figura del debole con gli umani.»

Come la Creatura delle Colline e la Signora erano dietro l’angolo? Che diavolo ci facevano li? Non avevo chiesto certo il loro aiuto e la loro presenza sminuiva il mio lavoro, come a dire che poteva aver bisogno di alleati per sistemare Aamon!! Ero indeciso se ringraziare Astaroth o meno, era pericoloso farlo perché potevo creare l’illusione che fossi grato ad un demone di tale livello, cosa assolutamente da non fare. Per cui me ne stetti zitto, deciso a parlare solo se Astaroth mi avesse rivolto la parola. Cosa che non fece: come si era fatto presente spari, e l’aria tornò gelida e pungente come lo era prima del suo arrivo.

«Allora, che vogliamo fare?» Chiesi sprezzante, almeno in apparenza ad Aaron. «Come vedi Astaroth non gradisce che tu venga a cacciare nel mio territorio.» «Hai bisogno di alleati per confrontarti con me vedo, ma addirittura la Creatura delle Colline e la Signora? Devi proprio essere debole!!» Cercò di sbeffeggiarmi, ma era chiaro che aveva ancora nelle orecchie, chissà se le aveva le orecchie, l’ordine di Astaroth di risolvere la questione in fretta. 

«La Creatura delle Colline e la Signora non sono qui  per intervenire, volevano solo vedere come te la cavavi con me la seconda volta, visto il risultato del nostro primo scontro. Stai pur tranquillo che non interverranno» Sperai che entrambi avessero capito il senso della mia affermazione, ossia intervenite ed io perderò la faccia con questo esserucolo!!!

Nessuno dei due disse nulla, per chi dedussi che avessero capito, ma adesso non si mascheravano più visto che erano stati scoperti da Astaroth, per cui potevo sentire la loro presenza. «Quindi dovrò accontentarmi di quello che ho già conquistato ed andarmene?» La domanda era un trabocchetto in cui non caddi: «Non ci pensare nemmeno lontanamente, te l’ho già detto: libera il posseduto, restituisci tutta l’energia rubata qui e vattene senza tornare, finché ancora puoi farlo, la mia pazienza è arrivata al limite, quindi Aaron: combatti o ti ritiri una volta per tutte?»

Non gli lasciavo molta scelta, ne volevo lasciargliene: dovevo levarmelo di torno, una volta per tutte, altrimenti tra qualche tempo saremmo stati di nuovo punto ed a capo.» Come dimostrazione che era arrivato al limite della pazienza invocai un’apertura in una dimensione senza nome, in cui molti miei predecessori avevano rinchiuso, per l’eternità altri demoni: nemmeno Astaroth poteva tirarlo fuori di li. «Allora o torni da dove sei venuto alle mie consoni o quella e la prossima ed ultima strada che imboccherai, come chi in passato mi ha sfidato e perso.» 

Il Maestro del Mattino era noto tra gli spiriti oscuri per il fatto che raramente uccideva i suoi nemici, preferiva rinchiuderli in quella dimensione desolata, con un biglietto di sola andata. Nessuno tranne i Baðβ potevano entrare e poi uscire da quella dimensione ed Aaron lo sapeva. Nemmeno farlo apposta, o forse anche lui si era aggiunto a quelli che volevano darmi una mano, comparse al di la del varco della dimensione il mio Baðβ con tra le zampe la Lama nera degli Spiriti. Aaaron lo guardò incredulo: «Non puoi usare un Baðβ per costringermi a varcare quella soglia!!» 

Aaron dimostrò di non conoscere affatto i Baðβ, tanto che il mio emise il suo urlo di guerra facendomi accapponare la pelle. Quel verso attraversò le dimensioni e colpì in pieno Aaron. Ed il suo effetto fu quanto meno immediato: Aaron era chiaramente confuso, continuava a cambiare lingua mentre parlava, usandone alcune a me sconosciute, per cui non capito la maggior parte delle cose che diceva, anche se dal tono, non erano certo complimenti a mio favore. Baðβ lanciò di nuovo il suo urlo di guerra colpendolo Aaron nuovamente. «Va bene Maestro del Mattino hai vinto otterrai tutto quello che hai ordinato, ma fa smettere il tuo Baðβ di attaccarmi o finirò per impazzire.»

Un demone del livello di Aaron impazzito non era una bella prospettiva, così rivolgendomi con accortezza al mio corvo gli dissi «Grazie Baðβ, credo per ora possa bastare: deve essere lucido per mantenere il giuramento che gli ho imposto. Confuso e spaventato non posso legarlo al giuramento, quindi se per cortesia…» Baðβ capì subito cosa intendevo così emise un normale verso di merlo ed Aaron si riprese immediatamente. 

«Adesso ti lego ad un giuramenti Aaron: libererai il posseduto, cancellandogli ogni tuo ricordo dalla mente, restituirai tutta l’energia prelevata dai mortali qui intorno, ad ognuno la propria, e te ne andrai senza mai tornare nei miei confini, ne ora ne mai!»

Aaron era chiaramente furibondo: sapeva di non avere altre alternative se non voleva finire in quella dimensione da cui, per lui non c’era ritorno. «Serve un testimone per far valere il giuramento Maestro del Mattino non te lo ricordi? E il giovane è mio per ora per cui non fa fede.» Potevo quasi immaginare la sua espressione di vittoria. Che gli stroncai subito: «Non è un problema» gli risposi «Creatura delle Colline posso disturbarti per fare da testimone ad un giuramento?» Come immaginavo si presento subito in un vortice di vento che non aveva molto senso all’interno di un appartamento universitario, ma d’altronde era sempre stato uno a cui piacevano le entrate ad effetto!!

«Procedi pure, Maestro del Mattino, io sono qui.» Non disse altro. Al solito!

«Aaron: intendi rispettare il giuramento che ti impongo spontaneamente?»

Ci fu silenzio mentre potevo sentire ribollire l’aria intorno a me per la rabbia di Aaron costretto a subire l’onta di quel giuramento.

«E sia, accetto il giuramento in presenza della Signore Oscuro.»  Aveva detto Signore Oscuro? Era questo il vero nome della Creatura delle Colline? Questa era una faccenda che avrei dovuto approfondire, ma non era ne il luogo ne il momento.

«Aaron, legionario di Astaroth: esegui quanto imposto dal giuramento e vattene o quella sarà la tua prossima meta.» Lo dissi indicando il portale verso quella dimensione che tanto spaventata i demoni inferiori. 

Vidi il ragazzo posseduto afflosciarsi a terra come palloncino a cui era sfuggito tutto il gas che lo teneva in piedi. Sentii fluire l’energia da Aaron verso i rispettivi proprietari. L’aria nella stanza iniziò a tornare respirabile e la luce riuscì, finalmente, ad entrare nei locali della casa.

Se n’era andato, in silenzio, senza proferire minacce di ritorsioni o di vendetta. Questa cosa no mi piaceva, era chiaro che avevo in mente già qualche piano strampalato per farmela pagare. «Grazie per aver fatto da testimone, Signore;» ma non ricevetti risposta: la Creatura delle Colline se n’era già andata. E credevo anche di sapere il perché!!

Il poter disgraziato dormiva di un sonno ristoratore: ne aveva bisogno dopo giorni interi di possessione, per cui lo adagiai sul suo letto e me ne andai, lasciandolo li da solo. Al suo risveglio non avrebbe ricordato nulla di quello che gli era successo negli ultimi giorni, solo una confusa sensazione di smarrimento che non avrebbe mai saputo giustificare.

Mentre lasciavo l’appartamento apposi dei sigilli ai muri, così che nessuno potesse più disturbare il ragazzo, almeno finché fosse vissuto in quella casa. Chiaramente alla sua laurea e rientro alla sua città di origine, sarebbe stato a lui decidere che fare della sua anima.

Entrai in macchina e tornai vero casa. Al mio rientro il mio ospite era ansioso di sapere come era andata: Porta pazienza, sono stanco e devo riposarmi. Tra meno di tre ore devo essere al lavoro. Per questa volta ti do il permesso di leggermi i ricordi, così saprai subito come è andata, ma solo per questa volta!!»

Mi pareva di vederlo il mio coinquilino, con la bava alla bocca che si strofinava le mani per aver avuto il permesso di leggere i miei ricordi, ma lo freddai subito aggiungendo: «SOLO ai ricordi di questa faccenda!!»

Mi sdraiai con un sorriso sulle labbra: ok avere il permesso di leggermi nella mente, ma non sono un umano così sciocco da darti il permesso di leggere tutti i miei ricordi, alla fin fine sono pur sempre il Maestro del Mattino!!

 

Cap. 14 – La Lama Nera degli Spiriti.

 

Sentii chiamare il mio cognome a voce alta. Stavo rientrando dalla mensa, ed ero quasi arrivato all’ingresso che portava su, al mio ufficio. 

Mi domandai chi mi stesse cercando con tanta ansia da strillare il mio cognome in mezzo alla strada. Era uno degli addetti all’ingresso: un omone con il quale, se non lo conoscevi, non ti saresti mai permesso di prenderti nessuna libertà di certo. 

Una cosa che mi aveva sempre sconcertato di lui era la sua agilità: nonostante il ventre da vecchio bevitore di tante birre, la sua altezza, e relativa corporatura piuttosto massiccia, sapeva muoversi molto velocemente ed altrettanto agilmente quando voleva. Cosa che poteva procurarti dei guai, se credevi di poterlo prendere in giro e poi correre via: gli avevo visto raggiungere ragazzetti di diciotto, vent’anni come niente fosse nonostante avesse superato i cinquanta da un pezzo, e la sua stazza.

«Ciao», mi salutò cordialmente, come sempre, e senza il minimo cenno di fiatone, nonostante la corsa appena fatta; «guarda che all’ingresso c’è un pacco arrivato per te: quando esci ricordati di passare a prenderlo.» Lo ringraziai per l’informazione e non mi scordai nemmeno di dirgli che, ce ne fosse stato ancora di bisogno, avevo un telefono in ufficio e poteva chiamarmi senza dovermi correre dietro.

Passò il pomeriggio senza che pensassi al pacco arrivato, non avevo idea di chi potesse avermelo mandato, ma tant’era che non lo avrei aperto finché non fossi arrivato a casa: non mi piaceva far vedere gli affari miei a mezzo mondo. 

Arrivarono le cinque di pomeriggio, presi la mia roba, salutai i colleghi ed andai verso la guardiola all’ingresso per ritirare il mio pacco. Giovanni, la guardia giurata che mi aveva fatto la cortesia di avvisarmi, appena mi vide incamminarmi verso di lui, e non verso il parcheggio, lesto, entrò nella guardiola, recuperò il mio pacco, e mi attese sulla porta. 

«Ecco qua» mi disse con finto disinteresse: in quell’ambiente, di lavoro, il pettegolezzo era una  valuta molto in uso per gli scambi di favori, per cui, aver saputo cosa avessi ricevuto, per lui sarebbe stato come intascare del contante subito e senza sforzo. 

Presi il mio pacco, sarà stato un 50 per 120 centimetri, e ringraziai nuovamente Giovanni. Appena fatto un passo in direzione del parcheggio, ma me lo aspettavo tutto sommato: «Non sei curioso di vedere che c’è nel pacco? Io lo aprirei subito se fossi in te!» Lo disse sembrando davvero per pura conversazione, ma i suoi occhi erano gli occhi di un rapace che ha avvistato un topo li, a qualche centinaio di metri, sotto di lui. Voleva fortemente sapere cosa ci fosse nel pacchetto, così da poter dire a qualcuno: «ahhh lo so io cosa ha ricevuto!!». 

Cercai di non deludere le sue aspettative: «È un regalo mandato mia sorella per il mio compleanno.» Vidi subito la delusione nei suoi occhi, e poi di nuovo quello sguardo da rapace mentre mi rispondeva «si, certo un regalo;» con un sorrisino della serie «tu non me la racconti giusta». 

Lo lasciai alle sue elucubrazioni e mi avviai verso la macchina e quindi verso casa. Appena arrivato entrai salutando il mio coinquilino, ma non diede cenno di risposta, come quasi sempre, per cui non gli diedi bado. Lascai il pacco sul tavolo, in soggiorno, e salii a farmi una doccia. Non feci in tempo ad uscire dalla doccia che si fece vivo: «cosa fa quell’affare in casa mia?» Presi fiato un attimo per non rispondergli a malo modo, sapendo quanto fosse permaloso e, quindi, con calma: «prima di tutto: casa NOSTRA, secondo non so di che diamine stai parlando!!» Dal tono con cui riprese non era chiaro se fosse più arrabbiato o spaventato: «Sto parlando di quel pacco che hai portato in casa… nostra

Non avendo voglia di discutere di qualcosa che non sapevo, ancora, nemmeno cosa fosse, mi vestii, scesi in sala e guardai il pacco. Non era specificato un nome di mittente, ma, quanto meno, era riportata la città di invio: Skarsvåg – Norvegia. 

Il nome della città non mi era nuovo, ma non riuscivo a ricordare dove lo avessi letto o sentito. Scesi giù in studio ed avviai il computer, feci una ricerca e capii perché me lo ricordavo: più da giovane, durante una delle festività natalizie, avevo deciso di provare a spostarmi il più a nord possibile, nel continente, con il corpo astrale, ed ero giunto, guarda caso, a Skarsvåg. 

Trovavo strano, però, che qualcuno mi mandasse un pacco da quel posto dimenticato da Dio: fisicamente non avevo conoscenze li. A quel punto tornai su, ormai davvero curioso, ed apersi con circospezione il pacco. C’era una lettera imbusta ed indirizzata a me, ma in lingua inglese: evidentemente chi mi aveva scritto non conosceva l’italiano e probabilmente dava per scontato che io non conoscessi il norvegese; nel pacco c’era anche qualcosa, bloccato dentro da quei fiocchi di polistirolo, che si usano per evitare che qualcosa di fragile si rompa durante un trasporto.

Iniziai a spostare delicatamente quei fiocchi fasulli, ma il coinquilino sembrava preoccupato: «non sarebbe il caso che tu prima leggessi la lettera?» «E perché dovrei: sai qualcosa che io non so?» Sottintendendo che lui l’avesse già ‘letta’. «Per chi mi hai preso?» Il suo tono adesso si, che era offeso! «Credi che io abbia tempo da perdere con le tue lettere? Beh allora veditela da solo» e detto fatto sparì dalla circolazione. «Che caratterino» pensai appena capii che se n’era andato, ma forse aveva ragione lui: forse era meglio leggere, prima, il contenuto della lettera.

La busta era piuttosto spessa: cosa strana, di norma in quel tipo di busta ci si trova uno, massimo due, fogli manoscritti o stampati con un computer. Questa busta invece era piuttosto spessa, cosa che stava ad indicare che il contenuto era composto o da tanti fogli classici, oppure pochi, ma di una carta piuttosto costosa. I dubbi vennero fugati mentre aprivo, con attenzione, la busta. Il passato era costellato di lettere che avevo rovinato per la mia brutta abitudine di aprire le buste in malo modo, ma qualcosa mi diceva di porre attenzione al contenuto questa volta, per cui feci attenzione a non strappare, insieme al bordo della busta, anche il contenuto.

L’olfatto segnalò subito che non era carta bianca: avrei riconosciuto l’odore della pergamena anche in una cucina affollata da una brigata di cuochi all’opera! Chi scriveva ancora usando la pergamena, mi domandai. A parte il costo, non è facile scriverci sopra, ed inoltre già si intravvedeva una scrittura amanuense, generata sicuramente da una penna stilografica o da un pennino di antica origine. Chi diamine conoscevo che ancora usasse pergamene e penna stilografica? Nessuno che io riuscissi a ricordare.

Apersi con molta attenzione il foglio spesso che al tatto mi dava quelle bellissime sensazioni di cose antiche. Il testo iniziava cosi: «Gentile Maestro del Mattino» un inizio cordiale, ma rispettoso, «…troverai strano ricevere questo mio pacco, visto che non ci siamo mai conosciuti di persona. Qui a Skarsvåg gli stranieri sono piuttosto rari, per cui ricordo quel tuo viaggio, di tanti anni fa, qui nella nostra piccola comunità», si riferiva sicuramente al mio viaggio astrale di tanti anni prima, ma non ricordavo di averlo incontrato nemmeno a livello astrale! 

Come a rispondere alla mia domanda la lettera proseguiva così: «… come anche tu sai bene, non ci siamo incontrati a quel tempo, ma io sentii il tuo passaggio ed incuriosito ti ho seguito al tuo ritorno, scoprendo, poi con il tempo, che eri il futuro Maestro del Mattino di questa generazione.» 

Ok! Adesso cominciava a preoccuparmi: come era possibile, che né io né il nonno ci fossimo mai accorti di essere, come dire, osservati? Probabilmente il nonno se ne era reso conto, ma aveva anche deciso che questo spiarci non era pericoloso e non aveva preso in considerazione la cosa, evidentemente. Ripresi a leggere, a quel punto, piuttosto curioso. «Devi sapere, Maestro del Mattino, che in questi anni ho molto cercato un allievo a cui passare le mie esperienze ed i miei insegnamenti, ma nonostante non abbia mai smesso di cercare, non ho trovato ancora un allievo degno di questo titolo. Dimenticavo, io qui son il custode della Lama Nera degli Spiriti. La mia ricerca di un allievo, come avrai inteso, era anche volta a trovare un nuovo custode per questa lama. Sono vecchio, Maestro del Mattino, e sento che non ho più le forze necessarie per poter fare da guardiano alla Lama Nera degli Spiriti, quindi ho deciso di nominarti erede di quest’ultimo, non avendo io potuto trovare nessuno all’altezza, qui da me. Come ben saprai la stirpe dei Maghi si sta assottigliando; le nuove tecnologie distraggono i giovani dalla nostra arte,  e restiamo sempre meno, e la Lama Nera degli Spiriti non può restare senza custode: non serva ti spieghi cosa potrebbe succeder se cadesse nelle mani sbagliate. Spero tu possa accettarla e prenderti questo incarico, anche temporaneo nel caso tu trovasi chi potesse essere abbastanza degno di fiducia da diventarne nuovo custode. Lasciandotela so bene che le decisioni future, che la riguarderanno, saranno solo tue e di nessun altro. Spero tu accetti questo incarico, anche perchè, probabilmente, all’arrivo del pacco io non sarò più tra la schiera dei mortali.» 

Questa era una bruttissima notizia: un custode così antico che se ne andava, era una gran brutta cosa per la nostra, sempre meno folta, comunità, per quanto io non avessi contatti diretti con molti altri maghi, il sapere sprecato, come in questo caso, era una vera disdetta!

Mi pareva persino impossibile che non avesse trovato nessuno che volesse imparare la sua antica arte e tutto quello che aveva da insegnare: questo era il mio cruccio più grande, il sapere perso.

Pensai quasi di invocarlo per capire se era già passato oltre o se fosse ancora in circolazione dopo la sua dipartita, ma poi mi resi conto che sarebbe stata una cosa scorretta disturbare il suo riposo solo per verificarne lo stato. Se avesse avuto qualcosa da dirmi lo avrebbe fatto ora che stavo leggendo la sua missiva, e non avendolo fatto, era sciocco, ma sopratutto irrispettoso, invocarlo solo per curiosità.

Rimossi tutti quei fasulli petali, di polistirolo, ed estrassi con delicatezza la lama avvolta in una stupenda seta rossa. La appoggiai sul tavolo guardai l’oggetto non riuscendo ancora a decidermi ad estrarla da quel tessuto che, apparentemente, faceva da protezione perché non si graffiasse. In realtà quel tessuto era imbevuto di potenti incantesimi affinché nulla, di ciò che la Lama Nera degli Spiriti intrappolava, potesse passarle attraverso.

Era da molto che non sentivo parlare della Lama Nera degli Spiriti. Un oggetto mistico con una storia tutta da verificare, perché tramandata oralmente, da custode in custode nei secoli. Praticamente l’arma fu progettata da uno di più grandi costruttori di spade giapponesi: Muramasa. Questo artigiano, famoso per la sua bravura nel forgiare lame praticamente perfette, era anche noto per essere una persona tremendamente negativa. Costruiva le sue spade con il solo intento di forgiare una lama che potesse uccidere e bere il sangue del nemico di cui era a servizio. La leggenda narra che quando pregò affinché la sua spada, Juuchi Fuyu («10mila inverni») portassero «grande distruzione», le divinità le imbevvero con uno spirito assetato di sangue che, se non soddisfatto in battaglia, avrebbe portato all’omicidio o al suicidio del portatore, ed inoltre la lama diventò nera. Da quel giorno  la lama prese il nome de  «Lama Nera degli Spiriti» e furono innumerevoli le storia di guerrieri che, brandendo la sua spada, finirono per diventare pazzi o per essere uccisi. Al punto che la spada di Muramasa fu bandita attraverso un editto imperiale. L’editto fu promulgato dall’imperatore Tokugawa Ieyasu, che vide, quasi, la sua intera famiglia morire a causa della lama maledetta: sua moglie e i suoi figli adottivi furono giustiziati da quella stessa lama, il nonno fu ucciso dallo stesso Muramasa e Ieyasu stesso fu ferito da essa. Era chiaro, quindi, che la forgia di Muramasa rappresentava un pericolo e di conseguenza emise quell’editto.

L’imperatore, allora, per debellare definitivamente la sua maledizione, chiese ad un altro grande maestro di forgiatura, di fare qualcosa affinché quella lama non potesse più fare del male. 

L’artigiano in questione era un certo Masamune, che oltre ad essere il più famoso forgiatore di lame, era anche un monaco. Al vederla rimase colpito dalla sua bellezza, per cui invece di fonderla, con l’accordo dell’imperatore, operò degli incantesimi sulla Lama Nera degli Spiriti, in modo che quest’ultima diventasse un arma del bene: la Lama Nera degli Spiriti, a quel punto, poteva colpire ed uccidere gli spiriti oscuri. Non potendo in realtà uccidere uno spirito, quest’ultimo veniva imprigionato in una dimensione che era rappresentata dalla lama nera stessa.

Masamune, essendo un monaco, pensò bene anche di creare un oggetto che fosse una protezione aggiuntiva: così rese il manto, che avvolgeva tradizionalmente una spada non indossata, una barriera per gli spiriti oscuri che avessero mai trovato il modo di abbandonare la dimensione della Lama Nera degli Spiriti. Quello a cui Masamune non pensò, fu la possibilità che chi avesse rinchiuso uno spirito oscuro nella lama, avrebbe anche potuto liberarlo: per quello il maestro di Skarsvåg era preoccupato che finisse in mano sbagliate. Visto il numero, che nessuno conosceva esattamente, di spiriti rinchiusi nella lama, se trovassero il modo di convincere qualcuno a liberarli sarebbe un grosso problema, ed a quello si riferiva, nella sua lettera, quando diceva: «… e la Lama Nera degli Spiriti non può restare senza custode: non serva ti spieghi cosa potrebbe succedere, se cadesse nelle mani sbagliate…»

La Lama Nera degli Spiriti era una reliquia che andava usata con estrema cautela ed ancora più cautela andava posta nel custodirla. Mi aveva lasciato una bella gatta da pelare il maestro di Skarsvåg!!

Distruggere la Lama Nera degli Spiriti era fuori discussione, se non altro perché, alla distruzione sarebbe, seguita la liberazione degli spiriti oscuri imprigionati, per cui l’unica cosa fattibile era proteggerla dalle mani sbagliate. Non sapevo esattamente cosa farne, così nel frattempo la nascosi con un ulteriore incantesimo, di occultamento, per stare più sicuro. Appena terminato l’incantesimo di occultamento si presento il coinquilino: «Te ne sei liberato? Hai fatto bene: quella cosa porta solo disgrazie!!» E se ne riandò dandomi l’involontaria conferma, che quanto meno l’incantesimo di  occultamento funzionava.

La lasciai, momentaneamente, li sulla scrivania, pensando a cosa farne mentre salivo ai piani superiori per andare a dormire.

L’indomani, di giorno, non pensai più di tanto alla lama che riposava sulla scrivania del mio studio, ma al rientro considerai di fare quattro chiacchiere con la Creatura delle Colline sulla faccenda.

Presa la decisione di parlare con lui, mi feci una doccia veloce e mi preparai la cena, così da poter salire sui colli intorno alla città appena buio. Un’ora dopo stavo parcheggiando la macchina in uno spiazzo che dava sulla città: le luci arancioni, scelte tempo fa, un po’ per bellezza, un po’ per vincere la poca visibilità quando la nebbia si impadroniva del centro storico, invadendolo dal fiume, davano un che di incantato alla vista da quella posizione. 

«A cosa devo la tua visita Maestro del Mattino?» Mi tuonò nella testa: la Creatura delle Colline mi aveva sentito arrivare e si era palesato. «Ho ricevuto un pacco strano oggi ed aggiungerei nasce da uno personaggio piuttosto strano!» Ci fu il solito silenzio, a cui la Creatura delle Colline amava affidarsi quando voleva far capire che stesse pensando a qualcosa di profondo. «Si, il compianto maestro di Skarsvåg vi ha lasciato, mi aveva invischiato in una filosofica discussione su chi dovesse custodire la Lama Nera degli Spiriti prima di andarsene.» Il tono non mi piaceva per nulla ed immaginavo, a questo punto, a cosa avesse portato quella loro discussione. «Immagino che tu gli abbia consigliato me, per la custodia.» 

Rise, e forte anche! «Non proprio, Maestro del Mattino: gli ho consigliato di consegnartela temporaneamente così che finisse nelle giuste mani. Non vogliamo che quella lama finisca nelle mani sbagliate vero?» Era una domanda a cui chiaramente lui aveva già dato una risposta: perché perdere tempo a discutere cose ormai già discusse, decise e fatte?

«Quindi oltre al resto devo occuparmi anche della Lama Nera degli Spiriti adesso?» Evitai un tono sarcastico, che avrebbe solo fatto divertire la Creatura delle Colline visto che l’origine del mio sarcasmo era chiaramente l’essere scocciato da tale nuovo incarico. «Qualcuno doveva pensarci: dipartito il maestro di Skarsvåg; oppure credevi che morto lui la Lama Nera degli Spiriti sarebbe rimasta in qualche soffitta a prendere polvere??» Era chiaro che dava per scontata la risposta; «certo che no!! Mi suona tuttavia piuttosto strano che io fossi l’unico disponibile per conservarla: sicuramente le tue mani sono molto più sicure delle mie per un tale compito.» Questa volta il tono sarcastico l’avevo usato volutamente: almeno gli sarebbe stato chiaro che avrei gradito quanto meno essere interpellato prima che mi si assegnasse un tale dovere. «Tra l’altro, mio signore — adularlo era un modo per farlo gongolare, ma al contempo di fargli abbassare la guardia, orami lo sapevo bene — a parte, cosa che ho già fatto, nasconderla dietro un incantesimo che altro dovrei fare: io non ho accesso a risorse particolarmente adatte a proteggere certi oggetti.»

Esplose in una fragorosa risata: «dove stai cercando di portarmi adulatore di un Maestro del Mattino?» Non gli era sfuggito il tono adulatorio allora!! «Ti stai riferendo a quelle inutili cose che chiami cassaforte o simili per proteggere la Lama Nera degli Spiriti?» Presi fiato per non alterarmi: «di certo no, mio signore, ma, come tu ben sai, io non ho accesso ancora a certe aree come per esempio la dimensione limbo oppure quella specchio, che sarebbero ideali per riporre in sicurezza la Lama Nera degli Spiriti, forse alla fine il maestro di Skarsvåg si è fatto condizionare dal vostro chiacchierare, perdendo di vista la sicurezza della Lama?» Non ero certo di riuscirci, ma se andava bene mi sarei liberato della Lama Nera degli Spiriti rifilandola alla Creatura delle Colline, se tutto fosse andato secondo i miei piani.

«Quindi, Maestro del Mattino, o ti do accesso alle dimensioni superiori, oppure dovrei occuparmi io di trasferirci la lama? È questo che stai dicendo?» Adesso dovevo stare molto attento a giocarmela bene, cosa che con la Creatura delle Colline non era una cosa semplice. «Sicuramente che ce la trasferisca tu sarebbe cosa più corretta: io non avrei accesso alle dimensioni che mi sono negate per il mio ruolo, e la Lama Nera degli Spiriti sarebbe comunque al sicuro.» L’unica grosso problema di questo mio piano, era che se la Creatura delle Colline si prendeva l’onere di trasferire la Lama Nera degli Spiriti in uno di questi piani astrali, di conseguenza si assumeva la responsabilità di custodire la lama. L’alternativa però, per lui, non era migliore: dare l’accesso alle dimensioni superiori, ad un maestro umano quale io ero, era una violazione delle regole, non scritte, della Magia. Solo gli spiriti, normalmente, hanno accesso alle dimensioni superiori, o inferiori che siano, quindi adesso la Creatura delle Colline era in un bel pasticcio: se mi diceva di arrangiarmi aveva una corresponsabilità in un eventuale caso di furto, smarrimento, distruzione che potesse accadere alla Lama Nera degli Spiriti, d’altra parte se mi dava accesso alle dimensioni superiori, infrangeva una regola vecchia come la Magia stessa, sebbene non scritta da alcuna parte. L’unico modo per uscirne pulito, era avocare a se la responsabilità della conservazione della Lama Nera degli Spiriti, togliendo a me la rogna, e poi nascondendola in una delle infinite dimensioni a cui, lui si, aveva accesso.

«Devo dire caro Maestro del Mattino che questo è quasi uno scacco matto, ma quasi, perché alla fin fine io non ho corresponsabilità nella tutela della Lama Nera degli Spiriti.» Stava cercando una scappatoia: non dovevo dagli spazio di movimento: «Mi dispiace contraddirti, signore, ma sei stato tu a discutere con il maestro di Skarsvåg il destino, e la custodia, della Lama Nera degli Spiriti, quindi per quanto poco, una corresponsabilità da parte vostra c’è, purtroppo, ma c’è.» Fare finta di essere dispiaciuto per avergli fatto notare che era con le spalle al muro poteva aiutare…

Il terreno iniziò a vibrare, come di un sordo rombo ed un freddo vento iniziò a soffiare, così dal nulla: non era un buon segnale; era già successo in passato ed era successo quando in altre occasioni ero riuscito ad averla vita su qualcosa: la Creatura delle Colline era nota per non amare perdere!!

«Quindi ho questo dilemma da risolvere» aggiunse all’improvviso, mentre la terra tremava sempre più forte; «o ti do le chiavi di accesso alle dimensioni o mi prendo la briga di provvedere alle necessità della Lama Nera degli Spiriti! Adesso va: devo pensare.»

Detto ciò la terra di fermò, il vento cessò di soffiare forte e la Creatura delle Colline chiaramente se ne andò, piuttosto alterato per essersi fatto incastrare. Ci avrebbe messo un po’, ma doveva prendere una decisione: ormai la notizia della morte del maestro di Skarsvåg aveva già preso a girare, e chiunque fosse interessato alla Lama Nera degli Spiriti, sicuramente, si stava gia movendo per trovare chi l’aveva ricevuta in consegna. Finché restava nella nostra dimensione la Lama Nera degli Spiriti era facilmente reperibile, nonostante l’incantesimo di smarrimento che le avevo fatto: troppo potente, quella lama, per restare celata a lungo nella dimensione dei mortali.

Passò un giorno, ne passarono due e poi tre: il fatto che la Creatura delle Colline non si facesse vivo stava iniziando a preoccuparmi! Che avesse trovato il modo di aggirare il tiro mancino che gli avevo rifilato? E se si in che modo? Nel frammentare io ero sempre più preoccupato di avere in consegna la Lama Nera degli Spiriti: avevo ricevuto notizia di diverse fazioni che si erano messe sulle sue tracce, e questa cosa sinceramente non mi faceva stare tranquillo per nulla. Avevo pensato di aumentare le difese della casa, ma questo avrebbe potuto attirare l’attenzione di chi stava cercando la Lama: perché uno stregone mortale stava implementando difese nuove? Che motivo poteva averlo per farlo proprio in questo momento? Questi erano solo alcuni quesiti che l’implementazione di maggiori difese di casa mia avrebbero potuto avviare, per cui decisi di affidarmi all’incantesimo già fatto, cercando di potenziarlo il più possibile in attesa di avere novità dalla Creatura delle Colline.

Passarono parecchi giorni prima che ricevessi una convocazione: ma non mi era sfuggito che erano i giorni necessari ad arrivare alla luna nuova successiva al nostro incontro. Poteva essere un buon segnale: la luna nuova era usata normalmente per mascherare certe attività, come per esempio il trasferimento di un oggetto in un’altra dimensione. «Devo avercela fatta!!» Mi dissi soddisfatto mentre raggiungevo la solita collina appena fuori città, contento di essermi levato il problema di custodire la Lama Nera degli Spiriti; ero stato quasi tentato di portarla direttamente con me, ma se avevo ragione, già la Creatura delle Colline sarebbe stata di pessimo umore, girare il coltello nella ferita facendomi vedere sicuro del fatto che l’avevo avuta vinta io, non sarebbe stata una buona idea, per cui era rimasta a casa protetta dal suo incantesimo.

Arrivato al solito parcheggio, lasciai la macchina e mi diressi direttamente all’interno del boschetto: era li di solito che ci si trovava per fare le nostre conversazioni. Il suolo era fermo e non tirava venti, di per se questi erano già buoni segnagli: almeno la Creatura delle Colline non era arrabbiata o offesa!!

«Ben arrivato Maestro del Mattino» mi accolse con il solito fare tranquillo: non usava più il tono roboante da sfondarti i timpani già da dopo il nostro primo incontro. «Salute a te Signore» risposi mentalmente io. «Allora, si è trovata una soluzione al problema della lama?» Chiesi quasi con fare distratto. «Ovviamente si!! Ma purtroppo per te, non è la soluzione che hai cercato di raggiungere con quel tuo ciarlare filosofico del nostro ultimo incontro.» Sentivo chiaramente il tono sarcastico nel suo parlare: mi pareva quasi di vederlo sghignazzare tenendosi la pancia con entrambe le mani (sempre che avesse una forma umana ed avesse una pancia!!).

«Io cercavo una soluzione veloce, pratica e comoda per tutti, non cercavo di ingannare ne te o altro rammentandoti il tuo indiretto collegamento con la Lama Nera degli Spiriti, mio signore» un po’ di umiltà non faceva male, almeno finché non avessi capito cosa aveva deciso. «Visto l’importanza della questione ho convocato il consiglio del Nove per trovare la soluzione più adatta al tuo problema» il peso che mise sulla parola tuo non faceva prevedere nulla di buono… «per questo ci è voluto più tempo di quanto avessi previsto: sai come sono veloci ad emettere una decisione quelli.»

Quelli???? Certo che stava prendendo con un po’ troppa confidenza a mio parere: chiamare quelli il Consiglio dei Nove poteva dimostrarsi poco saggio, se mai fosse arrivato alle loro orecchie… si orecchie, insomma mi avete capito. Però l’uso di quelli riferito al Consiglio non faceva che rafforzare l’idea, che mi ero fatto, la Creatura delle Colline avesse del Consiglio dei Nove. In ogni caso al momento mi premeva di più sentire cosa il Consiglio dei Nove avesse decretato, più che del parere che la Creatura delle Colline avesse sul consiglio stesso: per quanto boriosa, nemmeno la Creatura delle Colline avrebbe sfidato apertamente il Consiglio dei Nove!!!

«Capisco che il Consiglio abbia molto da fare, per cui trovare tempo per cose così poco importanti, non deve essere stato semplice per loro.» Cercavo di restare neutro sul Consiglio: già in passato, con la Creatura delle Colline, ci si era scontrati con pareri divergenti sull’esistenza del Consiglio e sul perché della sua esistenza.

«Saggio non prendere posizione Maestro del Mattino: ti troveresti a dover decidere tra loro e me» disse ridendo di gusto. Anche se non poteva davvero sapere a chi andasse la mia lealtà in caso fosse mai sorto un diverbio tra lui ed il Consiglio. «Quindi che decisione è stata presa mio signore» cercavo di portare la sua attenzione lontana dal Consiglio, ancora non sapevo il motivo dell’astio che la Creatura delle Colline aveva nei confronti del Consiglio, ma in questo momento mi interessava più che la decisione del Consiglio dei Nove fosse a mio favore, o quanto meno mi venisse incontro in qualche modo.

«Dunque, immagino tu sappia che sia un Baðβ» La domanda era chiaramente offensiva per un mago, figuriamoci per un Maestro del Mattino!!! «Certo che so cosa sia un Baðβ. Anche se può avere due aspetti diversi: o un corvo o un avvoltoio; quello che non capisco è a che mi servirebbe un Baðβ: devo andare in guerra contro qualcuno?»

Nella mitologia irlandese, il Baðβ (in irlandese moderno Badb:) che significa corvo, era una entità della guerra che assumeva la forma di un corvo o di un avvoltoio, motivo per il quale era a volte chiamato Badb Catha (corvo da battaglia). Spesso causava paura e confusione tra i soldati al fine di spostare l’esito della battaglia a favore dei suoi beniamini. Baðβ appariva anche prima di una battaglia per anticipare quale sarebbe stato il livello della carneficina, o per predire la morte di qualche persona famosa. A volte lo faceva in mezzo a grida e lamenti, il che ha portato a paragonarla a Bean-sídhe o come è conosciuta ai giorni nostri ad una Banshee.

Quello che è meno noto, e che il Baðβ poteva presenziare alle guerre in qualunque dimensione, e questo mi faceva presagire, quanto meno in parte, la decisione del Consiglio dei Nove.

«I vecchi hanno deciso che ti sarà assegnato un Baðβ, avendo lui la possibilità di spostarsi tra le dimensioni lo assegnerai alla protezione della Lama Nera degli Spiriti affinché possa portarcela, e trasferirla periodicamente da una dimensione all’altra, di quelle che ti sono note. Così ha deciso il Consiglio.» Dal profondo del bosco senti un corvo gracchiare che si avvicinava e qualche secondo dopo si posò su un ramo a me vicino emettendo un verso che era un misto di lamenti, pianti e grida disperate. Fu in quel momento che capii perché spesso veniva confuso con una Banshee: il verso era tremendo da ascoltare, ed ovviamente non era nemmeno al volume che il Baðβ di solito usava durante i suoi attacchi!!

«Ecco il tuo Baðβ, Maestro del Mattino, da questo momento, e fino a nuovi ordini del Consiglio, è al tuo servizio; chiaramente solo per la protezione della Lama Nera degli Spiriti, hanno voluto questa posta postilla affinché non ti venisse in mente di farti trasportare laddove tu non sei ammesso.» Il tono era scocciato, sembrava quasi che gli dispiacesse che non potessi girovagare per le dimensioni superiori, forse avrebbe avuto piacere ad avere la mia compagnia mentre girovagava per le dimensioni? Meglio non chiedere.

«Ha un nome, un titolo con cui devo appellarlo?» Chiesi con referenza, d’altronde un Baðβ era sempre una evocazione di una entità di guerra, per cui era meglio non infastidirlo. La Creatura delle Colline sorrise di gusto: «Certo che ha un nome: Baðβ ovviamente. Come altro credevi di chiamarlo? Comunque non dargli troppa importanza o si darà delle arie prima ancora che te ne rendi conto.»

Il Baðβ emise un verso agghiacciante come risposta alla Creatura delle Colline. «Bene Baðβ, per iniziare ti pregherei finché sei in questa dimensione e con me di evitare il tuo grido di guerra, un normale gracchiare da merlo sarà sufficiente per non attirare l’attenzione dei mortali. Se potessi usarmi questa cortesia te ne sarei molto grato.» Usai un tono come se parlassi ad una persona importante: alla fin fine non era un semplice volatile. Il Baðβ sembrò apprezzare la cosa e rispose con il classico gracchiare di un normale merlo. «Se adesso, Baðβ, ti dirigi presso la mia casa, appena arrivo organizziamo lo spostamento della Lama Nera degli Spiriti quanto prima.» Speravo che usando un tono cordiale, ma rispettoso, non avrei avuto problemi con il Baðβ, ma questi mi sorprese rispondendomi nella testa «Certamente signore, mi avvio subito.» Detto fatto sparì in una nuvoletta di fumo denso dello stesso colore delle sue penne.

«Potevi dirmelo che sa esprimersi come gli umani» dissi alla Creatura delle Colline un po’ scocciato per la figura che avevo appena fatto. Lui ovviamente se la rideva alla grande: «Scusami Maestro del Mattino ma volevo vedere se quella bestiaccia voleva fare la brava o meno. Se non ti avesse fatto capire che ti capisce perfettamente ed è in grado anche di risponderti in maniera che lo capisci, allora le cose per te si mettevano male: voleva dire che non gli eri simpatico. Il tuo essere ossequioso ha avuto l’effetto che volevi evidentemente, ma ricorda cosa ti ho detto prima: non dargli troppa importanza o inizierà a darsi delle arie visto che è il primo Baðβ assegnato ad un mago da secoli in questa dimensione.»

Capivo la preoccupazione della Creatura delle Colline per cui lo ringraziai per il consiglio e presi, mentalmente, un appunto sul fatto di tenere Baðβ d’occhio specialmente i primi tempi.

«Quindi mio signore, è tutto a posto a questo punto: la Lama sarà entro notte inviata in una delle dimensioni, e sto pensando di lasciarci Baðβ di guardia, direttamente sul posto.» «Non te lo consiglio» mi rispose subito la Creatura delle Colline, «non è una entità abituata a stare bloccata in una dimensione. Per questo ti consiglio di farla portare dove vuoi tu, ma di essere chiaro sul fatto che deve rientrare subito da te una volta spostata e nascosta. Va da sé che non dirà nemmeno a te dove l’ha nascosta nella dimensione che hai deciso: alla fin fine è sempre un Baðβ!!»

«D’accordo» gli risposi asciutto sebbene non capissi bene che intendesse con quell’ultima frase: speravo solo che Baðβ non mi avrebbe creato più problemi che soluzioni alla fin fine. Mi confortava il fatto che se non altro era stata una decisione del Consiglio dei Nove per cui nemmeno un Baðβ si sarebbe sognato di contestarla. E questo mi metteva al sicuro da sparizioni non autorizzate.

Rientrai a casa e durante il viaggio cominciati a pensare ad un programma di occultamento che prevedesse spostamenti frequenti tra una dimensione e l’altra. Il fatto che il Baðβ non mi avrebbe messo al corrente di dove fosse esattamente nascosta mi metteva al sicuro da eventuali curiosi: una volta sparsa la voce che all’occultamento avrebbe provveduto un Baðβ diventa chiaro che nemmeno io sapevo dove fosse il posto in cui era stata nascosta. Ero quasi tentato anche di lasciare scegliere all’Baðβ anche la dimensione in cui celarla, ma memore dell’avviso della Creatura delle Colline pensai che non fosse una buona idea inizialmente, quanto meno.

Giunto a casa trovai Baðβ appollaiato ad un ramo dell’albero di fico che avevo in giardino e ne fui contento: almeno non pretendeva di restare in casa finché era impegnato in questo servizio. Una volta entrato, al solito preso dal panico, l’ospite mi si palesò con una raffica di domande: «Cosa fa qui un Baðβ? Hai trovato una soluzione per la Lama Nera degli Spiriti? Ma quello  deve restare qui per forza?» Non che la cosa mi stupisse, con il tempo avevo imparato che il mio ospite era quasi come un gatto per certi versi: non amava i cambiamenti, ed ogni novità lo mandava in crisi. Risposi a tutte le sue domande cercando di tranquillizzarlo, ma proprio mentre dicevo che sembrava apprezzare l’albero di fico in giardino, Baðβ comparve sulla mia spalla punzecchiandomi il lobo dell’orecchio come a farmi fretta. «Avrà da fare qualche affare suo ed avrà fretta di compiere il suo dovere.» Pensai tra me e me e ne fui contento: finalmente qualcuno interessato al proprio incarico e interessato a farlo subito e bene.

Scesi in studio cercando un particolare volume: volevo dare una ripassata all’elenco delle dimensioni a cui Baðβ aveva accesso. Iniziai a scorrere la lista redatta in passato da qualche maestro a cui era stato fornito l’accesso o, invidia delle invidie, che aveva avuto il permesso di transitarci.

«Sono tutte qui le dimensioni in cui puoi andare?» La domanda era chiaramente rivolta a Baðβ il quale mi rispose prontamente: «assolutamente no, quella è solo un piccola parte delle dimensioni a cui posso accedere, ma inizierei dimezzando anche questa eliminando subito le dimensioni oscure: sarà d’accordo con me Maestro del Mattino che non è certo il posto adatto per celare la Lama Nera degli Spiriti.» 

Lo disse con tono tranquillo, non certo con tono di superiorità che avrebbe potuto usare visto che ne sapeva più di me sulle dimensioni, e questo mi rallegrò un po’ considerando che finalmente avevo a che fare con una entità che non si sentisse una divinità in terra e mi trattava alla pari pur essendo, chiaramente, di rango superiore al mio.

«Hai già in mente qualche dimensione come primo posto dove celare la Lama, Baðβ?» Il fatto che chiedessi il suo parare sembrò prenderlo in contro piede: «di solito, mio signore, non viene chiesto il mio parere, ma se proprio lo desidera, direi che la dimensione specchio sarebbe ideale come prima locazione: li posso sfruttare la caratteristica stessa della dimensione per creare degli speculari della Lama Nera degli Spiriti così che se qualcuno sapesse dove è riposta non saprebbe riconoscere l’originale da una sua copia specchiata.»

Mi parve un’ottima idea per cui gli diedi il mio consenso —gli serviva poi? Chi lo sa!— Baðβ si sposto, volando, sulla Lama Nera degli Spiriti aperse le ali totalmente,  dopo aver artigliato il fodero avvolto nella seta di protezione, iniziò, apparentemente a vibrare, e poi sparì insieme alla Lama. Mi domandai quanto ci avrebbe messo a trovare il posto adatto, a lanciare i suoi incantesimi di protezione e a tornare, sempre che fosse intenzionato a farlo: nessuno aveva detto che tra uno spostamento e l’altro dovesse restare con me, visto poi che gli era stato proibito di trasferire me in altre dimensioni in effetti non pareva avere molto senso che mi restasse intorno.

Mentre facevo queste considerazioni, sentii un alito di vento dietro di me: era Baðβ che rientrava dalla dimensione: «già fatto tutto?» Con tono per nulla scocciato per l’ovvietà della mia domanda mi rispose: «certo, Maestro del Mattino, ricorda che il tempo scorre a velocità diverse tra le dimensioni: per te, qui, saranno passati pochi minuti, per me, invece, possono essere passate ore. In ogni caso la Lama adesso è sistemata; quando vorrai che la trasferisca nuovamente ti basterà invocarmi con questa —appena detto comparve una pergamena sulla scrivania— ed io arriverò immediatamente. Come da disposizioni del Consiglio dei Nove ci fossero problemi di qualsiasi natura a riguardo la protezione della Lama ti informerò immediatamente. Se ora non serve altro vado a cercarmi un posto dove farmi un nido in questa dimensione.»

Mi stupì la sua educazione e volontà di non apparire scortese, scorbutico o saccente: avrei dovuto mandare la Creatura delle Colline a lezione da Baðβ. «Se solo sapesse che l’ho pensato non credo sarebbe molto contento» pensai tra me e me, sorridendo. «Baðβ sei libero di cercarti un posto dove tu preferisci: visto la tua capacità di spostarti tra le dimensioni non credo, ovunque tu sia, ti servirebbe più di tanto tempo, per raggiungermi se avessi bisogno delle tue capacità. Salute e Pace.» Era il commiato Drudo, e viste le sue origini mi sembrava carino salutarlo nel modo che più gli si adattasse. «Pace e Salute a te Maestro del Mattino.» 

Fu la sua risposta cerimoniale e svanì prima che potessi aggiungere altro.

Cap. 13 – La Reliquia

Mia era e mia deve tornare: qunado una reliquia può essere il pegno di un contratto.


Ora di cena: siamo seduti uno di fronte all’altro pronti ad affondare le forchette nei piatto colmo di pasta alla carbonara, fatta con il guanciale portato da un amico della zona di Amatrice!

Ci auguriamo buon appetito, carichiamo una dose abbondanti di spaghetti sulla forchetta ormai quasi alla bocca ed entrambi ci blocchiamo. È chiaro che entrambi ci stiamo domandando se l’altro ha visto quello che abbiamo visto, ma nessuno dei due sembra voler correre il rischio di essere presi per matti.

Chiaramente, essendo io nel settore, ed essendo cosa nota, prendo l’iniziativa e glielo chiedo: «Gigi, ma l’hai visto anche tu?»

Lui mi guarda sospettoso per un attimo e poi: «quella ombra scura che è arrivata da dietro di me ed è passata tra noi due dileguandosi poi alle tue spalle? NO!!»

Chiaramente la sua risposta è più ironica, ed anche sicuramente sulla difensiva. «Io a dire il vero l’ho vista piuttosto bene, sebbene non abbia capito cosa fosse!» Gli rispondo. Sento un ringhio rabbioso nella testa: «ok l’ha vista o sentita anche il mio coinquilino». «Ehi» penso tra me e me, ma chiaramente rivolto al mio inquilino, «calma un po’! Non so nemmeno chi fosse».

La voce nella mia testa e fredda e rabbiosa: «Questo non è un porto di mare! È casa mia e non tollero passaggi o visite di altre entità senza un chiaro invito. Che non si permetta di tornare o faccio un macello!». Chiaramente il mio coinquilino è davvero furente, il fatto che senta la casa sua è un sentimento chiaramente ben radicato nel suo spirito, e mi ci mancava solo una guerra tra entità incorporee in casa a questo punto. «Lascia che me ne occupi io; se non ce la faccio ti cedo il passo e farai quello che ti pare senza distruggermi casa!»

Gigi intanto, che ormai aveva imparato a riconoscere il mio stato mentre parlavo con il mio coinquilino o altre entità, aspetta che mi riprenda e con un tono di sfottò mi chiede «Problemi in paradiso?»
Prima ancora di pensare: «Eccolo adesso parte» sento un ringhio fragoroso nella testa: chiaramente il coinquilino non gradisce essere preso alla leggera, pur conoscendo ormai Gigi da un po’ non accetta di essere preso poco seriamente.

Rimbrotto Gigi, che sa benissimo, che non deve comportarsi così con il nostro coinquilino suscettibile, ma resto con i sensi all’erta per capire se l’entità che ci è sfrecciata per casa sia ancora vicino o se ne sia davvero andata. Come se avesse intuito quello che stessi facendo, il coinquilino mi dice che sta ancora ronzando intorno la casa come se stesse decidendo il da farsi.

Son un po’ stranito: la casa è protetta da questo genere di intrusioni; le uniche due entità che possono, tranquillamente, entrare ed uscire da questa casa sono il mio coinquilino e la Creatura delle Colline. Per passare la protezione, chiunque fosse l’entità che era schizzata attraverso la cucina, doveva essere una entità piuttosto potente. Il problema era capire se era stato davvero un transito, senza uno scopo preciso, perché si stava spostando da un punto A ad un punto B, oppure se fosse stata una prova di intrusione per poi decidere che fare a seconda del risultato.

Per il resto della serata non accadde nulla di particolare, per cui finimmo la nostra cena, ormai quasi fredda, e proseguimmo con le nostre cose serali abituali. Si fecero le ventitré e Gigi mi salutò mentre saliva le scale per andare a dormire. Appena lo sentii coricarsi, scesi in cantina, seguito prontamente da Temistocle, che non voleva farsi scappare un’occasione del genere per scendere la dove, se non ero presente io, non aveva accesso.

Arrivato in cantina, mi sedetti sulla poltrona che avevo li insieme a dell’altro arredamento e che componevano il mio studio. Ripensai a quello che era successo e mi preoccupava assai che, chiunque fosse quell’entità, fosse riuscita a passare le protezioni che di norma erano più che sufficienti.

Decisi di indagare per vedere che potevo scoprire: feci una perlustrazione con il corpo astrale per vedere se riuscivo ad incrociare questo nuovo ospite, sebbene solo in transito, che si era palesato in serata. Ero evidentemente troppo teso e non riuscivo a staccarmi dal corpo così facilmente come mi riusciva di solito. Temistocle, come se avesse capito il problema, saltò giù dal suo solito posto sulla scrivania e mi sali sulle gambe cominciando a fare le fuse sempre più ritmicamente. Io non so sugli altri, ma su di me, le fusa del gatto hanno sempre avuto un effetto molto rilassante, ed in effetti dopo nemmeno un paio di minuti riprovai e mi staccai dal corpo fisico senza alcun problema iniziando così la mia perlustrazione.

Partendo dalla casa mi mossi a spirale, verso l’esterno, con una distanza, da un braccio all’altro della spirale, di non più di un metro per essere certo di non lasciare scoperto nessun punto. Ormai avevo creato una spirale di quasi un chilometro di braccio per cui decisi che non era più li. Dovevo decidere se spostarmi come zona o usare un altro metodo di ricerca.

Decisi di ampliare il raggio di ricerca per cui iniziai a salire di quota lanciando a ripetizione un incantesimo di rivelazione, ma nulla, non riuscivo a trovarlo. Feci allora un ultimo tentativo: mi spinsi ancora più in alto fino a vedere tutta la città, e soprattutto le colline a nord, e lanciai per l’ultima volta l’incantesimo: nulla, non c’era traccia apparente di entità, a parte quella in casa mia ed un altro paio che avevo localizzato già da anni in alcuni quartieri in collina; ma nulla che fosse nuovo o in movimento.

Questo risultava ancora più strano: quando facevo ricerche del genere in tutta la città almeno una decina di entità varie erano sempre in giro, per una cosa o l’altra; questa sera, dopo il passaggio di quella in casa mia, sembravano tutti spariti, tranne quelli che avevano una base fissa da qualche parte in città. Iniziai a preoccuparmi, mentre mi dirigevo verso il mio corpo fisico. Fu quasi quando fui rientrato che decisi di provare un’altra strada; cambiai direzione e mi spostai verso le colline rimanendo abbastanza alto da vederle tutte non sapendo dove fosse esattamente la Creatura delle Colline in quel momento. Lanciai una invocazione e quasi prima di averla terminata sentii la sua voce nella mia testa: «Uhm se l’hai sentito anche tu allora avevo ragione: guai grossi in vista.»

Ignorai volutamente quel «se l’hai sentito anche tu» che voleva essere uno delle sue classiche provocazioni, ma restai al contempo impressionato dal suo tono. Non era un tono preoccupato, era più un tono di qualcuno conscio di qualcosa di grosso in circolazione. «Posso sapere cosa sta succedendo? Ho visto qualcosa sfrecciare in casa mia, la qualcosa la considero già grave per la violazione dei sigilli di sicurezza che uso; inoltre è stata percepita dal mio coinquilino che ha iniziato a dare di matto; ma peggio ancora l’ha visto anche il mio coinquilino mortale!» Con questa ultima affermazione ottenni totalmente la sua attenzione. «Vuoi dirmi che un mortale l’ha vista?» Dedussi, visto che usava il femminile che sapesse esattamente di chi si trattasse, e che doveva averlo deluso per il fatto di essersi fatta vedere da un mortale. «A meno che…» aggiunse quasi pensando tra se e se, «non abbia aumentato il suo potere al punto di non poter essere più celato ai mortali.»

Aspettai un attimo e poi espressi il mio disappunto: «Senti, io non so se questa entità sia una tua amica o meno, ma primo, non gradisco che casa mia sia usata come una tangenziale occulta, ma soprattutto dovrebbe rendersi conto che farsi vedere dai mortali» e questo lo dissi scimmiottando il suo tono, «non è decisamente una cosa saggia!!»

«Davvero non lo è, salvo non stia cercando di farsi trovare da qualcuno che lei non sia riuscita a trovare per conto suo. In questo caso avrebbe un senso che si facesse vedere da chiunque, specialmente dai mortali, se è uno di loro che sta cercando.» Ero incuriosito a questo punto: chi era questa misteriosa lei? Che genere di entità era; cercava di creare problemi o cosa altro, visto che pareva in cerca di qualcuno di preciso?

«In ogni caso,» riprese la creatura delle colline, «adesso provo a vedere cosa sta combinando: ritirati in disparte e quando arriverà resta li finché non ti faccia cenno io di avvicinarti o che se ne sia andata.»

Di norma qualcun altro si sarebbe, quanto meno, risentito nel sentirsi dire di restare da parte, ma per come conoscevo la Creatura delle Colline sapevo che ogni sua affermazione aveva, almeno fino a quel momento, sempre avuto una sua motivazione. Per cui mi ritrassi nel boschetto, alle nostre spalle ed aspettai. Un suono cupo come un verso di balena, ma con toni molto meno acuti, riempì l’aria, era un suono maestoso ed al contempo ipnotico: feci fatica a restare concentrato mentre la Creatura delle Colline invitava questa entità a raggiungerlo. Non passò molto che l’aria nel boschetto iniziò ad agitarsi come se qualcosa di molto voluminoso si stesse muovendo nella nostra direzione spostando l’aria in avanti. Vidi prima una luce fioca, in fondo al limitare della radura oltre il boschetto, man mano si avvicinava diventava sempre più luminosa. Mi passò affianco in maniera strana: da un punto di vista sembrava essersi mossa ad una velocità incredibile, dall’altro invece si muoveva lentamente come un proiettile che esce da una canna di un’arma rivista al rallentatore da un filmato ad altissima definizione. Mi domandavo come fosse possibile che avessi visto entrambe le cose nello stesso momento: non aveva senso nemmeno per un’entità, per quanto potente, spostarsi in duplice modo allo stesso momento!

Cercai di prestare attenzione a cosa si dicevano, ma la lingua che stavano usando non era tra quelle che conoscevo, e dalla musicalità non era nemmeno una lingua di quelle comunemente usate ai nostri giorni. Feci caso, però, che man mano discutevano, lei diventava più o meno luminosa a seconda del tono più o meno duro che usava: era chiaro che qualcosa la stava infastidendo. Ad un certo punto, e sicuramente mentre la mia concentrazione era al minimo perché avevo deciso di non insistere a capire di che lingua si trattasse, sentii chiaramente: «ed il Maestro del Mattino» cosa fa qui?

La mia attenzione tornò immediatamente all’esile, ma trasudante di potenza, figura dell’entità: perché aveva fatto il mio nome? Sapeva dove ero, oppure stava parlando di me per qualche altro motivo; dalla risposta della creatura delle colline non cavai un ragno dal buco, perché la Creatura delle Colline le rispose in quella lingua, usata fino ad un momento prima, anche dalla strana creatura. Di nuovo accadde: era ferma a parlare con al creatura delle colline, ma contemporaneamente mi venne incontro, mi guardò con aria di sufficienza, mi girò intorno e tornò dalla Creatura delle Colline. Di nuovo non capii come avesse fatto ad essere a mio fianco e, contemporaneamente, più in la a parlare con lui. Continuarono a parlare, in quella strana lingua, per una ventina di minuti; quando evidentemente avevo finito di colloquiare l’entità divenne un globo di luce accecante e sparì senza lasciare traccia di essersi mossa.

«Vieni Maestro del Mattino, è tempo che tu torni e sappia.» Con questa frase piuttosto inquietante mi convocò; la cosa buffa è che non sapevo dove fosse; solo la voce mi dava un’indicazione approssimativa, e chiaramente non reale, della sua posizione; lo raggiunsi un po’ preoccupato: «Allora, chi è? Cosa vuole? Quando se ne va?» Appena finita la frase mi resi conto, troppo tardi, di aver posto una raffica di domande, e che questo, se così si può dire, violava l’etichetta in uso tra un mortale ed una creatura più potente come quella delle colline sicuramente era.

Stavo per chiedere scusa, ma riprese: «secondo il tuo metro potrebbe essere una minaccia, ma secondo il mio non sei ancora pronto ad affrontarla.» Lo disse più tra se e se, credo, che rivolto a me, perché il mio silenzio in risposta alla sua elucubrazione non venne nemmeno considerata. «La cosa buffa e che vuole conferire con te, ma non è certo tu sia all’altezza. Sta cercando una persona e le ho detto che con quella cosa che chiamate Internet magari faresti prima tu che non lei con i metodi tradizionali.» La cosa mi prese in contro piede, non era mai successo che la Creatura delle Colline mi desse qualche credito, così in modo esplicito, e confesso che mi ritrovai tronfio a gongolare della cosa, ma non durò molto: «sempre che tu possa davvero esserle utile in qualche modo, cosa di cui non sono sicuro.» Aggiunse, come pensando tra se e se come faceva spesso.

Ci pensai un attimo e quindi gli chiesi: «Scusami, ma se cerca me, perché non è venuta direttamente da me?» Temevo la risposta in effetti, ed avrei fatto meglio a non chiedere. La risposta fu circa: «Chiaramente voleva prima consultarsi con me, per sapere se valeva la pena perdere tempo con te o meno. Capiscimi Maestro del Mattino: non intendo dire che sei inutile, ma lei chiaramente non ti consce, mentre conosce benissimo me, di conseguenza trovo normale che si sia rivolta prima a me, piuttosto che a te.»

Mi pareva di vederlo: un sorriso sornione di chi è compiaciuto per aver offeso qualcuno in modo, però, da non dare appigli per litigare!

«Quindi ha deciso di affidarsi a me, ma se n’è andata?» Chiesi un po’ infastidito. «Aveva altro da fare: inoltre voleva essere certo che tu non rifiutassi di aiutarla, cosa che sinceramente non ti consiglierei, comunque tu prenda il suo modo di fare.» Disse la Creatura delle Colline, e così era già il secondo avvertimento che mi dava in modo sibillino: quanto doveva essere complicato trattare con lei mi stavo domandando. Come avesse inteso la mia perplessità mi disse «Beh a volte non è proprio la più disponibile delle creature, ma sa essere molto riconoscente con chi le è di aiuto.»

Credevo avesse finito invece riprese come se nel frammentare avesse cercato il modo giusto per dirlo: «anche se può essere tremendamente astiosa con chi non intende al volo le sue necessità, e può essere tremendamente vendicativa con chi, a suo parere, le ha fatto un torto; per cui attenzione a come te la giochi Maestro del Mattino: può essere un aiuto molto utile, ma una grossa seccatura se ti prende in antipatia.»

Dovevo ringraziarlo per questa precisazione? Non ne ero molto convinto: adesso ero più confuso di prima. Dovevo aiutarla senza fare domande? Oppure la mancanza di domande sarebbe stare presa come una mancanza di interesse per qualcosa che lei considerava importantissimo? E nel caso? La cosa sarebbe stata generatrice di problemi per me, o semplicemente mi avrebbe ignorato perché non le ero stato utile?

Avevo un sacco di domande che mi giravano per la testa, ma ne venne solo una da porre alla Creatura delle Colline: «Questa entità ha un nome? Mi devo rivolgere in qualche modo particolare a lei ?»
La Creatura delle Colline sembrava quasi infastidito dalla domanda: «Il nome, se vorrà, te lo dirà lei, per come gestirla fai come con me, e vedrai che le cose andranno bene.»

Facile a dirsi: anche con la Creatura delle Colline spesso non sapevo come comportarmi: a volte sembrava voler essere trattato come un vecchio amico, altre volte sembrava volesse essere trattato come una creatura potente di cui aver paura, altre volte solo con il rispetto che è previsto per una entità della sua età. Decisi che avrei risolto il rompicapo al momento in cui si sarebbe presentata: non aveva senso scervellarsi al momento, visto che non sapevo nemmeno se si sarebbe davvero presentata da me.

Ed in effetti passò qualche giorno senza notizie, né dalla Creatura delle Colline, né dalla famosa entità femminea, ed il mio coinquilino faceva, stranamente, il vago quando chiedevo informazioni a lui sul fatto che nessuno si facesse ancora sentire, visto cosa aveva detto l’entità. La cosa mi stava facendo preoccupare un po’: era passata una settimana ormai, tanto che avevo deciso che, se non si fosse fatta viva entro la serata, l’indomani sarei andato a cercare la Creatura delle Colline in cerca di spiegazioni.

La sera scesi nel mio studio notturno e, mentre sfogliavo un vecchio testo prestatomi da un amico, Temistocle drizzò le orecchie nello stesso momento in cui iniziò a soffiare; dopo qualche secondo strizzò gli occhi, fissando le scale che portavano giù nello studio, e subito dopo, si alzò inarcando la schiena con il pelo tutto dritto: nemmeno quando venne la prima volta la Creatura delle Colline si era comportato in quel modo!! Aspettai che qualcuno si palesasse: era chiaro, dal comportamento di Temistocle, che qualcuno stava arrivando. Non ci volle molto: comparve un punto luminoso nel centro della cantina, iniziò ad aumentare di dimensione, ma sopratutto di intensità; questa cosa fece infuriare Temistocle: era chiaro che la troppa luce gli stava ferendo gli occhi, prima che potessi intervenire, la belva prese la via delle scale e tornò su, al piano terra.

La luce, a quel punto scemò di intensità e cominciò a prendere una forma, avevo già un’idea di quale avrebbe preso, ingrandendosi sempre di più. Alla fine avevo davanti un figura femminile trasparente, era chiaro che non voleva presentarsi nella sua forma reale. «Non serve che usi questo tipo di proiezioni: di voi entità ne ho viste tante, non sono certo uno che si impressiona!!» Una risata stridula, che faceva rizzare i peli sul collo, arrivò dalla figura: «non ho certo problemi a farmi vedere, ma quella tua povera bestiola si è spaventa solo per un po’ di luce, cosa sarebbe successo se mi fosse presentata con la mia reale immagine? Poi… immagina reale: è passato così tanto tempo da quando l’ho usata che non ricordo nemmeno più quale sia!!» E di nuovo quella risata raggelante.

Era chiaro che, chiunque fosse realmente questa entità, non aveva intenzione di farmela facile, per cui iniziai a pescare dalla mia riserva di pazienza, che ero certo, mi sarebbe servita. «Allora Maestro del Mattino,» iniziò con fare saccente «sicuramente ti è stato già detto perché ti ho cercato…» certo che lo sapevo il perché, e glielo feci presente: «Beh si, la Creatura delle Colline mi ha fatto presente che stai cercando qualcuno e che, forse, farei prima a trovartelo io con i mezzi a disposizione in questo momento, tecnologicamente parlando!!»

Mi disse un nome ed un cognome e non disse altro. Capii che non era in vena certo di parlare, per cui mi sedetti alla scrivania e comincia a cercare su internet cosa potevo trovare sulla persona in questione. Ci volle poco per trovare una manciata di persone con lo stesso nome e cognome. «Dovresti darmi qualche indicazione di più: esistono, esagerai volutamente, almeno trenta persone in provincia con questi dati anagrafici.» Silenzio… «siamo alle solite» pensai, ma la signora disse senza un particolare tono «62 anni, dovrebbe lavorare ancora e prima che me lo chiedi ha un banco in una piazza in città.» Pensai che già era qualcosa rispetto al solo nome e cognome, affinai la ricerca e trovai quello che poteva essere la persona che cercava. Prima di aprire la pagina sull’interessato, che poteva contenere una foto, le chiesi a muso piuttosto duro: «ma una volta trovato che intenzioni hai con lui? Non mi presto a trovarti qualcuno se poi vuoi portartelo via!». Questa volta non ci furono ne silenzi ne pause, ma un tono molto aggressivo: «pensa a svolgere il tuo compito e non chiedere ciò che non deve interessarti. L’hai trovato?» Pensai tra me e me che avevo fatto bene ad aumentare la dose di pazienza: sarebbe servita tutta!! «Mia signora, mi spiace ma se non mi dici che devi fare con questo mortale non vado oltre nella ricerca!». La signora, poco signorilmente espresse il suo disappunto alla mia affermazioni coprendomi di insulti, almeno credo dal tono di voce, perché erano in una lingua che non conoscevo. «Puoi alterarti quanto vuoi mia signora, ma se non mi dici cosa devi fare con questo mortale, temo dovrai cercartelo da solo, e vista l’età, probabilmente sarà morto prima che tu lo trovi.» Avevo volutamente fare il saccente perché mi stavo stufando di quella situazione. Ci volle un po’ perché si decidesse sul da farsi, perché passarono parecchi minuti prima che riprendesse a parlare con me. «Devo riscuotere un debito di molti anni fa! Questo deve bastarti.»

Conoscendo che genere di debiti si possono contrarre con un demone, non sapendo ancora se questa entità lo fosse o meno, mi misi di traverso senza pensarci nemmeno due volte: «mi dispiace: non è sufficiente. Devo sapere di genere di debito stiamo parlando, o meglio voglio solo sapere se si tratta di debito di vita o di altro genere, e te lo dico subito: se si tratta di un debito di vita non ti aiuterò, anzi farò di tutto per proteggere il mortale in questione, visto che adesso so anche di chi si tratta.» Mi aspettavo una reazione piuttosto violenta visto gli antefatti, invece non fu così: «Ho appagato un suo desiderio molto tempo fa, ora è venuto il tempo di ripagarmi restituendomi una cosa che mi appartiene, e di certo non è la sua insignificante vita.»

Almeno non voleva ucciderlo, per ora. Man una volta riavuto quello che voleva che avrebbe fatto?» La cosa poteva prendere una brutta piega, ed io ero tenuto a dare priorità al mortale, qualunque sciocchezza avesse fatto in passato, anche se ne avevo una certa idea ormai. «Di che genere di debito stiamo parlando? Soldi ? Amore? Fortuna al gioco? O che altro?» Di nuovo la signora mi stupì per la calma nella risposta: «I primi due: sai come sono avidi i mortali, quando possono avere entrambe le cose: perché limitarsi ad averne una?» Non capivo questo cambio di atteggiamento nei miei confronti: all’arrivo era saccente ed antipatica come una delle entità del suo livello son di solito. Adesso era, fin troppo, accondiscendente.

Decisi di approfittare di questo mutato atteggiamento e provai a spingermi un po’ più in la: «e cosa aveva questo mortale per costringerti ad esaudire i suoi desideri?». «Cosa ti fa pensare che mi abbia ricattato?» Il tono di voce era seriamente incuriosito: né astioso né offeso, solo curioso. «Beh se ha un debito con te vuol dire che hai soddisfatto le sue richieste, e perdonami, ma un’entità del tuo livello, non accontenta il primo che viene a chiedere qualcosa!» Di questo ero certo: le entità come lei non erano mai magnanime nei confronti di un mortale, per cui doveva esserci dell’altro sotto. «Ha una reliquia, ereditata, che mi interessa molto. Lui non sa nemmeno cosa sia, ma mi devo essere scoperta troppo quando pretesi me la restituisse, aggiungici la sfrontatezza di un diciottenne, all’epoca dei fatti, e capisci da solo che si è spinto molto in la.»

Non volli spingermi oltre, per cui mi mossi verso il computer dicendole: «capisco mia signora, sarei solo curioso di capire che genere di oggetto possa essere per spingerti a ricercare questo mortale dopo cinquant’anni… tutto qui;» mentre manovravo sul mouse per accedere alla pagina del soggetto, «mi manca solo un osso per ricomporre il mio scheletro: e ce l’ha lui! Pensa sia una reliquia di non so quale santo.» Adesso mi era tutto più chiaro: molti sanno che questo genere di entità cercando di tornare sempre in possesso del proprio scheletro, ma non sanno il perché. Chiunque sia in possesso di un solo osso dello scheletro di una entità, o di un corpo che abbia posseduto, con il giusto rito, può mettere l’entità in condizioni di totale obbedienza. E nessuno poteva impedirglielo, salvo qualcuno che fosse in possesso di un numero maggiore di ossa e con il medesimo rito. Non doveva essere divertente fare da schiavo ad un mortale, sebbene anche solo per una manciata di decenni. Per questo cercavano sempre di recuperare lo scheletro intero della persona che avevano posseduto per poi distruggerlo.

Appena aperta la pagina del profilo, del mortale in questione, capii anche perché era nata tutta questa urgenza di tornare in possesso della reliquia: era descritto chiaramente, nel profilo, come ‘un appassionato di esoterismo’. Il che poteva significare che o conosceva già, o era in procinto di conoscere, l’incantesimo giusto per mettere ai ferri, ed al lavoro, la Signora. Era chiaro a questo punto perché non avesse aspettato che morisse per poi distruggere la casa così da distruggere anche tutto quello che c’era dentro, reliquia compresa.

«D’accordo mia signora: mi occupo io di recuperare la reliquia ed a riconsegnartela.» Ci fu uno scoppio d’ira improvviso da parte sua: tutto quello che non era ancorato al terreno mise a vibrare pericolosamente, spinto dalle vibrazioni che provenivano da lei per la rabbia. «E dovrei consegnare la mia reliquia ad un altro mortale? Sei folle se solo pensi che tenga in considerazione una simile possibilità.» Preso in contro piede, la mia risposta fu quasi un attacco: «Mi signora non scordarti con chi stai parlando! Io non sono un semplice mortale! Io sono il Maestro del Mattino! La mia parola è sacra: se dico che provvedo io a recuperare la tua reliquia e restituirtela, così sarà, e la discussione finisce qui.»

Ci fu silenzio assoluto, immaginavo si preparasse ad attaccarmi da un momento all’altro per essermi permesso di esprimermi in quel modo con lei, invece sentii una fragorosa risata entrarmi in testa: non era la signora, era la Creatura delle Colline!! «Ti avevo detto di non sottovalutarlo mia cara» disse la Creatura delle Colline «e comunque garantisco io per la validità della parola del Maestro del Mattino: se dice una cosa, così sarà, e se così non fosse ne risponderà, per primo, a me in persona.» Il tono della Creatura delle Colline era chiaro, come a dire di non sfidare troppo la fortuna mantenendo il tono dell’ultima mia frase: mi era andata bene la prima volta era meglio non sfidare la fortuna oltre!

Iniziò un fitto discorrere tra la signora ed la Creatura delle Colline nuovamente in quella lingua che non conoscevo; potevo solo intuire cosa si dicessero dal passaggio di momenti di discussione calma a momenti di ira o dell’uno o dell’altra. Dopo una decina di minuti finalmente la signora mi si rivolse, apparentemente di nuovo calma: «Così sia! Ti autorizzo a recuperare la mia reliquia ed a farmela riavere.» Mi aspettavo una qualche minaccia, era tipico di quel genere di entità, ed arrivò: «ma sia ben chiaro, se tenterai di trarre qualsivoglia beneficio dall’esserne in possesso dovrai risponderne prima alla Creatura delle Colline, come tu la chiami, e una volta liberata a me in persona!»

Le feci cenno col capo di aver inteso: ormai sapevo per esperienza diretta che non aveva senso replicare ad un’affermazione di quel genere: non era necessaria come minaccia, ma era una specie di protocollo delle creature antiche, per cui non replicai. Se ne andò: niente effetti pirotecnici, niente effetti speciali, nulla: semplicemente se ne andò. Immagino dando per scontato, che appena entrato in possesso della reliquia, l’avrei contattata io.

«Ti sei comportato da vero Maestro del Mattino» sentii dire alla Creatura delle Colline. «Temevo tu cadessi nell’errore di sottovalutarla, solo perché ti aveva detto cosa cercava.» «Non sono così stupido:» risposi, «ho capito benissimo che me l’ha detto solo per mettermi alla prova.» «È vero» replicò lui. «e devo dire che te la sei giocata davvero alla grande: altri sarebbero caduti nel suo tranello.» Il suo tono era serio per cui, per lo come lo conoscevo, era un indizio, che il suo era stato una qualche forma di complimento, cosa assai rara da da lui.

«Se n’e’ andata? Definitivamente o torna?» Il mio coinquilino si stava dimostrando piuttosto pusillanime man mano la signora diventava sempre più oggetto delle mie attenzioni: davvero la temeva? E se si perché?.

Adesso restava il problema del recupero della reliquia da risolvere: certo presentarmi li e dire «salve devo ritirare la reliquia che ha in casa da quando ha chiesto a quel demone, così lo avrebbe da sempre inteso lui, fortuna e soldi.» La cosa non era così semplice, o forse si, molto dipendeva da che atteggiamento aveva il mortale nei confronti della situazione, per cui decisi di andare a risposare, diedi la buonanotte a tutti e salii verso la camera da letto, dove ero certo, e così era, di trovare Temistocle a riscaldarmi il letto dormendoci sopra.

Ormai avevo tutte le indicazioni del mortale in questione: la zona dove viveva era chiaramente indice della sua ricchezza. Era una zona collinare nota come residenza delle famiglie più ricche della città. Però io sapevo come aveva fatto fortuna, per cui ero in vantaggio.

Arrivai all’ingresso della villa, poco prima delle diciannove, era marzo, per cui non più molto freddo, ma l’aria al tramonto era comunque frizzante. La zona in cui abitava era fatta di ville ben separate l’una dall’altra con poca illuminazione pubblica e di conseguenza si vedeva bene Venere che già brillava bassa sull’orizzonte. «Siii?» Disse una voce, chiaramente non italiana, al citofono «Sono qui per vedere il padrone di casa: gli dica che è per il ritiro della reliquia avuta 50 anni fa dalla Signora.» La domestica parve non capire: «Prego?» Ripetei la frase aggiungendo «Lei dica così al padrone di casa, vedrà che capirà.» In effetti dopo pochi minuti arrivò, trafilato, un signore anziano, almeno di apparenza, che si fermò dietro il cancello, cosa che trovai piuttosto scortese. «Mi dica» disse soltanto con tono chiaramente allarmato e nervoso. «Senta possiamo farla semplice o complicata: io devo ritirare la reliquia che lei ha conservato in cambio di tutto questo» dicendolo feci un gesto ad indicare il giardino con la piscina e tutta la villa. «La proprietaria, che le ha permesso tutto questo, mi dice che il vostro accordo era che al passaggio di cinquant’anni dall’accordo lei doveva restituire la reliquia.

L’ometto tentò una difesa in offensiva: «Senti ragazzo mio, non sai in che cosa ti stai immischiando: se vuoi un consiglio restane fuori.» Non sapevo se ridergli in faccia o prenderlo per il collo attraverso il cancello!! «Prima cosa non sono suo figlio per cui non mi chiami ragazzo mio, secondo so perfettamente, anzi so molto meglio di lei, in cosa sono stato tirato in ballo. Per cui non mi costringa a passare al lato meno simpatico del ritiro. Lei sarà anche un praticamente di magia, ma si fidi se le dico che meglio che non mi veda fare quello che so fare.»

Speravo di evitare un confronto diretto con il mortale in questione, se non altro per la sua età, ma qualcuno mi venne incontro: sentii nella mia testa, ma sapevo che non era rivolto a me infatti il vecchietto divenne pallido come un cencio: «Ascoltami mortale: consegni la reliquia al Maestro del Mattino o devo venire di persona a prenderla? E a quel punto non è detto che mi accontenti di quanto mi spetta, potrei anche passar a vedere come sta tua moglie e le tue bellissime figliole.» Io sapevo che in realtà era la Creatura delle Colline che parlava, ma il mortale evidentemente no! «Io mi domando se posso chiedere un’ultima cosa prima di riconsegnare la reliquia» disse con voce piuttosto tremula. «Vorresti ancora dell’altro?» chiese stizzita la Creatura delle Colline, sempre con voce femminile. «Solo la promessa che la mia famiglia sia al riparo da eventuali vendette: prendi me qui, ora se vuoi, ma lascia stare la mia famiglia.»

La Creatura delle Colline mi disse senza farsi udire dal mortale: « Adesso veditela tu, a me fa venire da vomitare questo essere!» E se ne andò in un turbino di vento ghiacciato che in quel contesto non aveva senso, tanto da far impallidire ancora di più, se fosse stato possibile, il povero mortale. Ripresi in mano la faccenda: «Con chi è stato fatto l’accordo? Con te, non mi pare con la tua famiglia, che allora nemmeno avevi; quindi non devi avere timori per questo: la Signora non vuole ne la tua vita, d’accordo mentii, ma a fin di bene, ne quella dei tuoi famigliari: vuole solo ciò che le spetta come da accordo.» L’ometto si mise a trafficare con le mani dietro il collo e qualche secondo dopo, guardando con nostalgia la reliquia appesa ad una catenina e richiusa in un guscio di non so che sostanza sintetica per proteggerla dal tempo, me la porse con mano tremante. «Davvero non devo temere altro? L’ultima volta che la incontrai mi promise le peggio cose allo scadere dell’accordo. Per questo mi sono messo a studiare la magia, per cercare qualche tipo di protezione da lei sebbene sapessi di non avere possibilità con uno spirito così potente da darmi tutto questo.» Mentre parlava mi indicava con la mano la sua tenuta. Potevo capire cosa intendesse, ma personalmente non lo giustificavo: avere tutto quello che lui aveva avuto tramite la magia, per me era fuori da qualsiasi schema mentale, ma la signora allora aveva accettato l’accordo, io stavo salvando la pellaccia dell’ometto, per cui la mia parte la stavo facendo come da giuramento fatto.

Presi l’oggetto e dissi solo ‘addio’ al mortale, montai in macchina e mi diressi verso le colline appena fuori città: visto la paura, che la signora, incuteva al mio inquilino preferivo incontrarla di nuovo in collina che in casa questa volta.

Passai in città a mangiare qualcosa ed aspettare un orario in cui fosse meno frequentato il posto dell’incontro. Così per le ventidue circa ero li, pronto a restituire la reliquia alla signora. Appena sceso dalla macchina la Creatura delle Colline mi diede il benvenuto incitandomi a raggiungerlo nel piccolo bosco oltre la strada: era una cosa comune per lui: temeva che qualcuno potesse vedermi parlare col nulla, ed ogni volta preferiva ritirarsi nel boschetto per parlare. «Missione compiuta?» Mi domandò. «Certo che si, e poi perché me lo domandi: eri li anche tu!» Rise al suo solito «me ne sono davvero andato quando ti ho detto che potevi continuare, quel mortale davvero mi faceva venire il volta stomaco per la paura che aveva per la sua misera vita.» Sapevo cosa intendeva, non voleva essere offensivo nei suoi confronti, per cui gli risposi «Ricordati che per noi e l’unica che abbiamo ed è molto più corta della tua esistenza, per cui avere paura di perderla per noi è piuttosto comune.» Ci fu un attimo di silenzio, che io al solito imputai ad un suo pensare tra se e se stesso. «Sai, delle volte Maestro del Mattino mi stupisci, ne ho conosciuto altri in passato, ma di solito una volta fatto il voto ed ottenuto il titolo, nel bene e nel male, si sentivano superiori agli altri mortali: tu non lo fai. Si capisce che ti senti ancora uno di loro nonostante il tuo titolo di Maestro del Mattino.»

«Che dirti» iniziai a dirgli «alla fin fine sono un mortale anch’io: addestrato e con qualche conoscenza in più, ma ho una vita con una scadenza pure io; magari riuscirò a farla durare un po’ di più della media degli altri mortali, ma scadrà comunque anche la mia.» Stavo per continuare ma la Creatura delle Colline mi zittì: «sta arrivando ed è convita che tu voglia approfittare della reliquia nelle tue mani: le facciamo uno scherzo?» Non ci credevo: la Creatura delle Colline che parlava di scherzi? Verso una creatura che per quanto ne sapevo poteva incenerirmi solo pensandolo? E lo trovava pure divertente? «Non pensarci nemmeno a mettermi nei guai» gli dissi con un tono di voce che speravo fosse abbastanza chiaro da fargli cambiare idea sullo scherzo alla Signora!!

«Allora Maestro del Mattino hai la mia reliquia?» Fu l’unica cosa che disse: certo che doveva tenerci davvero molto per non salutare nemmeno la Creatura delle Colline! «Certo che si, mia signora». Non so spiegare come, ma mi parse addirittura di percepire che si fosse rilassata. «Come faccio a dartela?» Domandai più ad entrambi loro, che solo alla signora. La Creatura delle Colline disse «mia cara, se permetti ci penso io»; «Così sia» rispose, secondo me con un tono un tantino troppo teatrale. «Tieni la reliquia per la catenina davanti a te al resto penso io». Alla faccia che se n’era andato… e come sapeva allora che era appesa ad una catenina? Allora mentono anche loro quando serve pensai, tra me e me, mentre prendevo la catenina e la posizionavo, come mia aveva specificato la Creatura delle Colline.
Fu questione di pochi secondi e la reliquia si trasformò in cenere, che si disperse nell’aria serale, sospinta da un venticello che sembrava si fosse levato apposta per l’occasione. Che la polvere della reliquia sia andata dispersa per le colline, o che fosse solo un’illusione affinché non vedessi la reliquia tornare nelle mani della signora, non lo so.

So solo che, da allora, della reliquia della signora, non se ne parlò mai più.

Con nessuno dei due.

Cap. 12 – Mirko, il Sardo.

Disquisendo sulle code… sarde !!


Fu proprio in una di quelle serate, cosiddette mondane, in realtà una sera del fine settimana, in cui ci si trovava con tutta la compagnia, che conobbi Mirko. Si era aggregato al nostro solito gruppo, in quanto cugino di uno degli abituali presenti: il Thomas; Mirco era in vacanza qui in città ed ovviamente il cugino se l’era portato dietro.

D’altronde che doveva fare? Lasciarlo a casa mentre lui faceva l’uscita del sabato sera con gli amici ? No, ovviamente. Quando mi fu presentato, non diede alcuna sensazione particolare: un ragazzo come tanti sui 25 anni circa, con le caratteristiche somatiche di suo cugino, per cui capelli molto scuri, pelle olivastra. Mirko non sembrava farne un problema contrariamente a suo cugino Thomas, che faceva di tutto per ricordare che era nato qui nel veneto e, pur avendo genitori isolani, lui era un veneto D.O.C., almeno lui si sentiva tale.

Fortunatamente il cugino non soffriva del suo stesso, evidente, senso di inferiorità rispetto agli indigeni, e quindi risultava decisamente più simpatico con quel suo accento sardo, molto pronunciato, che non tentava assolutamente di nascondere, anzi ne era quasi fiero e si capiva, forse più che altro perché sapeva di mettere in imbarazzo Thomas quando faceva pesare le sue origini marcando, più del dovuto, sulla sua cantilena nel parlare, una cosa tipica dei sardi che personalmente ho sempre apprezzato.

Per questioni di lavoro la lingua sarda ho imparato a capirla, non so parlarla, ma la capisco, almeno nei suoi tre principali dialetti. Per cui alcune sue battute sulla simpatia di alcuni amici del cugino le capivo benissimo, ma per non rovinargli il gioco, continuavo a fare finta di non capire nemmeno io, quando ci dava dei somari o dei testoni nordici e cose del genere.

La serata proseguì in pizzeria ed, a seguire, la solita proposta di andare in discoteca. Mirko, il cugino sardo in vacanza, non sembrava affatto interessato ad infilarsi in una discoteca, per cui fece delle proposte alternative, che vennero cassate una per una.

A quel punto feci la mia mossa dicendo a tutti: «Beh ragazzi; visto che nemmeno io ho tanta voglia di andare andare in disco, sapete che facciamo? Voi andate in disco, io prendo Mirko e gli faccio fare un bel giro della città by night, così avrà un ricordo di Verona, che non sia il solito giro diurno per piazza Bra, via Mazzini, la piazza, la costola e via dicendo.» Thomas parve illuminarsi alla mia proposta; fu l’unico a non trovare poco carino, mollare il cugino in vacanza per andare in discoteca.

La cosa alla fine fu accettata, e per non doverci ritrovare a fine serata disco per rientrare insieme, dissi a Thomas che, alla fine del nostro tour, avrei riportato Mirko io stesso fin sotto casa, così che non si perdesse, sai mai: Verona è una tale metropoli che senza cartina o una esperienza di vita vissuta, nell’urbe, di almeno un decennio sicuramente uno si poteva perdere!

Ci salutammo col gruppo e, salendo in macchina, chiesi a Mirko se avesse in mente da dove voler iniziare il nostro tour notturno: locali, monumenti, camminata per la città? Mirko ci pensò un attimo e poi: «direi che una passeggiata in città può essere un buon inizio per vedere che offre Verona di sera.» Concordai, con lui, sulla passeggiata per cui guidai verso il centro; lasciammo la macchina in un parcheggio, a pagamento, lungo Corso Porta Nuova e da li ci muovemmo verso il portone della Bra, con il suo grande orologio, parlando del più e del meno.

Le successive ore passarono camminando per la parte più centrale ed antica della città, mentre gli spiegavo chi fosse Mastino della Scala, la storia di Verona, di chi l’aveva gestita negli ultimi secoli. Volli ad un certo punto testarlo per cui senza preavviso gli chiesi: «Scusa la domanda, magari un tantino personale, ma tu sei un sardo con o senza la coda?» Ponendo una certa enfasi sulla parola coda.

Mirko mi guardò un attimo stranito, più incuriosito dalla domanda, che offeso dalle possibili implicazioni sessuali, che la frase poteva sembrare avere ad un non sardo, segno che aveva capito benissimo a che mi riferivo.

«Che ne sai delle code sarde tu?» Mi domandò chiaramente incuriosito, ma anche divertito a giudicare dal sorriso che aveva ponendomi la domanda. «Ahh sai sono uno che legge molto.» Gli risposi facendo il vago. «Non credo che questo tipo di argomento si trovi sui libri: di solito questo tipo di domande le fanno solo certe persone che hanno saputo da altre, come loro, ma di origini sarde la questione della coda;» mi apostrofò Mirko.

A questo punto era inutile continuare a nascondersi dietro mezze frasi e finte domande casuali: aveva fatto capire che sapeva di cosa parlavo quindi, se non altro, ne era informato anche se, non necessariamente, praticante.

«Alla fine, Mirko, comunque non mi hai risposto» gli dissi, sorridendo come a sfidarlo. Senza guardarmi in faccia: «Beh diciamo che so cosa sia una coda e cosa implichi per un sardo averla. So chi le cerca, chi le usa e come le usano. Io lo faccio? Forse, a volte, ma molto raramente, visto che comunque farlo ha sempre un costo. Tu immagino non abbia la coda, ma mi pare di capire che comunque sei dell’ambiente.»

La risposta era evidente, salvo non volessi fare il fesso e tentare di prenderlo in giro, ma non volli farlo: «Diciamo che bazzico da quando avevo 11 anni, grazie ad un nonno premuroso che mi ha addestrato, dopo la sua morte.» Mirko non fece alcun sussulto o sguardo strano alla frase «dopo la sua morte» quindi detti per scontato che capiva cosa intendessi.

Seguì una chiacchierata lunga e pacata confrontandoci su tecniche, addestramenti e credenze più o meno metropolitane, di questa cosa della coda sarda, ed alla fine mi fu chiaro che, secondo le loro leggende, avevano la coda i discendenti di una stirpe di giganti che popolarono l’isola della Sardegna in un lontano passato, ma qui nasceva un dubbio: «Scusa Mirko, ma se solo i maschi ereditarono il seme della magia, rappresentata dalla famosa coda, come facevano a nascerne di nuovi se le donne erano escluse dal procedimento?».

Mirko mi sorrise rispondendomi: «Non è che le donne sono escluse da questa eredità, solo hanno un altro distintivo invece della nostra coda. D’altronde te la immagini una poveretta con la coda? Chi l’avrebbe voluta in sposa???».

Mi diedi dello stupido pensando a quello che mi aveva appena detto: era più che normale che, se questi giganti del passato, avevano lasciato al maschio un segno del proprio seme magico, sicuramente avrebbero fatto lo stesso con le loro donne, e di certo una donna con un ciuffo di pelo lungo e fitto all’altezza del coccige non sarebbe stata allettante per un compagno, seppur con la coda anche lui.

Vidi l’ora: ormai erano le quattro passate del mattino e chiesi a Mirko che volesse fare. Lo vidi pensarci su e gli chiesi quale fosse il problema. «Il fatto è che è molto tardi, se mio cugino non è ancora rientrato, o se è rientrato ed è già a letto con le cuffie, al suo solito, mi tocca suonare e svegliare gli zii per rincasare e non mi va vista l’ora.

«Risolviamo in fretta Mirko» gli dissi quasi senza nemmeno pensarci, «andiamo a casa mia e dormi nel divano letto in sala, così non disturbi nessuno e a casa torni in orari più decenti senza svegliare nessuno.»

Mirko era un po’ dubbioso: evidentemente era combattuto tra il finire per disturbare gli zii o il disturbare me per il doverlo ospitare. «Tranquillo Mirko, sono attrezzato per soste di emergenze varie di amici e/o parenti; per quello ho il divano letto in sala, sempre pronto ed attrezzato.» Alla fine Mirko si fece convinto, ed accettò la mia proposta di ospitalità.

Arrivati a casa usai le chiavi per aprire il portoncino facendogli segno di seguirmi, ma quando salii i tre gradini che portavano al piano principale, mi resi conto che Mirko non era dietro di me. Mi girai e lo vidi fermo davanti al portoncino che si guardava intorno.

«Problemi Mirko?» gli chiesi. «Beh mi pare di capire che non saremo in due, e non mi pare molto ospitale il tuo coinquilino.» Sorrisi tra me e me, mi ero scordato che aveva la coda e che quindi sicuramente avrebbe percepito la presenza del mio coinquilino non corporeo. «Scusa Mirko ma mi è passato completamente di mente di avvisarti che la casa aveva già un suo inquilino quando la presi in affitto, ma non devi preoccuparti, abbiamo avuto tutto il tempo di presentarci e di smettere di farci la guerra: adesso siamo, se si può dire, degli amiconi

Mirko chiese a voce alta, e chiaramente non a me: «Posso? Non creo problemi ?». Prese l’assenza di una risposta come una risposta affermativa, così almeno gliela rifilai, e Mirko tranquillizzato dalla mia spiegazione, entrò in casa seguendomi più sereno. In effetti quella notte il mio coinquilino non si fece proprio sentire in nessun modo, nemmeno con me.

Lo accompagnai a fare un rapido giro della casa, sopratutto per mostrargli dove potersi lavare e fare una doccia se avesse voluto, e la sala dove, una volta aperto il divano letto già pronto da usare: era vero tutto sommato che lo tenevo sempre pronto all’uso perché capitava spesso che qualcuno, amici o sconosciuti come i ragazzi del concerto dei Pink Floid a Venezia, si fermasse a dormire da me; quindi aprendo il divano letto Mirko si trovo il letto pronto da usare con lenzuola e federe pulite con relativi cuscini.

Mirko si fece una doccia veloce e poi diede la buonanotte e scese in sala mettendosi a letto. Una volta sentito che si era sdraiato, mi feci una doccia veloce, pure io, e andai a dormire, prima di scivolare tra le braccia di Morfeo sussurrai: «Mi raccomando: lasciaci dormire stanotte!!» Non ebbi risposta per cui la presi come una risposta affermativa del mio coinquilino abituale.

Verso le 6 e trenta, mi svegliai: nonostante fosse una domenica, comunque anni di sveglia sempre alla stessa ora avevano, inevitabilmente, programmato il mio orologio interno per svegliarmi a quell’ora. Tesi l’orecchio per cercare di capire se Mirko si fosse già alzato o meno, ma sentii solo il silenzio di una casa dormiente, per cui mi alzai, scesi in cucina e preparai delle brioche che avevo in freezer, per colazione. In meno di mezzora la cucina, e l’intero piano terra della casa, profumava di brioche appena sfornate, e probabilmente il profumo era così intenso che svegliò anche Mirko.

«Buongiorno! Dormito bene ?» La domanda era più per me che per lui, volevo capire se l’inquilino lo avesse lasciato dormire o meno. «Si, si: il materasso e comodissimo.» Mi fece di rimando Mirko, «meno male va» pensai tra me e me. «Ho delle brioche appena sfornate se volessi fare colazione Mirko.»

Si presentò in boxer in cucina con i capelli tutti arruffati. «Beh in effetti farei volentieri colazione, se mi fai compagnia.»

Gli indicai il suo posto alla penisola che avevo già attrezzato per noi due e lui si sedette aspettandomi educatamente per iniziare a mangiare. Parlando la sera prima mi aveva avvisato che appena sveglio era poco reattivo fino al primo caffè, così gli presentai una tazzina fumante e gli porsi lo zucchero. Mirko prese la tazzina se l’avvicinò al naso ed aspirò profondamente; poi trangugiò il caffè caldo senza nemmeno zuccherarlo. «Ahh adesso si comincia a ragionare» esclamò e dopo aver atteso che io prendessi la prima brioche si tuffò sul vassoio a prendere la sua e cominciare a mangiare come se l’occasione di mangiarne, non si sarebbe presentata per bel po’.

«Ehi piano Mirko: ce ne sono ancora in freezer; 15 minuti in forno e sono pronte» gli dissi sorridendo. Mirko si rese conto, solo in quel momento, della figura che forse stava facendo: seminudo, in casa di uno appena conosciuto che si strafogava di brioche appena sfornate. «Scusami, ma è una vita che qualcuno non mi prepara la colazione: non ci sono più abituato, mi sto comportando da troglodita.»

Detto questo, velocemente, si alzò andò in sala e tornò con i jeans indossati e finendo di infilarsi la maglietta mentre si sedeva nuovamente. «Ecco, forse così passo meno per bifolco». Sorrisi e non commentai, soprattutto sul fatto che lo preferivo nella versione precedente: non c’era sufficiente conoscenza per buttarsi tanto in là di prima mattina!

Finita la colazione, mentre si commentava il giro turistico della serata, Mirko se ne uscì con un: «qui a Verona conosco un altro sardo con la coda, ma lui è uno che pratica da una vita e conosce le tradizioni molto meglio di me: se vuoi approfondire la magia sarda, posso metterti in contatto con lui.»

Gradii molto la sua offerta, perché, davvero, ero curioso di approfondire questo tipo di conoscenza: come diceva il nonno: «più ne saprai, nella vita, meno probabile sarà che qualcuno ti colga impreparato.»

«Posso darmi una sciacquata prima andare?» Gli risposi che sapeva dove fosse il bagno così sparì su per le scale raggiungendo il bagno, ed io mi imposi di non seguirlo con una scusa banale: sarebbe stato sciocco, visto poi che da li a qualche girono sarebbe ripartito per tornare in patria come diceva lui.

Quando scese era lavato, pettinato e vestito a modo, pronto per rientrare a casa degli zii, così presi le chiavi della macchina e ci accingemmo a partire. In 20 minuti fummo davanti casa di Thomas, e Mirko mi disse, passandomi un post-it: «Restiamo comunque in contatto, sempre che ti vada, magari la prossima volta che vengo su mi fermo da te invece che da mio cugino, così avremo più tempo di conoscerci più a fondo.»

L’ultima parte della frase l’aveva pronunciata parandomi un sorriso malizioso che mi confermò che avevo ragione e che ci poteva essere un interesse reciproco, se non fosse stato per le rispettive residenze.

«Volentieri Mirko: come hai visto di posto a casa mia ce n’è in abbondanza per amici ed ospiti, e approfondire» qui calcai il tono con un sorrisino di risposta «la nostra conoscenza piacerebbe molto anche a me».

Ci salutammo e scese dalla macchina: un saluto veloce e si avviò verso il cancello della villetta dei suoi zii.

Già mi immaginavo il mio amico assalirlo con cose tipo «ma sei matto? Dormire a casa sua? Ma lo sai che è gay?» Sorridevo all’idea di quella scena: certo che Mirko sapeva che ero gay, era uno dei motivi per cui aveva chiesto di essere ospitato al prossimo viaggio.

Passano un paio di mesi e ricevo una email da Mirko, che mi comunica che verrà a Verona, e mi chiede se l’invito resta valido, dicendo anche che se non lo è dovrà rimandare il viaggio perché è in rotta con il cugino e gli zii.

Ovviamente gli confermo che l’offerta di ospitalità resta valida in ogni momento così ci mettiamo d’accordo per trovarci all’aeroporto di Verona due giorno dopo.

Venerdì, intorno le 17, ero allo scalo davanti il portone delle uscite aspettando Mirko, che mi aveva avvisato, via messaggio, che era in orario e, tempo pochi minuti, sarebbe uscito.

In effetti dieci minuti dopo lo vedo arrivare con la sua sacca alla marinara sulla spalla e con il suo sorriso, a dire il vero un po’ forzato: analizzo l’aura e come mi aspettavo, visti i messaggi dei giorni precedenti, è grigia: tensione, preoccupazione, incertezza sul come proseguire. Non inizio con le domande a raffica subito, voglio dargli il tempo di ambientarsi all’arrivo e di non avere l’impressione che mi deve delle spiegazioni.

Saluti di rito, raggiungiamo la macchina e ci dirigiamo verso casa. «Immagino vorrai darti una rinfrescata dopo il viaggio Mirko;» Mirko però era preso dai suo pensieri e non mi risponde. Il viaggio verso casa fu tutto così: silenzio coperto dalla musica dello stereo della vettura.

Arrivati a casa entrò, questa volta senza chiedere permesso all’inquilino, altro segno che era preso dai suoi pensieri. Si stava dirigendo verso la sala, immagino pensasse di dormire ancora sul divano letto. «Seguimi Mirko: il divano letto è per le occasioni volanti: sapendo per tempo questa volta che venivi, ho fatto in tempo a preparare la stanza degli ospiti.» Sempre in silenzio mi seguì su per le scale ed in stanza. Gli indicai un armadio vuoto per i suoi vestiti, il suo letto, un caricatore con diversi cavetti USB per ricaricare i suoi dispositivi, e l’altra anta dell’armadio con dentro asciugamani ed un accappatoio con delle ciabatte infradito. Insomma quello che io consideravo il minimo sindacale per un ospite degno di quella definizione.

«Devi scusarmi se sono di poche parole» iniziò Mirko, ma sono un po’ preso da un problema di cui vorrei parlarti dopo che mi son fatto una doccia.»

Gli dissi di fare con calma, che avevamo tutto il fine settimana a nostra disposizione, se lui non avesse già fatto altri programmi. Dopo la doccia lo sentii andare in camera e sdraiarsi sul letto: aveva bisogno di riposare o pensare, ed io non volevo fargli fretta.

Per cena decisi di preparare della pizza, così da non dover uscire e poter parlare. Intorno le diciannove decisi che fosse ora di cenare, o quanto meno di tirarlo giù dal letto. Bussai alla porta, aperta a dire il vero, della sua stanza e quando mi rispose con un tono che indicava che si stava ancora svegliando, gli dissi «Mirko ho pensato volessi cenare a casa ed ho fatto della pizza, se vuoi sarà pronta tra circa 10 minuti.»

Mirko mi rispose biasciando che sarebbe sceso subito ed io tornai in cucina a vedere di sistemare piatti e necessario per cenare. Mirko mi raggiunse in nemmeno 5 minuti: era chiaro che si era vestito per restare a casa, non che la cosa mi creasse problemi, ma mi faceva piacere che avesse un’aura più limpida: forse a furia di pensare si era chiarito le idee.

Mangiammo la pizza parlando del più e del meno, del viaggio e dei progetti, molto vaghi, per il fine settimana. Finita la cena preparai un caffè e gli dissi di andare in sala che lo avrei portato li. Bevuto il caffè ormai eravamo al punto in cui o avesse iniziato a parlare o si sarebbe presentato un momento di silenzio imbarazzante per entrambi!

Fortunatamente Mirko non era intenzionato a permetterlo: «Sai quando son rientrato a casa di Thomas l’altra volta ho deciso di parlargli della coda e delle sue conseguenze: visto poi che anche lui ce l’ha sebbene cerchi di nasconderla depilandola periodicamente.»

Lo guardai incuriosito mentre gli rispondevo: «Ah avete questo genere di confidenza?» Mirko mi guardò per un attimo di traverso poi sorrise: «Non farti strane idee, solo che quando sono da lui dormiamo nella stessa stanza per cui ho avuto modo di vedere anche la sua coda, oltre ad averla sentita.»

Capii a cosa si riferiva: all’aura, forse nemmeno sapeva come si chiamasse; stava diventando evidente che per quanto riguardava la magia Mirko doveva essere un auto didatta.

«Immagino» ripresi io questa volta «che tuo cugino non ne sapesse nulla visto che se la rade periodicamente.» Questa volta fu Mirko a guardarmi sorridendo come per sfottermi: «non mi dire che tu e Thomas…» lasciò la frase in sospeso volutamente. «Assolutamente no !!» Risposi calcando su un tono quasi infastidito, «semplicemente abbiamo frequentato la stessa palestra per una stagione per chi ho avuto modo di vedere i segni della depilazione in quella zona, e sapendo che è sardo di origini, mi son fatto un idea di cosa fosse e perché se la depilava.»

«Già» rispose sconsolato Mirko «Io stupidamente non ho, invece, pensato al perché se la depilasse, così che quando ho iniziato a parlare di magia ha dato di matto.» Praticamente adesso tutti i vostri amici sanno che io sono fuori di testa e che mi credo uno stregone» aggiunse, ancora più sconsolato, prima di continuare «e quel che è peggio e che ne ha parlato ai miei zii e mia zia, ovviamente ne ha parlato con mia madre, la quale mi ha fatto un culo così per aver toccato l’argomento.»

Capivo in che genere di ginepraio si fosse infilato, sebbene non me lo avesse detto era chiaro che lui con sua madre ne aveva parlato, e lei gli aveva proibito, in maniera piuttosto chiara, di parlarne con altri, includendo automaticamente tra gli altri anche i parenti che non fossero di primo grado.

«Tua madre quindi sa, soltanto, o pratica anche ?» La domanda era piuttosto personale, e poteva portare ad una secca risposta da parte di Mirko, ma a questo punto dovevo capire bene come stavano le cose. «Sai che non so dirtelo?» Riprese Mirko, «sapere sa sicuramente cosa sia la coda e che io ce l’ho, che poi, lei, pratichi anche o meno la magia, questo non lo so: non abbiamo mai affrontato la cosa in maniera così diretta.»

«Quindi quale sarebbe il tuo piano con Thomas?» Gli chiesi: a questo punto volevo capire se io avevo un ruolo o ero solo un punto di appoggio per il suo viaggio. Mirko mi guardò dritto negli occhi, quasi in tono di sfida: «voglio dimostrare a Thomas che non mi sono inventato tutto e fargli vedere qualcosa che lo convinca definitivamente; fatto questo, poi, decida lui se vuole tagliarmi fuori dalle sue conoscenze o meno, ma almeno non passerò per un bugiardo impazzito!»

Era chiaro che voleva usare la magia, in sua presenza, per convincerlo che diceva il vero, ma cosa avesse in mente di preciso non mi era chiaro e questa cosa andava definita subito: «Io che ruolo doveri avere in questa cosa Mirko? Giusto per capire come muovermi. E bada bene: fossi anche solo un punto di appoggio per i tuoi viaggi qui a Verona non sarebbe un problema.»

Mirko era, chiaramente, sulle spine per quello che voleva dirmi, ma che non sapeva come dirmi. La sua aura continua a cambiare di colore in base ai momenti in cui credeva di aver trovato una soluzione ed il momento successivo in cui gli diventava chiaro che quella non era una buona soluzione.

«Il fatto è che io di magia non so quasi nulla, per cui mi servirebbe il tuo aiuto.» Lo disse tutto d’un fiato come se esprimere questo concetto fosse l’unico modo per riprendere fiato. «Chiarisci Mirko: vuoi che ti insegni la magia? O vuoi che la usi davanti a Thomas? O, peggio ancora, vuoi che la usi su Thomas?» Temevo la risposta a questa domanda: nel migliore dei casi non era fattibile insegnare la magia a distanza; e gli altri due casi non necessariamente comportavano dover fare del male a Thomas, cosa che non avrei assolutamente fatto mai a scopo dimostrativo.

Così con Mirko ci siamo preparati all’azione: Mirko sapeva che Thomas era molto legato ad un suo portachiavi, regalo di un amico morto in un incedente stradale. Non sapeva dove lo avesse riposto ed era da un po’ che cercava, arrabbiandosi ogni volta con se stesso, perché considerava l’oggetto un ricordo importante, e non si dava pena per averlo risposto tanto distrattamente da non ricordare dove.

Insegnai a Mirko un incantesimo di localizzazione; dovemmo ripetere l’esercizio molte volte perché Mirko si appropriasse delle capacità necessarie per portarlo a termine al primo tentativo. Procedemmo per tentativi: io nascondevo un oggetto che gli facevo prima vedere, e lui doveva localizzarlo.

Inizialmente lo esercitavo a cercarlo in casa, nelle ore successive iniziai a lasciare in giro l’oggetto esca in giro quando eravamo fuori e lui doveva, comunque riuscire a trovarlo.

Fortunatamente avere la coda, quindi il suo seme della magia, abbreviò di molto il percorso di apprendimento e la dimestichezza con l’incantesimo arrivò in fretta.

Ora restava il problema di come gestire la cosa con suo cugino: l’incantesimo, come sempre, andava espresso a livello mentale, e questo lo rendeva poco appariscente, mentre in questo caso serviva qualcosa di ben visibile per fare colpo su Thomas.

Dopo aver passato tutto il giorno ad allenarsi, Mirko si sentiva pronto, o quanto meno era impaziente di ricucire i rapporti con Thomas. «Davvero ti senti pronto? In realtà non sai dove ha perso l’oggetto: potrebbe essere in casa o chissà dove. E come ormai sai bene, più è distante e più energia ti servirà per rintracciarlo.» Mirko ci pensò un attimo su e poi: «Si questo l’ho capito, ma lui è praticamente certo che l’oggetto in questione è in casa da qualche parte, ed è certo di non averlo mai portato fuori dal villino.»

«D’accordo, se ti senti pronto allora passiamo all’azione;» lo incitai; così prese il telefono e lo chiamò. Fissarono l’appuntamento per le 21 della sera stessa, perché dal suo punto di vista, Thomas pensava che prima si facesse e prima avrebbe tappato la bocca a Mirko su queste sciocchezze sulla magia e Mirko, di contro, prima fosse stato e prima avrebbe dimostrato a Thomas che non era un pazzo che si inventava le cose.

Chiaramente l’incontro venne organizzato a casa di Thomas approfittando del fatto che i genitori erano al teatro, quella sera, e che sua sorella sarebbe stata fuori con il proprio ragazzo. Chiusa la comunicazione telefonica, però, Mirko si fece prendere dai dubbi: «Ma sarò capace a farlo sotto stress? Se poi non riesco davvero mi sarò giocato il legame con Thomas» e così via; cercai di rassicurarlo, ricordandogli che era riuscito nel rito tantissime volte ormai nelle ultime ore, e male che fosse andata gli avrei dato una mano senza far capire nulla a Thomas.

Questo parve rassicurarlo un po’, così passammo il resto del pomeriggio girando per la città, impedendogli così di pensare alla serata che avrebbe dovuto affrontare da li a poco. Alle otto e trenta eravamo già parcheggiati davanti casa di Thomas: Mirko era chiaramente nervoso, per cui dovetti ricordargli di respirare e di calmarsi altrimenti si che rischiava di fare un buco nell’acqua !!

Non servì nemmeno bussare alla porta: Thomas, chiaramente era teso quando suo cugino, per cui era già da un po’ che stava alla finestra aspettando di vederci arrivare. Quando lasciammo la macchina per incamminarci verso il cancello, Thomas si precipitò ad aprirci; ci fece entrare, e feci caso che prima di chiudere la porta si guardò intorno, come a verificare che altri non avessero notato che suo cugino Mirko fosse appena entrato a casa sua.

«Allora» iniziò Thomas, perché c’è anche lui?» Il lui chiaramente ero io, e Thomas non si spiegava la mia presenza; Mirko ne approfittò per dargli al prima stilettata: «Beh visto che qui non sono più benvenuto, ho dovuto chiedere a lui se mi ospitava, pur sapendo che rischiavo la mia verginità visto che è un caghineri

Aveva chiaramente detto gay in sardo per rendere più pesante, il ricordo a Thomas, di quando aveva chiesto a Mirko se fosse impazzito a dormire a casa mia visto che io ero dichiaratamente gay. Thomas arrossì violentemente alla parola caghineri ed io dovetti fare piuttosto fatica a non mettermi a ridergli in faccia: se era così rischioso dormire a casa mia, come mai allora aveva corso il rischio, per una intera stagione, di girarmi dinnanzi nudo quando andava e tornava dalla doccia in palestra?

Chiaramente tenni per me queste considerazioni, sebbene la voglia di chiederglielo spudoratamente fosse tanta, eravamo qui per cercare di ricucire il rapporto tra Thomas e Mirko per cui le mie, eventuali rivendicazioni, passavano in secondo piano.

Thomas accusò il colpo e ritenne buona la spiegazione, ci mancava solo dirgli che ero, anche, uno stregone per mandarlo definitivamente fuori di testa! «Allora che dovresti fare di così eclatante da farmi cambiare idea?» Chiaramente il tono di Thomas era di sfida, ma Mirko, seguendo il mio consiglio, non cadde nella trappola e restò tranquillo. «Ti ricordi il portachiavi di Andrea che non torvi più?» Chiese Mirko a Thomas. L’aura di Thomas, al solo sentire il nome di questo Andrea, alterò di scatto: da gialla per il tono di sfida, ad un grigio cupo per le sensazioni di tristezza per la morte del suo amico. «Certo che me lo ricordi: sai bene che non riesco più a trovarlo, e che questa cosa mi fa stare molto male, come se avessi mancato di rispetto ad Andrea, nell’aver perso il suo regalo.»

«Bene» disse di rimando Mirko, «allora usando la magia, lo ritroverò così da fartelo riavere.» Thomas lo guardò stranito, si domandava se Mirko si rendesse conto che se questa cosa non avesse funzionato la loro amicizia probabilmente sarebbe stata rovinata per sempre. E dall’aura di Mirko era chiaro che lui stesso stava considerando la cosa alla stessa maniera.

Mirko disse a Thomas di spostarsi nella sia camera da letto così da poter partire da un probabile punto in cui potesse essere un oggetto così importante per lui. Thomas accettò senza fare storie e salimmo nella zona notte.

Come avevo spiegato a Mirko, lui prese un foglio bianco dalla stampante del computer di Thomas e con una matita trovata sulla scrivania disegnò in maniera approssimativa la pianta della casa: due volte per il piano terra ed il piano notte, ed una terza per il piano interrato che aveva una disposizione totalmente diversa. Thomas lo osservava, senza però chiedere spiegazioni su cosa Mirko stesse facendo. Una volta finito gli schizzi della casa, ci fece sedere per terra chiedendo a Thomas, in particolare, di cercare di no muoversi e non fare rumore: Thomas sbuffò, ma accettò di farlo. Una volta seduti, Mirko comincio ad intonare l’incantesimo di reperimento.

Lo fece in sardo come gli avevo suggerito, così che Thomas potesse capire il senso di quello che pronunciava. Continuò a ripetere l’incantesimo finché non si sentì pronto e carico: a quel punto chiese a Thomas di passargli la catenina che portata al collo, appeso al quale c’era un piccolo crocefisso. Thomas borbottò qualcosa ma gliela diede: Mirko se ne avvolse una parte intorno al dito indice della mano sinistra e si fermò sul primo disegno, quello che rappresentava il piano notte della villetta. Restammo in attesa in silenzio, forse Thomas con il fiato sospeso; dopo un paio di minuti Mirko mi guardò sconsolato e cambiò disegno: questa volta usò lo schizzo che rappresentava il piano terra. Riprese a salmodiare l’incantesimo con la catenina, sempre avvolta, all’indice sinistro. Questa volta però, dopo qualche secondo, la catenina inizio a roteare, dapprima in maniera appena, appena percettibile, ma poi aumentando, sempre di più il raggio del cerchio che disegnava nell’aria.

«Vabeh sei tu che lo fai girare» borbottò Thomas; lo ripresi io mentre Mirko restava concentrato: «Se fosse anche così lascialo fare: se è lui che fa girare la catenina, allora comunque non troverà l’oggetto che cercate!» Thomas mi guardò torvo, ma mi diete ascolto. Mirko interruppe quello che stava facendo: allontanò gli altri fogli in modo che fosse visibile solo quello del piano terra; riprese il canto dell’incantesimo, e questa volta la catenina inizio a fare un movimento verticale: avanti ed indietro sempre solo in una specifica zona, dove in realtà c’era il camino in sala. Mirko prese la matita a tracciò una linea appena visibile seguendo il movimento del crocefisso. A quel punto ruoto di 90° il foglio e riprese a salmodiare la catenina riprese a dare un movimento verticale sempre nella stessa zona di prima: Mirko fece diverse prove spostando il crocifisso in altri punti del disegno, ma quando lo faceva il movimento della catenina si fermava subito. Quando tornava in quel punto dello schizzo la catenina riprendeva il movimento. Riprese la matita e tracciò un altra riga leggera andando ad incrociare, in modo perpendicolare, il tracciato che aveva fatto nel movimento precedente.

«Fatto» disse Mirko a Thomas, «il punto di incrocio delle due righe è dove sta il portachiavi. Thomas guardò il disegno e ci pensò un attimo: ma è dove ce il camino: fosse anche li sarà cenere!!» Mirko lo guardò un attimo dubbioso domandandoli «ma scusa non hai detto che era un porta chiavi? Se lo era sarà stato in metallo no?» Thomas rispose in maniera affermativa capendo dove Mirko voleva arrivare. Si alzò lui per primo dirigendosi verso la porta, quando ci fu davanti aprendola ma senza girarsi disse «allora mica abbiamo finito! Voglio proprio vedere se salterà fuori il portachiavi!!»

Sorrisi mentre io e Mirko ci alzavamo per seguirlo , scendemmo in sala e cominciammo ad ispezionare il camino: ovviamente Thomas ispezionò la parte esterna del camino, adducendo al fatto che sicuramente non era li perché lo aveva cercato diverse volte tra gli oggetti sulla cappa del camino. Mirko ricordando i miei consigli, prese la pala per raccoglier la cenere del fuoco e cercò l’oggetto; ma dopo qualche secondo mi guardò sconsolato e con fare interrogativo. Gi feci cenno di guardare anche negli angoli: fosse caduto da una tasca avrebbe potuto rimbalzare sulla pietra dinnanzi a camino per finire nella parte più interna dello stesso.

«Eccolo» esclamò Mirko con un tono di trionfo soffiando su un oggetto, del tutto nero per le ceneri che si erano depositate sopra. Thomas prese in mano il portachiavi, ormai cominciava a diventare evidente che oggetto fosse. Lo prese in mano con la delicatezza con cui prende in mano un oggetto delicato come il cristallo. Aveva gli occhi rossi, segno che davvero per lui era una reliquia importante del suo amico Andrea. Ci fu silenzio: non era il momento di reclamare il diritto di scuse per essere stato chiamato pazzo e bugiardo da Thomas, e fortunatamente Mirko lo capiva da solo.

Gli feci un cenno e ci allontanammo. «Forse adesso è meglio che torniamo a casa e lasciamo Thomas al suo dolore, ci sarà tempo per chiarire le vostre rispettive posizioni. Mirko lo guardò, forse al momento incapace di capire tanto dolore per uno che era solo un amico. Mi diede comunque ascolto e tornammo a casa mia.

«Secondo te Thomas avrà capito adesso che non mi sono inventato nulla e che è tutto vero?» Mi chiese Mirko. Sembrava che davvero gli importasse cosa suo cugino credesse di lui, se non altro perché voleva mantenere i buoni rapporti con lui ed i suoi zii con cui aveva un buon rapporto, almeno l’aveva finché Thomas non se n’era uscito con la storia della magia. «Beh sicuramente adesso ha a cosa pensare: quello che ha visto è stato più che reale, i suoi sensi non lo tradiscono, per cui può anche non accettare i fatti, ma sa che è successo davvero. Da qui al fatto che voglia imparare la magia sarda poi ce ne passa un bel po’;» cercavo di tenere un atteggiamento positivo per Mirko, ma non volevo nemmeno che si facesse troppe speranze sul fatto che Thomas di punto in bianco si interessasse alla magia sarda solo perché l’aveva vista all’opera. Mirko doveva capire che Thomas pur avendo goduto gli effetti positivi della magia in questo caso, non significava che l’avrebbe accettata nella sua vita quotidiana.

«Comunque non disperare Mirko, dobbiamo dargli il tempo di digerire quello che è successo e vedere lui come vuole gestire la cosa,» Mirko parve essere d’accordo con me, aggiungendo: «però aspettare è dura: dover stare qui non sapendo come vuole e se vuole mandare avanti il nostro rapporto ti consuma.» Capivo l’ansia di Mirko, se Thomas non avesse cambiato atteggiamento, nonostante l’aver visto la magia all’opera, Mirko non aveva null’altro da tentare ormai oltre a dichiararsi uno stregone, sebbene in fasce, gli aveva anche dimostrato di esserlo. Quindi era una strada a senza unico, non poteva tornare indietro, salvo usando un incantesimo di cancellazione della memoria, ma sono incantesimi piuttosto complicati e con risultati non sempre prevedibili, per cui si usano di rado. Poi non sarebbe stato onesto e per come avevo conosciuto Mirko poteva essere tante cose, ma non un disonesto, men che meno con Thomas a cui sembrava davvero legato.

Eravamo in giro per la città dopo aver mangiato una pizza, quando suonò il cellulare di Mirko: «Si, d’accordo, fra una mezzora? Va bene. Si certo ci sarà anche lui. A dopo.» Avevo capito la maggior parte della telefonata, ma chiesi a Mirko comunque conferma: «Thomas?» Si mi rispose Mirko piuttosto euforico, «che diceva?» Mirko era preso dai suoi pensieri per cui no mi rispose subito: «vorrebbe vederci tra mezzora al parco vicino casa sua.» Sorrisi tra me e me: «immagino sua sorella sia già rientrata!» Sorrise rispondendomi: «ovvio, perché altrimenti vederci fuori casa, ma così vicino? Non vuole parlarne in casa ma non vuole nemmeno muovere quel grosso culo!!» E sorrise mentre saliva in macchina.

Arrivammo al villino, parcheggiamo e proseguimmo a piedi verso il parco di zona. Lo trovammo seduto alla bullo su una panchina; culo sulla spalliera e piedi sulla seduta. Odiavo chi si siede così sulle panchine pubbliche, ma lasciai perdere: non era quello il momento di far notare quando fosse poco educato sedersi in quel modo dove poi devono sedersi altre persone. «Ciao ragazzi» ci salutò Thomas appena ci vide. Rispondemmo al saluto e poi silenzio da entrambe le parti. «Ragazzi forse doveri farmi un giro: avrete diverse cose di cui parlare, e non credo che la mia presenza sia necessaria o appropriata visto che son cose vostre. Solo se torni a dormire da me chiamami al cellulare che vengo a riprenderti Mirko, ok?» Mirko annuì pensieroso e Thomas non disse nulla, per cui me ne tornai al parcheggio presi la macchina e tornai a casa domandandomi come sarebbe finita fra quei due cugini testoni.

Arrivato a casa decisi di comportarmi come se fossi solo, avrei fatto una doccia letto un po’ di un romanzo che avevo iniziato durante la settima poi sarei andato a dormire. Se Mirko non avesse risolto con suo cugino, per avesse avuto ancora bisogno di un appoggio per dormire mi avrebbe chiamato, e con il cellulare sul comodino ed abituato alle chiamate per la reperibilità sapevo che mi sarei svegliato non appena il cellulare avesse preso a suonare; ma quella notte il cellulare non squillò, per cui: o passarono l’intera notte a chiacchierare oppure le cose erano rientrate nella norma Thomas aveva dato ospitalità a Mirko facendolo dormire di nuovo da lui. Sapevo solo che erano le 6 e 30 del mattino e non avevo ricevuto chiamate.

«Con tutto quello che potresti fare, non hai di meglio che seguire quei due fessi?» La frase mi tuonò nella testa infastidendomi non poco: ricevere messaggi telepatici quasi urlati appena svegliati non era il massimo. «Premettendo che non sono due fessi ossia uno è un mio amico e l’altro è suo cugino, a te che interessa alla fin fine?» Chiaramente era il mio inquilino che stranamente era rimasto fuori da questa faccenda: da quando Mirko era arrivato il pomeriggio precedente sino ad ora non si era fatto ne sentire, ne si era manifestato ne con me ne con Mirko, il che in effetti mi aveva un po’ incuriosito. «Adesso che hanno fatto pace il moccioso torna a dormire dal cugino immagino.» «Tu non immagini, tu lo speri che è tutt’altra questione. A proposito, come mai te ne sei stato buono buonino ieri ed oggi? Di solito non sei così carino con i miei ospiti;» lo stuzzicai volutamente perché davvero ero curioso di questo cambio di atteggiamento. «Diciamo che prima si leva di torno e meglio sto!» Ecco adesso lo riconoscevo, ma sentivo che mi stava nascondendo qualcosa e volevo sapere cosa; «allora che problemi hai con Mirko?»

«Ti sembro uno che può avere dei problemi con un mortale?» Mi chiese con tono quasi annoiato, ma ormai lo conoscevo abbastanza da sapere quando cercava di glissare, ed era quello che stava tentando di fare e non avevo nessuna intenzione di permetterglielo!! «Allora che mi nascondi; sembra quasi tu abbia paura di Mirko, nemmeno con me hai mai usato tanto i guanti bianchi!» La misi come se mi stessi offendendo per essere stato preso meno sul serio di Mirko. L’aria in camera comincio a muoversi; guardai le finestre ed erano entrambe chiuse, ecco altro ospite in arrivo. «Allora diglielo su, che fai ti vergogni?» Altra voce ed ormai la riconoscevo al primo accenno: era la creatura delle colline che aveva deciso di aggregarsi, cos piuttosto anomala per il suo modo di fare. «Buongiorno anche a te» dissi rivolgendomi all’aria che ancora si muoveva in camera. «Buongiorno a te Maestro del Mattino.» Da quando aveva avuto conferma del mio nome mistico gli piaceva usarlo sempre quando era con me. Forse perché sapeva che a me dava fastidio: se lo avesse sentito chi non doveva concerto sarebbe stato un bel problema, ma non c’era verso: a lui piaceva chiamarmi così ed io dovevo sperare sulla sua capacità di sapere quando poteva dirlo senza farmi correre rischi!

«Allora cosa mi nascondente voi due? E tu creatura delle colline non fare il finto tonto che è chiaro che sai cosa lui vuole evitare.»

Silenzio da entrambi finché «allora se non glielo dici tu glielo dico io;» aggiunse la creatura delle colline. «Basta che qualcuno mi dica che sta succedendo» aggiunsi io forando un apparente tono scocciato.

L’inquilino sbottò: «io non ho nulla da dire;» mi rivolsi alla creatura delle colline «e tu che hai da dirmi allora?» Come spesso capitava, per darmi l’illusione di parlare con un corpo la creatura delle colline faceva muovere l’aria dando l’impressione che qualcuno fisicamente si stesse muovendo vicino a me; «beh pare che il tuo amico Mirko stia indigesto al tuo inquilino.» Rimasi sorpresi: se qualcuno gli stava antipatico di solito non faceva nulla per nasconderlo, anzi si dava un gran da fare con manifestazioni spiritiche evidenti per farlo scappare via!

«Pare che il tuo amico Mirko sia un sardo di una linea di sangue particolare»… silenzio… «e quindi?» Lo incalzai, era fastidioso dover alimentare il suo ego a volte, ma o facevi così o lasciava i discorsi in sospeso anche per giorni. «Beh pare che discenda da una famiglia di streghe sarde dedicate agli esorcismi, per cui cacciarlo da qui per lui sarebbe un gioco da bambini.» Mi pareva di vedere uno dei tanti volti mostratimi dalla creatura delle colline in passato, con un ghigno stampato sul muso.

«Ma se per insegnargli un semplice incantesimo di localizzazione ci ho messo quasi un giorno??!?! Che vuoi che possa fare al mio inquilino?». La creatura delle colline rise, con quella sua risata cristallina che era così rilassante e minacciosa allo stesso tempo. «Vero, ma con quello che gli scorre nel sangue gli basterebbe volerlo per cacciarlo via, perché credi sennò che da quando bazzica casa tua non si sia mai fatto sentire quando cel Mirko qui; e lo sai quanto gli piace fare la prima donna con i tuoi nuovi amici.» L’inquilino non interveniva nella discussione, per cui immaginai che la creatura delle colline avesse ragione, altrimenti avrebbe tentato di smentirlo in qualche modo.

«Comunque stai pure tranquillo: finché ci vivo io qui, nessuno ti caccerà via di qui !!» Speravo che l’inquilino capisse che ero sincero con lui. «Non avrebbe motivo poi nemmeno per provarci, non ti pare? Non ti ricordi come fu educato il primo giorno che venne qui? Ti chiese persino il permesso di entrare.»

«E questo è strano» si intromise la creatura delle colline, «in effetti come istinto, visto che ti ha percepito, avrebbe dovuto colpire senza preavviso e isolare la casa da te.» Risposi io: «Magari perché era mia ospite? Non sarebbe stato carino essere ospitato per la notte e come prima cosa avviare una guerra con il mio inquilino: io sicuramente non l’avrei presa bene». L’inquilino sembro sobbalzare: « e che avresti fatto? Mi avresti difeso ?» Mi resi conto che la conversazione stava diventando assurda, comunque gli risposi senza pensarci nemmeno un attimo: «certo che ti avrei difeso: dividiamo casa e nessuno deve permettersi di metterci il becco. Al massimo gli concedo, se non gli sta bene, di girare i tacchi ed andarsene, non certo di attaccare un mio coinquilino!» «Interessante» si intromise di nuovo la creatura delle colline, «tu lo difenderesti da un tuo pari che ha nel sangue il recidere il legame tra un infestante ed il suo infestato ?» «Chiariamo una cosa» risposi «a casa mia valgono le mie regole non quelle di qualsivoglia casta di stregoni o maghi; come dicevo prima se non sta bene loro, possono anche tornare da dove son venuti.» Avevo volutamente usato la terza persona plurale per escludere la creatura delle colline dalla ipotesi: di certo no volevo mettermi a litigare con lui di prima mattina!!! «Saggia scelta di verbi Maestro del Mattino» e segui la sua solito risata cristallina. «Vuoi evitare lo scontro con me mi pare di capire.» La chiacchierata stava prendendo una brutta piega: «io non voglio confrontarmi con nessuno: dico solo a casa mia valgono le mie regole, Punto.»

La creatura delle colline parve accontentarsi di questa risposta perché non prosegui il discorso che poteva prendere una gran brutta piega!!

«Comunque questo stregone va addestrato!» disse all’improvviso la creatura delle colline. «Se stai pensando a me, non vedo come: vive in Sardegna e capita qui occasionalmente; sarebbe un addestramento che richiederebbe dei decenni per avere una qualche risultanza seria.» Silenzio… di solito significava che la creatura delle colline stava pensando a come risolvere il problema. «Forse se gliene parlassi si trasferirebbe qui in pianta stabile per il tempo necessario.» Non potevo credere che stesse dicendo sul serio: «Cioè dovrei mettermi in casa un allievo per 5/7 anni ed a che scopo: io non conosco nemmeno la magia sarda!!» «Vero da questo punto di vista sei limitato ancora;» aggiunse la creatura delle colline soprappensiero non considerando che avrei potuto anche prenderla vagamente come una offesa. A quel punto pensai «Adesso ti sistemo io» e preso il toro per le corna senza pietà gli dissi: «perché non te lo prendi come tuo allievo: tanto non hai problemi a spostarti e non hai certo problemi di tempo!!» Di nuovo silenzio… «anzi perché non ti trasferisci direttamente da lui e resti li?» si inserì l’inquilino, ma il tono da sfottò era troppo chiaro per essere preso sul serio!!

«In effetti è parecchio tempo che non addestro nessuno, potrebbe essere stimolante.» Disse la creatura delle colline. «Chiaramente io non voglio essere tirato in ballo» precisai immediatamente. «Questo lo desiderò io via via che prosegue con il suo addestramento» dal tono usato la sua non era una supposizione, era una cosa che aveva già deciso. «E come ti presenti lui? Salve da oggi sono il tuo maestro?» Ancora quel tono di sfottò dell’inquilino: prima o poi avrebbe avviato uno scontro se la piantava di usare quel tono da saputello. «Beh ci son diverse possibilità: può presentarmi il Maestro del Mattino, oppure potrei prendere forma umana per qualche anno, mentre lo addestro. I modi non mancano.» Gli rammentai «io ne resto fuori: non dimenticartelo.» La reazione, purtroppo fu quella che mi attendevo: «tu resti fuori finché io decido che puoi restarne fuori, mi pare normale.» E per lui il discorso era chiuso lui sul mio entrarci o meno.

«Insomma gente,» iniziai, «stiamo parlando pur sempre di una persona: non credete che debba dire la sua in merito? O si decide noi per lui indifferentemente da cosa stia bene a lui o meno?»

Questa volta la voce della creatura delle colline fu sottile e tagliente: «tu hai potuto decidere quando tuo nonno ti ha addestrato? NO. Alloa non vedo cosa c’entri la volontà di Mirko in questa cosa: stiamo decidendo del suo futuro da stregone, mica di chi deve sposarsi!!». Cercai di calmarlo sperando che l’inquilino non saltasse fuori con qualche sua battutaccia proprio ora!! «Devi capire però,» creatura delle colline «che le priorità di un mortale son diverse dalle nostre. Non credo si avrebbe un buon risultato imponendogli la cosa a forza. Poi magari mi sbaglio visto che tu hai molta più esperienza di me in queste cose.»

Ormai era tardi: si era messo in moto: «Va bene: è deciso, il ragazzo va addestrato e me ne occuperò io. Non servirà che me lo presenti: mi presenterò da solo quando sarà il momento e fidati: non mi dirà di no!!» «Non ho dubbi, creatura delle colline, che non si rifiuterà, immagino tu sia essere molto convincente solo, se mi è consentito, non forzarlo se non si sente pronto. Poi è chiaro che deciderai tu Come muoverti.»

Dando l’impressione di non avermi minimamente ascoltato «Bene direi che è stato discusso tutto quello che andava discusso su questo argomento: adesso vado: scendo a casa sua che comincio a consocerò la sua famiglia ed i suoi amici.» L’aria nella stanza si fermò. Ecco semplicemente se n’era andato.

«Perché fai il lecchino con lui?» Mi chiese il coinquilino, «Non faccio il lecchino, cerco solo di evitare scontri inutili, cosa che tu invece pare vai cercando a tutti i costi: lo sai vero che con lui non hai possibilità?» Sbuffò, segnale che pure lui se n’era andato. Restai solo seduto sul letto a pensare alla decisione della creatura delle colline di far diventare Mirko un suo allievo. Sarebbe stata una cosa positiva? O negativa? Per quel poco che la conoscevo la creatura era una creatura molto potente, quindi in teoria aveva molto da insegnargli. La mia preoccupazione restava però se avrebbe solo addestrato Mirko o se lo avrebbe plasmato a sua immagine e somiglianza, Il secondo caso mi spaventava perché ancora non conoscevo affatto il lato più oscuro della creatura delle colline e qualcosa mi diceva che era meglio così, ma se fosse diventato maestro di Mirko, a quest’ultimo sarebbe stata risparmiata la parte più oscura dell’animo della creatura delle colline? O anche quella avrebbe fatto parte dell’addestramento?

L’unica cosa da fare era aspettare e vedere come sviluppava l’addestramento di Mirko e sperare di non entrare in contrasto con la creatura delle colline per quello che gli stava insegnando: sarebbe stato uno scontro piuttosto sanguinolento se fossimo arrivati ai ferri corti io e la creatura delle colline!!!

 

Cap. 11 – La Chiesa Sconsacrata

Spesso, appena fuori dalle nostre città, ci sono posti interessanti da visitare: incantati o stregati che importanza ha? Ci attirano comunque.


Era novembre inoltrato, un novembre di quegli anni in cui, ancora, la nebbia poteva essere definita tale, ossia talmente fitta che se guardavi a terra vedevi si e no le tue ginocchia.

Quel tipo di giornate mi avevano sempre fatto sentire bene: non ho mai capito la gente che si trova a disagio nella nebbia, al di la del senso di protezione che mi da, percepire le persone, più che sentirle o vederle fisicamente, mi ha sempre dato il vantaggio di capire subito con chi avevo a che fare. Solo che questa pareva essere una caratteristica tutta mia.

La maggioranza delle persone che conoscevo, e pure di quelle che conosco tuttora, si sentono a disagio nella nebbia: il non poter usare i solito sensi per identificare le persone o le cose, pare sia il motivo principale di questa sensazione di disagio che la nebbia sembra inculcare nelle persone.

Era un sabato mattina, ed era un po’ che avevo programmato una camminata per le colline appena fuori dalla città: avevo letto di vecchi manieri, chiese sconsacrate ed altre cose, più o meno, interessanti da visitare. Ero conscio del fatto che probabilmente appena salito un po’ di quota la nebbia si sarebbe diradata, ma per intanto me la godevo camminando per la città dirigendomi verso la zona est, per raggiungere uno dei tanti percorsi per amanti delle camminate, che portavano su, ed attraversavano le colline.

Ho sempre preferito camminare, finché ho potuto, quindi allora venticinquenne impavido, che potevano essere mai una quindicina di chilometri, da fare a piedi, per raggiungere questi posti che mi tanto mi interessavano??

Partii intorno le otto del mattino fermandomi, strada facendo, presso la mia pasticceria preferita, così da caricarmi di carboidrati e liquidi, leggete pure abbuffarmi di cornetti, bomboloni e quanto d’altro il forno avesse sfornato da poco, il tutto accompagnato da una fumante cioccolata calda, coperta da una montagna di panna montata; e parliamo di panna montata vera, non quelle schifezze che si trovano nelle bombolette spray!

Ben rifocillato, ripresi il cammino verso le colline con passo sostenuto, non volevo arrivare su troppo tardi, altrimenti avrei dovuto ridurre i posti da vedere!

Arrivai al primo punto della mia personale mappa di viste verso le undici, stranamente la nebbia non si era dissolta del tutto, man mano salissi di quota, ma essendo novembre non ci feci caso più di tanto, anzi ero pure più contento: la nebbia dava un che di misterioso al castello che avevo davanti. D’accordo castello forse una volta, adesso qualche muro diroccato ancora in piedi, a testimonianza del castello che fu. Iniziai a leggere avidamente gli appunti che mi ero stampato, da internet, sulla storia di questo maniero.

La costruzione primaria risaliva al X° secolo, come spesso capitava nel nord del paese, questi vecchi castelli, con l’andar del tempo, venivano ampliati e rimessi in uso: perché sprecare quello che esisteva già ?

Più avanti nel tempo gli Asburgo ne presero possesso conformandolo alle loro necessità belliche, quindi, alla fin fine, il castello era stato in uso fino a tempi relativamente recenti pensai. Di certo con gli Asburgo era stata piuttosto fortificata: aveva 18 cannoni da 9,5 centimetri, di cui la metà rigata e l’altra no, più un paio di mortali da 24 centimetri; avevano anche un discreto arsenale: circa 48000 chilogrammi di polveri esplosive varie!

Tutto sommato la fortezza era tenuta ancora piuttosto bene: le torri erano tutte in piedi, anche se mancavano loro totalmente le merlature; purtroppo, al solito in questo paese, l’accesso era consentito solo alla corte maggiore dall’ingresso ottocentesco. Laddove esisteva la polveriera c’erano dei lavori in corso, forse da li a qualche tempo avrebbero riaperto anche quel locale, al pubblico.

Decisi che avrei fatto una ricognizione completa dell’immobile sfruttando il corpo astrale in un secondo momento: per farlo avevo bisogno di posto dove rilassarmi e non essere disturbato!

Lasciai il castello muovendomi alla ricerca del vero pezzo forte, almeno per me: la vecchia chiesa, sconsacrata, di San Venerio.

In realtà adesso è solo un immobile fatiscente, ma da voci raccolte in città, la notte c’era un certo movimento che volevo verificare: di gente così pazza da tentare di fare messe nere il mondo è pieno, ma che addirittura usino una chiesa sconsacrata, allora vanno cercando guai e pure di quelli grossi!

Mi fu chiaro da subito che le voci raccolte in città non erano solo voci osservando gli sguardi preoccupati delle persone a cui domandavo indicazioni per raggiungerla. Addirittura un anziano contadino del posto mi incitò, in dialetto piuttosto stretto, di starci lontano, che li succedevano ‘cose brutte’ e non solo, sempre di notte.

Questo non fece che aumentare la mia determinazione nel voler trovare il posto. Ed alla fine camminando su sentieri sterrati che battevano tutte le colline iniziai a sentire freddo: ma non il freddo dovuto a quella persistente nebbia che non voleva alzarsi, ma un freddo interiore, arcaico, cattivo. Mi fu sufficiente seguire quella traccia di fredda aria stantia e maleodorante per trovare quello che restava della chiesa.

Appena arrivato mi si strinse un po’ il cuore: di quella che fu la casa di religiosi e credenti erano rimaste solo le mura di cinta e, a dire il vero, a guardarle nemmeno quelle troppo sicure!

Restai un po’ fuori a guardare quei muri in pietra chiara, rifugio un tempo di preti, monaci e persone che cercavano pace interiore. Adesso però, da quello che percepivo, invece veniva dato rifugio a gente di malanimo, in cerca di vendette, di potere, di denaro e tutti in cerca di ottenere quello che cercavano in modo rapido e senza fatica. Stolti!

Ai giorni nostri dovrebbe essere noto a tutti che la magia nera richiede sempre un tributo e di norma il tributo preteso ha un valore molto più alto di quello che si chiede di ottenere, sebbene chi si propone di accontentarti non te lo faccia capire.

Entrai nella ormai distrutta chiesa, facendo molta attenzione a dove mettevo i piedi ed a dove mi appoggiavo: avevo l’impressione che il posto stesse in piedi solo grazie alla volontà di quegli spiriti oscuri spesso invocati li dentro. Il che, se fosse stato vero, era rischioso per me: avessero capito chi ero, e cosa cercavo, avrebbero anche potuto farmi crollare ciò che restava della chiesa addosso.

L’interno era spoglio come era prevedibile dall’esterno. Solo in fondo alla, quella che fu, navata, c’era una roccia malamente lavorata; ad un occhio inesperto era solo una roccia lavorata male; ma ai miei occhi, era chiaramente un altare oscuro; ossia quello che veniva usato come altare per quelle, che il popolino, chiama messe nere.

Di certo li dentro non si facevano festini per compleanni o per matrimoni: l’aria era satura, pur non essendoci più un tetto, di odori ben precisi: incensi, estratti di piante, olii essenziali e quanto altro si usava durante uno di questi riti. Erano tutte sostanze in uso per riti di magia nera, senza alcuna possibilità di essere in dubbio. Aveva ragione chi mi aveva avvisato su questo posto. Andava controllato e se necessario ripulito!

Mi levai lo zainetto da spalla, aprendolo ed estraendone alcuni sacchetti di stoffa in cui erano stivati, a seconda del sacchetto, varie erbe e cristalli. Ognuno aveva lo scopo di aprire una breccia nelle protezioni che erano state erette intorno all’immobile.

In questo modo avrei potuto curiosare all’interno durante uno dei loro incontri segreti: chiaramente non fisicamente, ma lo spostamento astrale, per queste attività, era la cosa più comoda: assistere in forma non fisica e quindi difficilmente rilevabile a cosa accadesse li dentro. Era la cosa più saggia da fare finché non avessi saputo più di preciso in cosa erano immischiati.

Mancavano solo tre giorni alla luna nuova, sicuramente un momento buono per fare uno dei loro incontri: era solo questione di avere pazienza qualche giorno e poi iniziare la caccia!!

Arrivò il terzo giorno, quello di luna nuova, così la sera mi preparai ad andare a dare un occhiata alla chiesa sconsacrata, per farmi un idea se si trattasse solo di gente stupida, o peggio, di gente che sapeva cosa stesse facendo: avevo solo il problema degli orari; a che ora si trovavano? Il mio contatto non era riuscito ad essere preciso su questa informazione, sapeva solo che si trovavano sempre e solo dopo il tramonto.

Cosa comprensibile per diversi motivi: dall’essere meno notati, man mano si arrivava alla ex chiesa, al fatto che molte entità preferivano manifestarsi in quella che volgarmente viene chiamata l’ora delle streghe, ossia intorno le tre di mattino. Vista la mia solita fortuna si sarebbero trovati per le tre, per cui mi misi l’anima in pace e mi arresi all’idea di passare la notte in bianco.

Essendo pieno inverno, il sole tramontava piuttosto in fretta, per cui avrei dovuto fare delle incursioni, più o meno periodiche, per capire a che ora iniziavano ad arrivare i partecipanti.

Decisi di usare come orario di partenza le ventidue: prima sarebbe stato ancora rischioso visto l’alto numero di posti in zona dove le coppie si imboscavano con le macchine, per avere un po’ di intimità necessaria per fare del sesso decente, per quanto in macchina.

Non ho mai capito chi preferisce fare sesso in macchina quando ha invece disponibile un bel letto comodo ed al caldo. Questione di gusti immagino!

Mi misi comodo in poltrona verso le nove e quarantacinque così da poter avviare la procedura di distacco del corpo astrale da quello fisico: mi bastavano pochi minuti all’inizio, poi diventava quasi istantaneo come processo.

Più per abitudine che per necessità o cortesia, avvisai il mio inquilino della serata in previsione così che non ci mettesse il becco dentro. Si era dimostrato di un curioso allucinante quando partivo per una caccia!!

Lascai una candela piuttosto larga accesa, così da avere un punto di riferimento in caso di bisogno di una ritirata rapida, e cominciai a rallentare il respiro e di conseguenza il battito cardiaco. Ormai erano anni che usavo questo modo di viaggiare quando mi serviva, ma non riuscivo ad abituarmi mai alla sensazione di distacco che provavo ogni volta che il corpo astrale si staccava da quello fisico.

Contrariamente a quanto si favoleggia, non c’è alcun cordone ombelicale metafisico che ti tiene legato al corpo fisico, per cui, se non stai attento a quello che combini, ed il corpo muore, tu resti incastrato nel piano astrale per il resto dei giorni di questo mondo, e non è il caso che ciò accada!!

Una volta staccato dal corpo fisico, al solito e non so perché, mi girai per guardare il mio corpo fisico seduto in poltrona: era una consuetudine che mi aveva insegnato il nonno durante i primi esercizi. Non avevo chiesto spiegazioni allora e ne me ne dette mai a riguardo.

Per spostarsi con il corpo astrale ci sono due metodi:

  • il primo prevede il percorrere il tragitto da dove sei a dove vuoi andare. È un po’ come spostarsi in elicottero seguendo un percorso ben preciso. Questo è il metodo usato di solito dai novizi, perché più facile da controllare, ed a dirla tutta anche più bello perché potevi vedere tutto il percorso che abitualmente facevi al livello del suolo camminando o viaggiando in macchina, dall’alto, godendo di una vista ed una prospettiva del tutto diversa.
  • il secondo prevedeva lo spostamento immediato: pensavi dove volevi arrivare ed eri li. Meno romantico, meno divertente, ma molto più pratico se non conoscevi il percorso o avevi fretta di spostarti.

Di norma io usavo il primo se mi spostavo per diletto, ed il secondo se invece ero a caccia, e visto che di preparazione ad una probabile caccia si trattava, mi proiettai immediatamente sopra la struttura della chiesa abbandonata. Dall’alto era totalmente al buio, indice che non era arrivato ancora nessuno, feci un giro allargando il raggio di movimento e non vedi nessun mezzo parcheggiato nelle vicinanze, quindi ne dedussi che era presto e che sarei dovuto tornare più in la durante la serata.

Feci un salto veloce verso casa e rientrai nel mio corpo in attesa del passaggio di un’altra ora per rifare il controllo. Il cane che aveva sentito il rientro nel corpo mi si avvicinò strusciandomi il muso sotto il palmo della mano: il suo modo di chiedere una coccola; ma che fosse solo una: al di la della razza, un Dobermann, era comunque un cane che non amava troppo le smancerie tipo le ore ad essere coccolato. Carattere adatto a me che non ero nemmeno io tipo da stare li mezz’ora di fila a fargli le coccole: eravamo una bella accoppiata tutto sommato!

Guardai un po’ di televisione cercando di far passare il tempo più in fretta, pur sapendo che era una pia illusione. Quando furono circa le ventitré mi distaccai dal corpo fisico nuovamente e in un lampo fui di nuovo sopra la fu chiesa, ma nulla: ancora tutto buio e silente… a parte forse… ma non ero certo.

Rientrai a casa controllando bene di non essere seguito, e ripreso controllo del corpo pensai a quella sensazione strana: pur non essendoci nessuno sul posto, avevo avuto come la sensazione che qualcun altro o qualcosa di altro fosse li in zona. Una entità che sapeva sarebbe stata invocata? Difficile: di norma le entità fanno già difficoltà a venire quando invocate, figuriamoci se si presentano prima dell’invocazione!!

Allora chi? Mi ripromisi al successivo trasferimento di controllare meglio le mie sensazioni per capire se mi fossi sbagliato o se davvero c’era qualcosa/qualcuno oltre a me a spiare quel posto.

Arrivò quasi la mezzanotte e, di nuovo, mi staccai dal corpo fisico e mi portati velocemente sulla chiesa e stavolta non era buia!!!

Fioche luci venivano dall’interno, e, da quando fioche erano, potevano essere solo candele o lampade ad olio. Di certo non lampade di un impianto elettrico o torce di quelle che si tengono in mano durante le escursioni. Mi abbassai di quota molto lentamente: non sapevo se avessero attrezzato il posto con sigilli di protezione o incantesimi rivelatori di presenze non gradite, ma non essendosi attivati i miei sigilli cavallo di troia, lasciati nel pomeriggio, capii che non si erano minimamente presi il disturbo di proteggere il posto da occhi indiscreti.

Di nuovo!! Questa volta però ne ero certo: c’era qualcun altro, in forma astrale, che stava girando intorno la chiesa! Probabilmente si era protetto come me per non vedere, ma avevo comunque riconosciuto la scia quando l’avevo incrociata. Da capire se la cosa fosse reciproca o meno, ma visto che non mi aveva creato problemi nemmeno nel precedente incontro di un ora prima, non me ne preoccupai più di tanto.

Scendendo sino a circa cinque metri di quota inizia a riuscire a vedere meglio i visi delle persone presenti. Al momento erano 5 persone, ma era chiaro che stavano aspettando altra gente da come si davano da fare nel preparare un pentacolo per terra con rami e pezzi di corteccia: la punta era direzionata verso la roccia che faceva da altare: brutto segno!! A giudicare dalla dimensione del pentacolo avrebbero dovuto essere circa una ventina di persone presenti prima di iniziare qualunque cosa volessero fare.

Arrivo un tizio, che da come gli altri gli tributavano saluti e salamelecchi doveva essere il capo della fazione. Tra l’altro era l’unico che portava, almeno al momento, una tunica rossa in seta o materiale sintetico che imitava la seta, con una serie elaborata di ricami in oro, o finto oro che fosse.

«Che ridicolo» sentii rimbombarmi nella testa. Non capivo da dove arrivasse la voce, non vedevo nessuno e a parte la presenza di prima non avvertivo nessuno, nemmeno il mio curioso coinquilino. C’e da dire che in ogni caso comunicare tra due entità astrali non è proprio un cosa da tutti, sono pochi quelli che ci riescono, vuoi per la lunga esperienza o vuoi per il seme molto forte di magia che avevano impiantato dentro.

Non sapevo come comportarmi: quello specifico commento sembrava più qualcuno che pensasse tra se e se, che una frase rivolta a qualcuno; il che mi diceva che forse non si era accorto che anch’io ero li. Sarebbe stato saggio rispondergli e palesarmi senza prima sapere chi fosse?

«Ma dove credono di essere? Ad uno spettacolo teatrale?» mi risuonò in testa prima ancora che prendessi una decisione su cosa fare a riguardo del palesarmi. Decisi per il momento di tenere un basso profilo, quindi non mi palesai e restai alla quota a cui ero: se l’altra entità fosse rimasta dove era allora stava a circa 15 metri sopra di me e non c’erano rischi che le nostre scie si incrociassero rivelandoci uno all’altro.

A quel punto, però, ero quasi più curioso di chi altro stesse tenendoli d’occhio, che non da chi fosse composto il gruppetto di pseudo stregoni che stavano nella ex chiesa.

Restai li a guardare che combinava il popolo nella chiesa, mentre arrivava alla spicciolata altra gente; si fecero quasi le tre prima che sentissi una specie di canto arrivare da sotto di me: finalmente avevano iniziato a fare qualcosa che meritasse tutta quella attesa. In poco tempo capii che non sarebbe successo un bel nulla: era una serata dedicata ad accettare un nuovo ‘confratello’ nella setta. Che fastidio: tutto quel tempo per nulla; avrei dovuto tornare in altre serate per capire che cosa combinavano davvero quei tizi quando si mettevano all’opera.

Ero pronto per trasferirmi verso casa quando salendo un po’ per evitare i muri, più per abitudine che non per necessità, incrociai di nuovo la scia dell’altro astrale. Mi bloccai di scatto: fare il morto era una buona tattica anche nel mondo astrale in certi casi, per cui cercai di non muovermi nemmeno di un millimetro. «È la seconda volta che ci incrociamo stasera: non sarebbe il caso di presentarci?» Bel tentativo pensai: se avessi risposto avrebbe avuto due informazioni fondamentali: la prima che ero un uomo, la seconda in che posizione ero. Non ci pensai proprio a rispondergli. Feci un balzo verso un bar che mi piaceva molto a Bologna poi subito un altro a Roma ed infine saltai verso Stonehenge. Restai immobile per capire se mi avesse seguito, ma dopo qualche minuto era chiaro che chiunque fosse, o non era in grado di seguirmi, o non ne aveva interesse. Per cui mi proiettai verso casa e ripresi controllo del mio corpo fisico.

Presi subito il mio diario e riportai quello che era successo con ogni dettaglio che mi ricordassi. A quel punto me ne andai a dormire promettendomi di approfondire l’indomani sera.

La giornata successiva passò in maniera normale senza eventi particolari, rientrato a casa cenai ed aspettai, leggendo un po’ che arrivasse la mezzanotte.

Quando fu ora, accesi la candela, feci accomodare il cane a fianco la poltrona al solito, e mi staccai dal corpo fisico: di nuovo quella sensazione strana di scivolamento dal mondo fisico, ma c’ero abituato per cui la accettai al solito.

Mi proiettati velocemente sopra la solita chiesa sconsacrata: c’era gente ma meno della sera prima: sembrava fossero più presi a fare qualcosa ‘per pochi eletti’ perché sentivo vorticare sulla mia testa ombre oscure, probabilmente di entità già chiamate in passato, che stavano li sperando che qualche idiota li invocasse. Mi abbassai fino al livello del suolo così da poter vedere bene che stessero combinando. Riuscivo anche a sentire le loro voci e quello che si dicevano, beh in quel momento stavano salmodiando non so bene cosa, ma nulla di buono. Erano in 5 posti in cerchio intorno ad un braciere con dentro delle braci già ardenti: cominciai a preoccuparmi davvero. Di solito quella era la preparazione di una fattura verso qualcuno, e non di quelle leggere: dovevo sapere in fretta con chi ce l’avessero.

«Hai portato i capelli e la foto?» Domandò all’improvviso uno di loro e quello proprio di fronte a lui rispose annuendo e prelevando i due feticci da una tasca della sua specie di tunica.

Girai intorno al tipo che teneva in mano gli oggetti: i capelli erano belli lunghi, per cui in linea di massima avrebbe dovuto essere una donna il soggetto, ma non era certo visto che ormai i capelli lunghi li posson portare anche gli uomini; mi spostati ancora un po’ in avanti per guardare la foto, mi venne un colpo: era una ragazzina che poteva avere si e no 10/12 anni. Che poteva aver mai fatto di male una bimba di quell’età per meritarsi una fattura così pesante?

Mi restava poco tempo per intervenire: feci un incantesimo di soffocamento levando l’aria alle braci nel braciere di bronzo intorno al quale stavano tutti, tempo 5 secondi e le braci si spensero. Stavo per colpire il tizio che teneva in mano i feticci quando di nuovo incrociai la scia della sera prima! «Eh no, adesso non ho tempo di giocare» pensai ed invocai una bolla di protezione così da rendermi invisibile anche ad una entità astrale; nel frammentare i tizi erano tutti presi a cercare di far riaccendere le braci, con tutta l’intenzione di non voler lasciare perdere la fattura che volevano fare alla bambina.

La cosa mi fece andare fuori dai gangheri: pur sapendo il rischio che correvano feci un incantesimo tempesta. Dal nulla nuvole minacciose coprirono l’immobile e cominciò a piovere a dirotto impedendo di fatto loro di riaccendere le braci. Dovetti rinforzare la mia sfera di protezione perché l’altra entità astrale pareva non voler mollare nemmeno lui e cercava in tutti i modi di identificarmi. In più, dall’alto, sentivo che le entità che si erano radunate iniziavano a perdere la pazienza per Il fatto che quei poveri stupidi mortali, li sotto, non riuscissero nemmeno a fare una invocazione per loro.

Sentii chiaramente alcuni andarsene rabbiosi, altri minacciare di fargli passare un brutto quarto d’ora per avergli fatto perdere tempo inutilmente, ma fortunatamente alla fine se ne andarono tutti a cercare altri sciocchi da usare per il loro puro divertimento.

Io, a quel punto, volevo sapere chi era la ragazzina e perché era diventata il soggetto della loro voglia di colpirla, per cui tenni d’occhio il tizio con i feticci e decisi di seguirlo fino a casa.

Gli stregoni dal canto loro avevano semplicemente dedotto che non fosse serata per fare le loro cose e decisero di andarsene ognuno per la propria strada.

Quello che puntavo, dopo aver trangugiato una dose di vino che sarebbe stato meglio evitare, si avviò verso il parcheggio e puntando una BMW, disinserì l’allarme e montò in macchina. Con il corpo astrale è difficile entrare in una macchina e restare seduto sul sedile, per cui mi misi in sospensione sul suo mezzo e lo seguii, fino a quella che credevo fosse casa sua: un’anonima palazzina, di tre piani, piuttosto vecchia. Lo seguii mentre arrancava le scale fino al secondo piano ed entrai in casa con lui. Mi corse un brivido lungo la schiena appena entrato: il fesso si era dato da fare anche nel proprio appartamento con certi tipi di riti e la presenza residua di energie decisamente negative era pesantissima.

La cosa, però, che mi fece inorridire di più, fu che la casa era tappezzata di foto della bambina, spesso ritratta con una donna, che dalle somiglianze doveva essere la madre. Lui chi era per la bambina mi domandai a quel punto? Un amante respinto della madre? Il padre biologico allontano dalla madre o chi altro ?

Decisi che visto cosa si apprestava a fare in collina potevo anche saltare a pié pari la versione tenera dell’interrogatorio. Gli entrai nella testa prima bisbigliando poi alzando sempre di più la voce; mi spaccai per uno dei demoni che voleva chiamare in aiuto, e questo rese il tizio molto collaborativo. Dopo le minacce, di rito quando ti spacci per un demone, mi raccontò tutto quello che volevo senza saltare alcun particolare.

Praticamente li era il padre della bambina, la donna nelle foto, come avevo immaginato, era la madre. Si erano separati perché lui perso il lavoro aveva iniziato a bere ed ad essere violento in casa. Quando una sera, preso dai fumi dell’alcol, colpi anche la piccola, la madre non gli diede alternativa: divorzio immediato con rinuncia di partita potestà o immediata denuncia ai carabinieri.

Nella sua memoria vedevo il livido inconfondibile di un manrovescio sul povero volto della bimba, e lui che si rendeva conto che se l’avesse denunciato subito non avrebbe avuto scampo. Per cui accettò il divorzio con la perdita della patria potestà.

Ma perché prendersela con la piccola allora, tanto da volerle fare una fattura: perché, per come la vedeva lui, tutte le sue disgrazie erano colpa della bimba, da li il volerla colpire con una fattura così pesante e definitiva.

Dovetti fare del mio meglio per non consegnare la sua anima li sul momento ad uno dei demoni che cercava la sera stessa per consegnarglielo, ma il nonno mi aveva insegnato che trattare con i demoni ha sempre un prezzo alto da pagare, per cui non lo feci.

La bimba però andava protetta in qualche modo. Per cui presi tutte le foto che trovai in casa con lei ritratta, cancellai l’intero disco del suo pc, e cancellai le, poche a dire il vero, foto che aveva sul suo cellulare.

Fatti questo me ne tornai a casa. Appena rientrato nel mio corpo misi in una scatola di legno tutte le foto, riportai il tutto fedelmente sul mio diario e andai a dormire perché se mi fossi messo all’opera subito avrei potuto fare qualcosa di cui pentirmi in un secondo tempo.

Il giorno successivo passai molto tempo, in ufficio, a pensare a cosa fare del tizio: le possibilità cattive erano tante e golose, ma sapevo di non poter esagerare, così la sera al rientro, preparai un incantesimo di offuscamento. Praticamente nell’arco di qualche giorno, diciamo una settimana, avrebbe perso il ricordo della moglie e della figlia e dei suoi amichetti della ex chiesa, in questo modo almeno le due donne erano al sicuro e lui era fuori gioco!

Lo tenni d’occhio per un po’ di tempo ed infetti più passò il tempo e meno parlava di loro due, i suoi amici della congrega della chiesa sconsacrata non capirono il perché della sua perdita di interesse sulla vendetta verso le figlia ne tanto meno il suo progressivo perdere interesse per la magia e quindi anche della loro compagnia e fini per non incontrargli più.

Restò in sospeso chi altri era presente su, alla chiesa, perché anche nel periodo in cui seguivo il tizio per controllare che il mio incantesimo andasse a segno, sentii più volte la presenza di qualcun altro li con me, ma come non volle palesarsi, non lo volli fare nemmeno io, almeno non in quella situazione, più in la nel tempo ci conoscemmo, almeno astralmente, ma questa è tutta un’altra storia !!

Cap. 10 – La Nonna e la Pioggia


A volte i sogni non sono solo sogni, ma si deve arrivare a capirlo per tempo.


Successe poco prima dell’anniversario della morte della nonna materna. Il letto era appoggiato al muro per cui girandomi verso destra mi trovavo il muro di fronte, nulla di che, ma ci volle un po’ ad abituarmici dopo l’arrivo in Italia; dove vivevo prima avevo una camera tutta mia con il letto classicamente con la testata appoggiata ad un muro, alla destra la finestra ed alla sinistra il lato con la libreria ed una piccola scrivania. Di fronte avevo il muro con la porta che dava l’accesso alla stanza.

Di certo dopo aver dormito qualche mese, appena arrivati qui, condividendo il letto, singolo per altro, con un cugino, il letto appoggiato al muro, ma tutto mio, era già un gran passo avanti !!

La nonna era morta l’anno precedente, purtroppo sotto le festività natalizie, così aveva reso quelle successive, almeno quella dell’anno in corso, più dure da vivere per i miei genitori, per noi ragazzi chiaramente la cosa pensava meno: anche questa nonna la conoscevamo poco in quanto vissuti distanti per tutta la nostra, seppur breve, esistenza.

Quella sera andai a letto come normalmente facevo, infilato nel letto inferiore del castello, sotto la coperta, fantasticando un po’ mentre prendevo sonno, come credo capiti a qualunque ragazzino di 13 anni. Mancavano diversi giorni, non ricordo quanti di preciso, all’anniversario della triste occorrenza, ed a dire il vero, nemmeno ci pensavo più di tanto; di certo l’occorrenza non era tra i miei pensieri mentre prendevo sonno.

Fu verso le tre di notte che mi svegliai di soprassalto per dei colpi che sentii chiaramente dati sul muro dove appoggiava il mio letto. Ma, un po’ per lo stato di confusione per essermi svegliato così di soprassalto, un po’ il fatto che continuavo a sentire quel suono come di qualcuno che desse dei colpi con la mano sul muro, non riuscivo a capire che stesse succedendo.

Mi ci volle almeno un minuto per svegliarmi del tutto e rendermi conto che non era possibile che sentissi dei colpi da quel punto del muro: dall’altra parte c’era il salotto, e su quel lato del salotto c’era un mobile a tre sezioni lungo quasi quanto tutto il muro, e per la precisione dove io avevo la testa dall’altra parte del muro, c’era la sezione del mobile in cui erano contenuti sopra i piatti ed i bicchieri, del servizio buono, e sotto una raccolta di stoviglie misura XXL che veniva usato di rado, tipo nelle grandi festività in cui alla famiglia si aggiungeva il parentado raggiungendo numeri di commensali che superavano le venti unità.

Quindi come diamine era possibile che sentissi battere sul muro? Ero quasi deciso ad alzarmi per andare a vedere, ma un altra raffica di colpi mi fece passare ogni velleità di investigazione, mi portai la coperta fino a sopra le orecchie e pregai perché i colpi finissero. Sembrò che le mie preghiere vennero ascoltate da qualcuno perché dopo un altra serie di colpi, poi, fu silenzio. Confesso che quella notte feci molta fatica a riprendere sonno, dopo quella interruzione.

L’indomani mattina quasi non pensai nemmeno a cosa fosse successo durante la notte, per cui non ne parlai con nessuno. La sera, prima di andare a letto, però, mi tornò in mente cosa era occorso ed andai a letto un po’ preoccupato che la cosa si ripetesse.

Ora, vuoi che mi fossi addormentato proprio con quella preoccupazione, vuoi la suggestione, ma di nuovo, alle tre circa, mi svegliai sentendo di nuovo quei colpi; ma questa volta ero più infastidito che preoccupato: chi era che mi svegliava tutte le notti a quell’ora? Uno scherzo delle sorelle? Una rapida ispezione agli altri due letti escluse questa possibilità. Mio padre o mia madre non erano certo tipi d fare scherzi, figuriamoci di quel genere poi!! Restava la nonna materna che viveva con noi, ma prima di tutto dormiva dall’altra parte della casa, seconda cosa non aveva di certo la forza per spostare quel mobile, battere sul muro e prontamente rimettere a posto il mobile.

«Dum dum dum» ed intanto i colpi continuavano. Ancora più irritato quando mi svegliai del tutto presi la decisione: mi alzai, mi infilai le ciabatte, feci un cenno a Droll, il nostro doberman, di seguirmi; fatto un passo, non sentendo rumori alle mie spalle, mi voltai a guardare che stesse facendo il cane: era li, intontito dal sonno che mi guardava come a dirmi: «ma proprio mi devo alzare? Ora?» Battei il palmo della mano sulla coscia e, reagendo a quello che per lui era un comando, il cane era già in piedi, sbadigliando, ma in piedi, pronto a seguirmi.

Presi fiato e, petto in fuori facendo il duro, uscii dalla camera presi il corridoio per l’entrata e mi lanciai in salotto, accendendo il lampadario appena ebbi messo il primo piede nel locale. Droll, dietro di me guardava incuriosito e dall’espressione era chiaro che non capiva che stesse succedendo. Controllai se il mobile fosse ancora ben accostato al muro, e lo era. Provai anche a spostarlo di qualche centimetro per rendermi conto di che forza reale servisse per spostarlo, e ce ne voleva sicuramente più di quanta io o una persona anziana potessimo disporre, per cui feci spallucce, diedi una coccola al cane e me ne tornai a letto.

Appena sdraiato e pronto per riprendere sonno di nuovo tre colpi, questa volta, pronto ai colpi, mi girai di scatto verso Droll, ma niente: non dava segno di aver sentito nulla di strano: era li comodamente appallottolato sulla sua copertina che mi guardava, avendomi sentito muovere di scatto nel letto, in attesa che lo chiamassi per farlo salire sul mio letto, visto che, in casa, ero l’unico a permetterglielo ogni tanto. Nel frammentare i colpi erano cessati, per cui riuscii a prendere sonno.

La mattina seguente però presi mia madre da parte e le chiesi se avesse sentito dei rumori durante la notte intorno le tre, non le specificai di che genere, ma lei mi guardò con quello sguardo di chi si aspetta l’ennesima assurdità dal figlio adolescente, e mi chiese che genere di rumori avrebbe dovuto sentire, ammesso che fosse stata sveglia a quell’ora!! Chiusi li il discorso: non avevo voglia di dare spiegazioni, che nemmeno io avevo, su cosa avessi sentito.

Di nuovo si avvicinò l’ora di andare a letto, e quella sera ero davvero a disagio: se fosse successo nuovamente, che fare? Con chi parlarne? Soprattutto chi mi avrebbe creduto??

Quella notte non ci furono colpi, ma una cosa ancora più strana: feci un sogno: c’eravamo io e la mia defunta nonna, in un posto che non sapevo identificare. Poteva essere tardo pomeriggio perché c’era poca luce, e pioveva a dirotto!!

Lei non sembra accorgersi della mia presenza, ed in dialetto stretto continuava a lamentarsi: «Ecco sta piovendo, ed io non ho un ombrello; e mio figlio ? Non ci pensa a sua madre qui sotto l’acqua a bagnarsi tutta??».

Poi scattava qualcosa come un fotogramma difettato e ricominciava la scena appena passata, e così, per quello che a me sembrò, tutta la notte. Mi svegliò mia madre quella mattina, cosa strana perché di solito ero uno dei primi ad essere in piedi in famiglia. Normalmente mi alzavo appena dopo mia madre e le facevo compagnia mentre preparava il caffè per mio padre ed il necessario per la colazione per noi ragazzi. Mamma stessa mi chiese se stessi bene visto che ero l’ultimo ad alzarmi quella mattina.

La ripresi da parte, e le raccontai di quell’assurdo sogno che mi aveva perseguitato tutta la notte. Lei ci pensò un attimo poi mi disse con voce un po’ rotta: «sai domani è un anno che la nonna è morta, forse quel sogno è il modo del tuo subconscio per ricordartelo. Non devi avere paura, i morti non posson fare male a nessuno. Se rifai questo sogno stanotte domattina fammelo sapere. Va bene?» Io le feci cenno di si e, tranquillizzato dalle sue parole, affrontai la giornata con calma e serenità.

Arrivò la sera e si avvicinava l’ora di andare a letto, ma non ero ne teso ne spaventato, quando andai a dare il bacio delle buonanotte a mia madre lei mi sussurrò: «ricordati i morti non possono fare male a nessuno!! Tanto meno tua nonna poi !!!» Mi diede una carezza e me ne andai a letto.

Fu in quel momento che mi sorse un dubbio: che lei ne sapesse molto di più di quanto non volesse dare ad intendere, ma non avevo modo di provarlo, per cui restava una mia impressione. Presi sonno in fretta, nonostante tutto, ma alle tre di nuovo quei colpi… ma non erano reali questa volta: ero di nuovo nel sogno, ma al posto del fotogramma rovinato sentivo i tre colpi, e poi riprendeva a lamentarsi del fatto che piovesse e che suo figlio, mio padre, non si preoccupasse di farle avere un ombrello per non farla bagnare… e avanti così tutta la notte, almeno così sembrò a me.

Al mattino, mamma era in cucina che preparava la caffettiera per papà, ma lo sguardo era interrogativo e quindi le dissi: «si anche stanotte l’ho sognata con in più i colpi nel sogno anziché reali». Mamma mi guardò, come dispiaciuta, per non sapere come aiutarmi, ma mi disse anche: «oggi e l’anniversario, vedrai che stanotte non la sognerai più».

In effetti aveva ragione: quella notte, quasi ci restai male, non la sognai, e la mattina appena alzato lo dissi a mia madre che mi rispose: «vedi? Era come ti dicevo: il subconscio è una cosa potente; tu non ti ricordavi a livello conscio il giorno, e lui te l’ha ricordato. Fai una cosa: sul calendario in camera vostra, segnati la data per l’anno prossimo così almeno te lo ricorderai e non sognerai più lei che si lamenta per non essertene ricordato.»

La trovai una buona idea per cui appena in camera segnai tra le date da riportare nell’anno nuovo, la data dell’anniversario della sua morte, certo che, come aveva detto mia madre, se lo avessi ricordato non l’avrei sognata che si lamentava.

Passò qualche settimana ed un giorno, al rientro da scuola mi disse di pranzare in fretta che, poi, doveva dirmi una cosa. Chiaramente ormai incuriosito non avevo più fame, ma non ci fu verso: «O finisci il pranzo o non ne parliamo!»

Come sempre l’ebbe vinta lei, così mandai giù il pranzo, il più in fretta che potessi, e poi le dissi che ero pronto. Mi disse di seguirla in salotto, ed una volta entrati chiuse la porta alle sue spalle. Cominciai a preoccuparmi: perché aveva chiuso la porta? Stava arrivando qualche ramanzina? Cercai in fretta di ricordare se avessi combinato qualcosa che meritava una tirata di orecchie serie, ma non mi venne in mente nulla.

«Ti ricordi il sogno della nonna?» Mi chiese senza tanti preamboli, «certo che me lo ricordo» le risposi prontamente; «perché me lo chiedi, ora, a settimane di distanza?»

Mamma era raramente nervosa da giocare con le mani, ma era quello che stava proprio facendo in quel momento: continuava a stirarsi sulle gambe il grembiule usato per preparare il pranzo; «Ecco quando mi hai detto che il sogno continuava a ripetersi mi sono insospettita…» silenzio… non parlava più «e…» la incitai a proseguire, «beh ho telefonato giù, chiedendo che qualcuno andasse a controllare la tomba della nonna».

La nonna aveva voluto essere sepolta a fianco al marito, quindi in Sicilia, era distante da noi, ma erano le sue ultime volontà per cui papà le aveva eseguite.

«Beh pare che la lastra di marmo, sopra la bara, si sia incrinata ed entrava acqua quando pioveva, bagnando tutta la bara.» Restai imbambolato. «Vuoi dire che la nonna mi chiamava di proposito, per dirmi che le pioveva in testa?»

Mi resi conto dell’assurdità della mia domanda appena finii di formularla. Mi aspettavo qualche risposta del tipo «ma non dire sciocchezze» invece mamma non rispose. Dopo un po’ prese fiato e mi disse solo: «Questa cosa resta tra noi due, nessuno, soprattutto tuo padre, ne deve sapere nulla.»

Stavo per chiedere perché, ma il suo sguardo era chiaro come una scritta al neon fuori da un bar: «le cose stanno così, non chiedere oltre e non domandare altro.»

Fu allora che capii cosa intendeva, il nonno, durante le nostre chiacchierate notturne quando mi diceva: «Tua madre purtroppo è vittima del contrasto tra la sua religione e le sue origini, trovandosi così, spesso, in situazioni in cui il cuore le dice una cosa mentre la mente le dice il contrario.»

Ricordo la stretta la cuore, nel cercare solo di immaginare in quel momento cosa stesse passando. Volermi dire: «Non spaventarti, tu sei così, puoi sentire la nonna come potrai, forse, sentire me quando mene sarò andata.» Ma sentire, anche, di non poterlo assolutamente fare, per non andare in contrasto con la propria religione.

Aveva ragione il nonno: ignorare il suo seme di magia doveva esserle costato molto nella vita personale, ma come diceva lui, era stata una sua scelta: come nessuno avrebbe potuto imporle di vivere la magia, nessuno le avrebbe potuto imporre di vivere secondo i dettami di una religione che soffocava la sua natura di soggetto magico.

Triste vita doveva essere stata la sua, so che da quel giorno la vidi con occhi diversi. Mi era più difficile andare in contrasto con lei. Le classiche liti, tra figlio adolescente e madre, mi ricordo, terminarono quel giorno. Lei sapeva che io sapevo e questo la mortificava ancora di più di quanto credessi fosse possibile, ma come mi aveva insegnato il nonno non dovevo giudicarla, ma rispettare la sua scelta, nonostante le avesse praticamente rovinato la vita: era pur sempre stata una sua scelta cosciente e solo lei poteva portarne il peso.